venerdì 6 febbraio 2026
Sassolini di Lehner
Ci ha lasciato soli nella melma della mala giustizia Corrado Carnevale, magistrato preparato, serio, saggio, giusto, unico, purtroppo irripetibile. Fu sempre primo tra i candidati in tutti i concorsi. Laureatosi in Giurisprudenza col massimo dei voti ad appena 21 anni, fece per meriti conclamati una prestigiosa carriera, divenendo il più giovane presidente di sezione della Cassazione. Fu uno studioso animato dalla passione per il Diritto, oltre che dalle grandi capacità intellettive e mnemoniche, subito troppo civile e colto, ergo estraneo all’ambiente, come traspare dal seguente episodio: “In base a quali elementi questo signore dovrebbe essere condannato? Ma il presidente mi rispose: Tu sei un sofista. Sarò pure un sofista, ma almeno spiegatemi. E lui: Ma tu lo sai chi è l’imputato? È un barbiere. E lo sai quand’è avvenuto il furto? Era un lunedì. E soltanto perché era barbiere, quel poveretto si beccò sei mesi di reclusione. Da allora mi sono sempre trovato a disagio nell’ambiente”.
Spiccò su tutte le altre toghe per sapienza, equità e garantismo. La fedeltà alla Costituzione scritta (non quella rivisitata e infettata da manipulitisti, professionisti dell’antimafia, cattocomunisti “democratici” e forcaioli) gli costò una incessante e maleodorante cascata di fango: calunnie, accuse, demonizzazioni, criminalizzazioni. Contro la moda del giudice-sceriffo disse: “La Costituzione vuole il magistrato in toga e non in divisa. Io sono un giudice e mi rifiuto di essere un combattente anche contro la mafia. Il mio compito non è quello di lottare”. Non gli perdonarono, inoltre, questa verità: “Certuni sono scansafatiche e incompetenti, non conoscono i codici e pensano solo alla carriera. Ai magistrati non piace lavorare, questa è la verità”. Parole intollerabili per la casta. La reazione, infatti, fu a palle incatenate.
I professionisti dell’antimafia, in toga e a mezzo stampa, lo screditarono con l'epiteto di “ammazzasentenze” per il suo garantismo, ormai anacronistico rispetto all’andazzo barbarico del diritto ridotto a rovescio. Avendo avuto la fortuna di essergli amico, ricordo le sue confidenze a proposito del presunto assassinio di sentenze. Mi raccontò, carte alla mano, che in effetti ammazzò davvero, ma a colpi di matita blu, giudizi scritti con i piedi, ricolmi di strafalcioni giuridici e inquinati da morfologia e sintassi sintomatiche di incerta o nulla scolarizzazione. Poteva mai essere incolpato di omicidio di sentenze, se era l’ignoranza a dettarle? Sbattuto in prima pagina come sodale di criminali, anzi mostro contiguo a Cosa nostra, fu sospeso dalla magistratura nel 1993 – l’anno delle macellerie giudiziarie, evocanti i truci processi sovietici del 1937-1938, financo nello slogan “mani pulite” plagiato dalla Čeka, l’antenata del Kgb, con Feliks Džeržinskij intonante. mentre strangolava: “Mani pulire, cuore caldo, testa fredda” – Si attivarono prontamente anche Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroja, che gli inviarono la canonica informazione di garanzia.
Del resto, in quella stagione impestata, lo stesso Giovanni Falcone, peraltro, non in sintonia con Carnevale, fu vittima di accuse sanguinose – vedi il turpiloquente quotidiano la Repubblica e il calunniatore Leoluca Orlando – di tenere nascoste nel cassetto prove riguardanti gli omicidi di Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La Torre. Nel 2000, il nostro grande giurista fu assolto in primo grado, ma l'anno dopo i giudici della Corte d’Appello di Palermo lo condannarono a 6 anni per “concorso esterno in associazione mafiosa” e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici! Marco Pannella, l’ultimo degli intellettualmente onesti chiosò: “Un’esecuzione, una condanna ignobile, un momento di trionfo del neofascismo etico di sinistra”. Non so se questi giudici creduloni nei confronti dei “pentiti” si siano, nel frattempo, vergognati e pentiti, certo è che altri colleghi, quelli della Cassazione, li smascherarono, considerandoli incapaci, prevenuti, iniqui.
Infatti, emisero sentenza di assoluzione con formula piena, perché il fatto non sussiste, sussistendo soltanto nelle menti invidiose e bacate dall’ideologia, che non potevano tollerare un magistrato non comunista e un giurista di livello troppo superiore. La corporazione faraonicamente “democratica”, indispettita dall’assoluzione, si vendicò, tenendolo fuori dalla magistratura per altri 6 anni. Nel 2006, spiegò così le cause della sua Odissea: “È stato perseguito il disegno di eliminarmi in un certo momento della storia italiana in cui la sinistra estrema stava tentando, e in parte il suo tentativo riuscì, di arrivare al potere per via giudiziaria. Davo fastidio per la mia giurisprudenza e per la mia imparzialità, giurisprudenza che si poneva in conflitto col disegno di arrivare per via giudiziaria al potere”. Addio, indimenticabile, eccellentissimo Corrado. La Costituzione italiana piange la tua dipartita e magari vorrebbe vedere sinceramente condolente anche il presidente Sergio Mattarella, che della Carta fondamentale dovrebbe essere garante.
di Giancarlo Lehner