La riforma è necessaria, ma non sufficiente: occorre riformare i giuristi

martedì 17 marzo 2026


Per comprendere la necessità della attuale riforma dell’ordinamento giudiziario su cui si esprimeranno gli italiani con il referendum del prossimo 22-23 marzo 2026 non si può evitare di prendere le mosse dalla storia, poiché proprio il dato storico dimostra in modo inequivocabile che la magistratura è da decenni profondamente e gravemente politicizzata.

Occorre prendere le mosse dal principio, cioè dal pomeriggio del 27 marzo 1944 allorquando dalla nave da carico battente bandiera britannica sbarca a Napoli Palmiro Togliatti dopo 17 anni di esilio in Unione Sovietica avendo lavorato fianco a fianco con Iosif Stalin.

L’arrivo di Togliatti in Italia era stato preceduto da quello dell’ambasciatore Alexander Bogomolov incaricato da Stalin di prendere contatti con il Governo Badoglio al fine di ripristinare le relazioni diplomatiche tra l’Italia e l’Unione Sovietica.

Poco dopo Bogomolov fu sostituito da Michail Kostylev, il quale ebbe l’incarico da Mosca di prendere contatti anche con i gruppi partigiani per la riorganizzazione delle forze antifasciste e filosovietiche nell’Italia post-bellica.

Gli esponenti del Pci che attendevano il ritorno di Togliatti in patria confidavano nella possibilità di una rivoluzione armata che conducesse la penisola nell’alveo della sfera d’influenza sovietica consentendo alle forze comuniste di prendere il potere con la forza approfittando della situazione di frammentazione politica e di debolezza militare e istituzionale italiana che si registrava tra la primavera e l’estate del 1944.

Sia Kostylev che Togliatti, tuttavia, disattesero le aspettative dei comunisti italiani, poiché portavano le nuove direttive di Stalin: prendere il potere democraticamente, senza rivoluzione armata, dando vita a quella che è poi passata alla storia come “la svolta di Salerno” del Partito Comunista Italiano.

Avendo Stalin impedito la rivoluzione armata in Italia, l’unica via concessa rimaneva quella della presenza del Pci nel Governo e della sua relativa infiltrazione ministeriale cercando di controllare specialmente quelli che Mosca considerava i “Ministeri di forza”, cioè Interno, Difesa e Giustizia.

Non a caso, infatti, Togliatti ebbe modo di essere Guardasigilli per ben due volte nel Governo Parri, dal giugno 1945 al luglio 1946, e nel primo Governo De Gasperi, dal 10 dicembre 1945.

L’esperienza sovietica, le direttive staliniane e la forte connotazione ideologica avevano sempre consigliato agli esponenti del Pci in genere, e a Togliatti in particolare, di “occupare” il Ministero strategico della Giustizia, poiché chi controlla la magistratura controlla l’elemento coercitivo, e quindi più effettivo, del sistema statale.

Lo stesso Togliatti, come ricordato dagli storici Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, ribadiva questa strategia premeditata specificando in una missiva a Kostylev nell’estate del 1945, da un lato, che “la giustizia ha un ruolo politico notevole perché permette di realizzare l’epurazione degli elementi fascisti” e, dall’altro lato, che “i funzionari del ministero per paura o per istinto di conservazione lavoreranno in maniera abbastanza disciplinata per la nuova dirigenza”.

Del resto, il principale storico del Pci, Paolo Spriano, riporta la circolare che i dirigenti del Pci Luigi Longo e Pietro Secchia avevano inviato ai compagni di partito della sezione di Genova ricordando loro come l’obiettivo fosse “la rieducazione del popolo italiano”.

In questo scenario si inscrive l’idea che nella magistratura debbano esserci delle correnti generalmente politicizzate e specificamente di orientamento progressista, poiché il sistema giudiziario viene inteso come strumento fondamentale di lotta politica e sociale.

Il magistrato Giovanni Palombarini, tra i fondatori della corrente di Magistratura Democratica, non a caso candidamente ammette nel suo volume dal titolo Giudici a sinistra: “La accezione ‘democratica’ venne poi adottata in relazione agli obiettivi più progressisti che, rispetto alle altre, si proponeva la nostra corrente” (pag. 37).

Ecco, quindi, come spiegare tutta una serie di prassi giudiziarie che si sono avvicendate negli ultimi sei decenni, come appunto i “pretori d’assalto”, la cosiddetta “giurisprudenza alternativa”, la cosiddetta “funzione supplente” della magistratura nei confronti del potere politico, l’attivismo giudiziario nel riconoscimento dei cosiddetti “nuovi diritti” (come, per esempio, il diritto al figlio, il matrimonio egualitario per persone del medesimo sesso, il diritto di morire, ecc).

Il sistema giudiziario è divenuto nel corso del tempo, dunque, il fronte avanzato del progressismo politico che, non riuscendo a prevalere politicamente, si è avvalso del correntismo della magistratura per imporsi giudiziariamente.

Lo scenario degenerativo del correntismo, dunque, deve essere inserito all’interno di un lungo processo storico che risalendo ai primi giorni dell’Italia post-bellica si palesa ancora oggi per la forte connotazione ideologico-politica di una parte minoritaria, ma aggressiva della magistratura.

La riforma costituzionale è dunque necessaria, poiché tramite l’istituzione del sorteggio taglia i cordoni ombelicali esistenti tra i magistrati e le correnti, specialmente in riferimento al Consiglio Superiore della Magistratura, sebbene essa non costituisca e non possa costituire un punto di arrivo, ma di partenza, per una riforma ben più profonda, difficile e di lungo periodo, cioè quella di natura culturale che occorre avviare per depurare i giuristi in genere e i magistrati, specialmente quelli giovani, in particolare dalle scorie di ogni ideologia.

Bisogna restaurare la cultura della giurisdizione, la quale non deve e non può più essere intesa come asservimento del sistema giudiziario a finalità politiche, ma come liberazione del sistema giudiziario per il perseguimento di finalità prettamente ed esclusivamente giuridiche.

Il giudice non può e non deve più essere inteso come il braccio esecutivo di un progressismo più o meno radicale, ma deve tornare a interpretare il ruolo di dispensatore di giustizia senza e contro gli schemi, gli interessi e le motivazioni ideologico-politiche di parte.

L’intera categoria dei giuristi deve cominciare a pensare a questo colossale sforzo culturale per liberare la dimensione giuridica in genere e quella processuale e giudiziaria in particolare da ogni forma e forza di asservimento politico-ideologico, poiché non si può politicizzare il diritto senza rischiare lo sconquasso del sistema-giustizia e dello stesso Stato di diritto.

Si tratta di un lavoro che richiederà anni, se non decenni a venire, e che tuttavia non può che interpellare la coscienza libera e l’agire autonomo di ogni giurista che nel proprio ruolo di docente, magistrato, avvocato o notaio ritenga che il diritto abbia una propria ragion d’essere e una dignità che non possono più essere piegate – come accaduto per troppo tempo – alla ragion politica.

È senza dubbio una operazione lunga e problematica, ma la riforma proposta rappresenta il primo vero momento di inaugurazione di un tale processo di depurazione del diritto dall’occupazione politico-ideologica che ristagna nel sistema giudiziario da più di mezzo secolo asfissiandone terzietà e credibilità.

In definitiva, dopo aver riformato la giustizia, occorre adesso riformare anche i giuristi affinché cessando di militare politicamente tornino a operare e pensare davvero giuridicamente.


di Aldo Rocco Vitale