giovedì 12 marzo 2026
Nel dibattito pubblico occidentale il possibile confronto militare in Medio Oriente viene spesso descritto con toni quasi deterministici. L’argomento è semplice: da una parte ci sono Stati Uniti e Israele, potenze dotate di capacità militari e tecnologiche tra le più avanzate al mondo; dall’altra l’Iran, un Paese sottoposto da anni a sanzioni economiche e diplomaticamente isolato. In questa rappresentazione, il risultato finale del confronto sembrerebbe già scritto. Una lettura più attenta della situazione suggerisce però un quadro molto più complesso. Le dinamiche strategiche della regione, la natura degli strumenti militari impiegati e l’assetto geopolitico più ampio indicano che un eventuale conflitto sarebbe probabilmente lungo, logorante e dall’esito tutt’altro che prevedibile.
L’Iran, infatti, non arriva impreparato a questo scenario. Da anni la leadership della Repubblica islamica costruisce la propria strategia militare partendo da un presupposto realistico: competere con Stati Uniti e Israele sul piano della superiorità convenzionale è impossibile. Per questo motivo Teheran ha progressivamente sviluppato una strategia di deterrenza asimmetrica pensata proprio per compensare questo squilibrio. Uno dei pilastri di questa strategia è l’uso sistematico di tecnologie relativamente semplici ed economiche, in particolare i droni. I velivoli senza pilota sviluppati dall’industria militare iraniana, come quelli della famiglia Shahed, rappresentano uno strumento ideale per questo tipo di guerra. Il loro costo è estremamente ridotto rispetto ai sistemi necessari per intercettarli: un drone può costare poche decine di migliaia di dollari, mentre un missile intercettore impiegato dai sistemi di difesa aerea occidentali può arrivare a costare centinaia di migliaia o persino milioni di dollari.
È proprio qui che emerge la natura profondamente asimmetrica di questo confronto. L’Iran può permettersi di lanciare grandi quantità di droni e missili relativamente economici, saturando le difese avversarie e costringendo Stati Uniti e Israele a utilizzare sistemi difensivi molto più costosi. In termini strategici, si tratta di una classica guerra di attrito: l’obiettivo non è tanto ottenere una superiorità immediata, quanto logorare progressivamente le capacità dell’avversario aumentando i costi della difesa. Accanto alla dimensione tecnologica vi è poi quella geopolitica. Negli ultimi 20 anni l’Iran ha costruito una rete di alleanze e relazioni che spesso viene definita “asse della resistenza”. In questo sistema rientrano attori statali e non statali: Hezbollah in Libano, varie milizie sciite in Iraq e Siria e il movimento Houthi nello Yemen. Sebbene questo network sia stato indebolito da diverse operazioni militari negli ultimi mesi, rimane comunque uno strumento che consente a Teheran di esercitare pressione su più fronti contemporaneamente. La possibilità di attivare crisi simultanee in diverse aree della regione rappresenta un elemento di forte complicazione per qualsiasi risposta militare occidentale o israeliana. Un conflitto che si estendesse dal Levante al Golfo persico fino al Mar Rosso diventerebbe rapidamente una guerra regionale con conseguenze economiche globali.
In questo scenario si inserisce anche la posizione delicata delle monarchie del Golfo. Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti condividono con Israele e con Washington la preoccupazione per l’espansione dell’influenza iraniana. Tuttavia, allo stesso tempo, sono estremamente vulnerabili agli attacchi missilistici e ai droni provenienti dalla regione. Gli attacchi del 2019 contro le infrastrutture petrolifere saudite hanno dimostrato quanto sistemi relativamente economici possano colpire obiettivi strategici con effetti potenzialmente devastanti sul mercato energetico globale. Un eventuale allargamento del conflitto al Golfo avrebbe dunque implicazioni economiche enormi. Ed è plausibile che proprio questa prospettiva rappresenti uno degli strumenti di pressione strategica su cui Teheran conta maggiormente. Un altro fattore spesso sottovalutato riguarda la stabilità interna dell’Iran. In Occidente si tende spesso a interpretare le proteste sociali come il preludio a un imminente collasso del regime. In realtà, nonostante tensioni sociali e profonde fratture generazionali, il sistema politico iraniano ha dimostrato negli anni una notevole capacità di resilienza. Le strutture di potere – dai pasdaran all’apparato religioso – tendono anzi a compattarsi di fronte a una minaccia esterna, rafforzando la mobilitazione nazionalista.
In questo contesto, l’ipotesi di un cambio di regime guidato dall’esterno appare poco realistica. Figure dell’opposizione in esilio, come Reza Pahlavi, godono di una certa visibilità internazionale, ma la loro capacità di mobilitare un consenso reale all’interno dell’Iran rimane limitata. L’eredità della monarchia rovesciata nel 1979 continua a essere controversa e l’immagine di un leader percepito come troppo vicino all’Occidente difficilmente potrebbe unificare il Paese in un contesto di guerra. A tutto questo si aggiunge una dimensione globale spesso trascurata nel dibattito europeo: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Washington considera la rivalità con Pechino la sfida geopolitica centrale del XXI secolo. In questa prospettiva, la stabilità delle rotte energetiche che alimentano l’economia cinese assume un’importanza strategica decisiva.
Gran parte delle importazioni di petrolio della Cina proviene infatti dal Medio Oriente e transita attraverso alcuni chokepoint marittimi estremamente vulnerabili. Una crisi prolungata nella regione potrebbe quindi mettere sotto pressione l’approvvigionamento energetico di Pechino. Anche senza arrivare a un blocco totale delle forniture, un’instabilità cronica dei prezzi e dei flussi energetici rappresenterebbe comunque un fattore di rischio significativo per l’economia cinese. Alla luce di questi fattori, immaginare uno scontro rapido e risolutivo appare poco realistico. Piuttosto, il quadro che si delinea è quello di una competizione militare e strategica destinata a svilupparsi nel tempo, fatta di escalation limitate, conflitti indiretti e pressione economica. Più che la vittoria immediata sul campo, la variabile decisiva potrebbe essere la capacità di sostenere nel lungo periodo un confronto logorante. Ed è proprio su questo terreno — quello della durata, della resilienza e dell’uso intelligente dell’asimmetria — che l’Iran sembra aver costruito la propria strategia negli ultimi anni. Per questo motivo, la convinzione diffusa che l’esito di questa crisi sia già scritto rischia di rivelarsi fuorviante. Nelle guerre contemporanee, la superiorità tecnologica non garantisce automaticamente una vittoria rapida. E nel complesso equilibrio del Medio Oriente, le dinamiche di lungo periodo contano spesso molto più delle previsioni iniziali.
di Salvatore Di Bartolo