Italia e Germania: antichi legami, nuova strategia per l’Europa

venerdì 30 gennaio 2026


Le relazioni fra Italia e Germania non sono mai state in così buona salute, come ha dimostrato il recente vertice tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, un summit intergovernativo che ha fissato alcuni punti strategici e rafforzato un partenariato fondamentale per entrambe. Il solo dato dell’intercambio è rilevantissimo: esportiamo in Germania per un valore di circa 75 miliardi e importiamo per 85 miliardi (insieme, Germania e Italia producono il 37 per cento del PIL dell’Unione Europea: 24,4 Germania e 12,6 Italia), ma dietro a questi numeri c’è una relazione qualitativa, fatta di vincoli culturali e storici, di intrecci di esistenze vissute.

Ed è proprio su questo strato meno materiale, su questa sfera culturale e in senso ampio politica, che la premier Meloni ha deciso di costruire la nuova fase delle relazioni italo-tedesche, per due motivi: perché solo rinvigorendo un sentire condiviso si possono irrobustire rapporti economici che viaggiano già a cifre altissime; e perché questa collaborazione può costituire il nucleo di una trasformazione politica e di un rilancio strategico dell’Europa. Si tratta di una sintonia antica, che va opportunamente coltivata.

In un dipinto del 1828, Friedrich Overbeck raffigurava l’Italia e la Germania come due giovani donne sedute che si tengono per mano con un atteggiamento affettuoso. Fra Italia e Germania sussiste infatti, fin dall’ottavo secolo ovvero dall’incoronazione a Roma di Carlo Magno a imperatore del Sacro Romano Impero, che ebbe sede ad Aquisgrana, un legame strettissimo.

Certo, ci sono stati periodi di tensione, perfino di guerra (1915-1918) e di accecamento negli anni oscuri della funesta alleanza dell’Asse, nei quali la Germania nazionalsocialista trascinò nell’abisso bellico un’Italia che, come disse Renzo De Felice, era diventata piuttosto prigioniera che alleata di Hitler. La storia ha poi consentito che entrambe le nazioni facessero i conti definitivamente con questo passato e che – oltre a stabilire una differenza strutturale tra nazismo e fascismo (è ancora De Felice a mostrare che la definizione di «nazifascismo» sia «un’invenzione da tempo di guerra» usata «come strumento di propaganda» anche dopo il 1945) – si giungesse a una consapevolezza collettiva tale da rendere impossibile il ripetersi di quel passato.

E poi, nel secondo dopoguerra, fasi di incomprensione in momenti difficili delle rispettive storie nazionali. Indimenticabile, negativamente, resta la copertina del settimanale Der Spiegel del 25 luglio 1977 (un piatto di spaghetti con sopra una pistola P38), alla quale reagì il settimanale Epoca del 10 agosto pubblicando in copertina un piatto di salsicce e crauti con un manganello. Schermaglie mediatiche, che celavano un attrito causato anche dalle rispettive situazioni sociali. Negli anni settanta Italia e Germania stavano subendo forti attacchi da parte del terrorismo rosso. Nel 1970 vengono costituite sia le Brigate Rosse sia la Rote Armee Fraktion, caratterizzate da affinità ideologiche e contatti operativi. Accomunati nella lotta al terrorismo, gli apparati statali di Italia e Germania si unirono, ma le loro società civili erano confuse, nervose, spaventate. Il 1977 fu un anno duro per entrambi gli Stati: nella quasi quotidiana serie di attentati spiccano l’uccisione del giornalista Carlo Casalegno da parte delle BR e l’assassinio del presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer da parte della RAF. Ma anche quella polemica rientrò (e sia Italia che Germania sconfissero poi il terrorismo rosso).

Nel 1984, fece scalpore e suscitò un breve screzio diplomatico la battuta di Giulio Andreotti sulla possibile riunificazione tedesca: «amo tanto la Germania, che preferisco ce ne siano due». Andreotti, che stava riproponendo anche in modo ironico una frase dello scrittore Mauriac, intendeva sottolineare che gli accordi di Helsinki del 1975, con i quali fu avviata la politica della distensione fra Occidente e Unione Sovietica, prevedevano che la Germania Est doveva rimanere nella sfera d’influenza di Mosca e che, quindi, la riunificazione fra le due Germanie avrebbe potuto rappresentare uno sgradito casus belli fra i due blocchi in cui era diviso il mondo. All’epoca, il Cancelliere Helmut Kohl si risentì della pungente battuta di Andreotti, ma la contestualizzò e apprezzò poi in colui che chiamava «l’amico Giulio» un fermo e tenace sostenitore, dopo il 9 novembre 1989, della riunificazione tedesca nella prospettiva di consolidamento dell’Unione Europea.

Al di là di questo episodio, nel quale si possono individuare alcuni tratti caratteristici della geopolitica continentale all’epoca turbinosa in cui iniziò a crollare l’impero sovietico, in quei decenni i rapporti fra le due nazioni sono stati improntati a solida amicizia, radicata in tutti i campi della vita politica, sociale e culturale.

