La statura di un leader

venerdì 13 marzo 2026


Che Giorgia Meloni fisicamente non sia un gigante è cosa nota. Ma la statura che deve interessare è quella politica. Non altro. Ma come si misura quella di un capo di governo? Sostanzialmente, in due modi: l’azione che svolge sul terreno delle decisioni prese e i discorsi che pronuncia per spiegare all’opinione pubblica le scelte compiute o per indicare la strada riguardo a quelle da compiere.

Purtroppo, nella società dell’immagine del nostro tempo storico, si aggiunge un altro criterio valutativo: la postura pubblica. È importante definire la misura del leader perché permane un’incolmabile linea di demarcazione tra l’essere un politico ordinario o invece uno statista. Quindi, la domanda è: alla luce degli accadimenti che stanno scuotendo il mondo non meno di quanto agitino la società italiana, Giorgia Meloni può essere giudicata uno statista o, al contrario, essere derubricata al rango di politico politicante, nel senso spregiativo che la locuzione richiama?

Fu James Freeman Clarke (1810 – 1888), predicatore e teologo statunitense, a coniare la celebre frase (successivamente attribuita al nostro Alcide De Gasperi): “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Un’espressione retoricamente forte ma eccessivamente enfatica. Per stare con i piedi piantati in terra sarebbe preferibile descrivere il politico che si fa statista come colui (o colei) che più di ogni altro nel suo Paese è in grado di tenere un occhio al gatto e uno alla padella.

Ed è ciò che ha fatto ieri l’altro la Meloni nel suo intervento al Senato. Un discorso importante che non poteva non essere analizzato fin nelle virgole, visto il momento che la nazione, l’Europa e il mondo stanno attraversando. Lo si vuole definire tornante della Storia, con gli Stati Uniti e Israele che hanno rotto l’immobilismo che da decenni paralizza l’Occidente per giungere al redde rationem con l’arcinemico: l’Iran degli Ayatollah? Lo si faccia. Ma se di tornante trattasi, è bello grosso e con un fondo stradale maledettamente sdrucciolevole.

Giorgia Meloni ha parlato. Come se l’è cavata? Ha superato l’esame per essere promossa a statista? Esaminando il suo intervento con la lente d’ingrandimento dobbiamo ammettere che non è di quelli che passeranno alla storia. Non ha lo spessore di quello pronunciato da Alcide De Gasperi davanti al Congresso degli Stati Uniti, nel gennaio del 1947, quando da leader di una nazione sconfitta si presentò al cospetto dei vincitori per chiedere il loro aiuto a rimettere in piedi un Paese distrutto. E, mutatis mutandis, non eguaglia per intensità e pathos quello che Bettino Craxi tenne alla Camera dei deputati il 3 luglio 1992 ˗ passato alla storia come  “il discorso della verità” ˗ con il quale ammetteva il ricorso generalizzato alla pratica dei finanziamenti illeciti da parte dei partiti italiani. Sia De Gasperi, sia Craxi sono stati classificati, per unanime giudizio, statisti. L’essere stato ˗ quello della Meloni ˗ un intervento di una marca inferiore a quelli dei suoi illustri predecessori segnala che lei non sia ancora assurta al rango di statista? Assolutamente no. Perché al deficit di pathos ha fatto da contrappeso una sostanza decisionale nient’affatto irrilevante.

La Meloni è riuscita a trascinare la posizione sulla guerra nel Golfo della navicella Italia attraverso l’angusto braccio di mare ancora navigabile tra due opposti promontori che si negano a vicenda: il decisionismo guerriero del duo Donald Trump-Benjamin Netanyahu e la primazia del diritto internazionale nella regolazione dei rapporti tra le nazioni, sostenuta dalle democrazie liberali. Gli Scilla e Cariddi dei tempi odierni. Sia chiaro: non tutto ciò che ha detto Meloni è condivisibile dal nostro punto di vista. Cionondimeno, bisogna darle atto che il discorso pronunciato ha un senso logico, una sua intrinseca coerenza e, soprattutto, chiarisce pienamente la posizione dell’Italia in questo drammatico frangente della Storia.

La Meloni ha mostrato prudenza. È facilmente intuibile che l’origine di tale scelta stia nel super-pragmatismo da realpolitik di stampo bismarckiano che il premier ha convintamente abbracciato fin dal primo giorno di permanenza a Palazzo Chigi. Apprezzabile la leggiadria della sua danza sulle uova, degna di un Pas de deux “tchaikovskyano”, nel passaggio: “Viviamo in un mondo che spesso costringe a scegliere tra cattive opzioni. Da una parte consideriamo drammatico l’avvio di un nuovo conflitto e non sottovalutiamo gli impatti economici che può avere sull’Italia. Dall’altra sappiamo che le conseguenze sarebbero ben peggiori se ignorassimo il rischio di un regime fondamentalista dotato di missili a lungo raggio e di armi nucleari. Queste sono le ragioni della nostra prudenza”. Quindi, che si fa? L’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano resta un intervento al quale l’Italia non prende parte e non intende prendere parte, sebbene il Governo abbia ben chiaro il momento da cui tutto ha preso vita: il 7 ottobre 2023, con l’attacco terroristico di Hamas contro Israele. E c’è poi la questione dell’uranio arricchito, in mano iraniana, che non può essere ignorata.

L’Italia si attesta su tre direttive di marcia: quella diplomatica, quella della sicurezza degli italiani presenti nell’area del conflitto, quella del sostegno ai Paesi del Golfo nostri alleati. Sulla questione, controversa, dell’autorizzazione agli Stati Uniti dell’uso delle basi militari presenti sul nostro territorio per bombardare l’Iran, la Meloni ha pescato a piene mani da quella che si potrebbe definire la saggezza dell’ovvio: Washington al momento non ci ha chiesto nulla, quindi il problema non esiste. Se e quando dovesse farlo se ne parlerà. E riguardo alle ricadute economiche del conflitto? Il Governo è sul pezzo. Monitoraggio costante dell’andamento dei prezzi dell’energia e dei carburanti per prevenire fenomeni speculativi; attivazione di task force specifiche e sistema di controllo dei prezzi; ove necessario, ricorso al meccanismo delle cosiddette “accise mobili” per contenere l’aumento dei carburanti.

Ma c’è di più. C’è l’Unione europea che non può cavarsela come al solito, con un disarmante armiamoci-e-partite. Anche la Ue deve fare la sua parte. Ciò, per la Meloni, si traduce in una soluzione concreta e chiara: sospensione temporanea dell’applicazione del sistema di tassazione del carbonio (ETS) alla produzione termoelettrica e una riforma strutturale che limiti l’impatto sui prezzi dell’elettricità. Non si può avere botte piena e moglie ubriaca. Se ci tocca sostenere il pesantissimo costo di una guerra che non abbiamo voluto e nella quale non siamo coinvolti nostro malgrado non possiamo, nel contempo, continuare a fare i pierini primi della classe in un mondo che delle regole, soprattutto quelle ambientali, se ne infischia. Trattandosi di un intervento in Aula, dovuto in vista del prossimo Consiglio europeo, la Meloni ha affrontato anche altri argomenti di cui intenderà discutere con i suoi omologhi a Bruxelles. Ma è sulla posizione dell’Italia riguardo alla guerra nel Golfo che si focalizza il giudizio sulla Meloni statista.

La nostra valutazione: la Meloni c’è. E c’è anche grazie alla modesta qualità mostrata dall’opposizione. La sinistra nel suo complesso non ce la fa ad affrancarsi dalla postura propagandista e manipolatoria che le è congeniale. Eppure, dovrebbe avere imparato che mentire o arrampicarsi sugli specchi pur di provare ad avere ragione non porta a niente di buono. Al contrario, presta il fianco al nemico che trae vantaggio dalla chiusura preconcetta al dialogo leale. La Meloni con scaltrezza ha teso la mano ai leader dell’opposizione in nome del superiore interesse dell’Italia: “Ci troviamo di fronte a uno dei tornanti più difficili della storia recente e sarebbe auspicabile che una Nazione democratica come la nostra sapesse compattarsi attorno alla difesa dei propri interessi nazionali. Non propongo unanimismi di facciata né intendo neutralizzare la voce delle opposizioni. Tuttavia, uno scenario come questo richiede responsabilità, lucidità e capacità di adattare le decisioni alla rapidità degli eventi” ̶  e ancora  ̶ “Mi auguro che questo spirito possa essere raccolto e che l’Italia possa parlare con una sola voce nelle prossime settimane. In ogni caso, il governo continuerà a rappresentare l’Italia con autorevolezza, serietà e abnegazione”.

E loro? Rifiutando l’appello all’unità nazionale si sono dati la zappa sui piedi di fronte agli italiani. In essi  ̶  come spiega Arthur Schopenhauer in un suo scritto dal significativo titolo L’arte di ottenere ragione  ̶  prevale l’innata vanità, alla quale è connaturata una slealtà morale, che rifiuta in radice la possibilità che quanto sostenuto risulti falso e vero quanto sostenuto dall’avversario. Poi si meravigliano che la Meloni piaccia agli italiani. Ma se lo sono posto il problema di saper dire una volta nella vita “abbiamo torto, invece il nostro avversario ha visto giusto”? Evidentemente, no. Se l’avessero fatto ora al Governo ci sarebbe loro e non il centrodestra. Meglio così. Meglio che restino dove sono adesso: a ringhiare dai banchi dell’opposizione.


di Cristofaro Sola