Un esempio poco rammentato ma di grande importanza fu il trattato del 1955 sull’emigrazione italiana in Germania, firmato a Roma da De Gasperi e Adenauer, che rappresenta un punto d’approdo di una lunga vicinanza e il punto di partenza di un progressivo ispessimento dei legami, istituzionali ma anche civili, fra le due nazioni e fra i due popoli. Quel trattato esprimeva un’esigenza materiale, dettata dalla necessità di mano d’opera per la ricostruzione della Germania dopo la distruzione della guerra, ma fu anche il segno, da parte tedesca, di una simpatia culturale, perché allora le nazioni potevano scegliere il tipo di immigrazione che volevano avere, e il governo tedesco scelse in primo luogo gli italiani (poi, certo, arrivarono anche dalla Turchia e da altri paesi europei, ma l’Italia fu un caso speciale). In una decina d’anni, quel trattato portò in Germania 500.000 lavoratori italiani, producendo reciproci vantaggi e formando ramificazioni generazionali, familiari e professionali, che ci permettono di vedere quanta Italia ci sia in Germania e quanto quest’ultima abbia potuto dare agli italiani.

E a proposito di questi due grandi statisti, un ricordo personale indiretto: nell’agosto 2004, a margine dell’inaugurazione di una mostra proprio su De Gasperi e Adenauer da me organizzata quando dirigevo l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, partecipai, insieme a Wilhelm Staudacher, all’epoca segretario generale della Fondazione Konrad Adenauer, a una colazione, di prima mattina, nella sede della Fondazione, fra Kohl e Andreotti, nel corso della quale essi si parlarono, in piena riservatezza e a lungo, soffermandosi intensamente su quei due padri fondatori dell’Europa unita, alla quale guardavano con speranza ma anche con apprensione (entrambi erano cattolici e proprio all’inizio degli anni Duemila l’Unione Europea stava respingendo la menzione delle radici giudaico-cristiane nel preambolo della Convenzione che portò nel 2007 al Trattato di Lisbona).

Adenauer e De Gasperi, insieme ai leaders francesi e belgi, formarono la pietra angolare dell’edificio europeo che venne costruito sulle macerie delle due guerre mondiali. Oggi, la storia offre una nuova opportunità a Germania e Italia, che nella confusione politica e culturale (e anche spirituale) dell’Europa (e dell’Occidente) hanno governi stabili (molto più l’Italia, ma confidiamo nel discernimento politico dei tedeschi) e politicamente affini, posizionati a centrodestra (anche in questo caso, più ben posizionata l’Italia).

In questo quadro, il vertice intergovernativo del 23 gennaio ha segnato un momento alto di una pluridecennale collaborazione, perché ha stabilito una cooperazione rafforzata in ambiti politicamente rilevanti e oggi addirittura scottanti come la difesa e l’immigrazione; ha fissato la linea a sostegno dell’Ucraina e il contrasto alla guerra ibrida che la Russia ha lanciato contro l’intera Europa; ha ribadito l’assoluta importanza della NATO, di cui entrambi gli Stati sono stati per decenni la prima linea di difesa durante la guerra fredda; ha progettato una riduzione radicale della burocrazia di Bruxelles non solo come fattore di competitività per il rilancio dell’economia, ma anche come condizione per un riavvicinamento delle istituzioni ai popoli europei che da esse sono stati troppo trascurati; e al tempo stesso ha compiuto un passo decisivo in chiave strategica, perché intende – a partire proprio dall’alleanza fra le nostre due nazioni – conferire un nuovo orientamento all’UE nel caotico tempo presente e ripristinare il ruolo dell’Europa nell’insieme dell’Occidente.

È istruttivo vedere l’interpretazione che del vertice hanno dato i maggiori giornali tedeschi: tutti concordi nel giudicarlo un evento «non convenzionale» e, in questo senso, straordinario; molti di essi (sinistra estrema a parte) elogiativi e propensi a dare credito a questa «nuova alleanza» come premessa per «riordinare l’equilibrio di potere in Europa» e per essere pronti «quando gli europei avranno bisogno di una risposta alle nuove fughe in avanti di Trump» (Die Welt).

La scelta meloniana di questo partenariato speciale con la Germania si inserisce in un contesto internazionale che per l’Europa è il più conflittuale dalla fine della seconda guerra mondiale, e proprio perché le turbolenze geopolitiche sono così forti, Meloni e Merz si sono assunti la responsabilità di indicare all’Europa una rotta e di fornire gli strumenti politici concettuali per imboccarla.

Con questo vertice, Giorgia Meloni ha pensato – oltre ai legittimi e reciproci interessi economici e commerciali nazionali – di far esprimere all’Italia il suo ampio potenziale politico e strategico, rivivificando la relazione con la Germania e offrendo la propria autorevolezza – molti analisti stranieri spiegano come Giorgia sia la leader oggi più autorevole – per un nuovo ciclo europeo che, tra molte nubi, potrebbe delinearsi.

Italia e Germania sono tra i sei Stati fondatori della CEE (e quindi dell’Unione Europea), e la volontà del premier Meloni è di riconfermare quella decisione pur nelle mutate condizioni generali: la sua intenzione è di rifondare l’Unione modificandone drasticamente gli ormai evidenti gangli paralizzanti, senza però affondarla, perché la nave europea va profondamente risistemata e radicalmente reindirizzata, ma deve restare unita nei suoi assetti istituzionali e forte nei suoi fondamenti, che sono le nazioni e i loro popoli. Perciò tutti gli Stati europei dovrebbero appoggiare questo orientamento, perché Meloni e Merz possono davvero costituire la spinta per realizzare questo obiettivo di lunga prospettiva (e certamente anche di elevatissima difficoltà) e portare finalmente un po’ di ordine nel caos geopolitico attuale.


di Renato Cristin