lunedì 26 gennaio 2026
Tra conflitti attuali e antisemitismo crescente, ricordare la Shoah è un dovere civile e morale
Il 27 gennaio non è una data come le altre. È il giorno in cui il mondo si ferma per ricordare Auschwitz, la Shoah e l’orrore di un genocidio che ha spezzato sei milioni di vite e milioni di altre esistenze considerate “indesiderabili”. La liberazione del campo di concentramento nel 1945 non fu solo la fine di un incubo concreto: fu una sveglia morale per l’umanità intera. Eppure, oggi, il richiamo della memoria sembra più urgente che mai.
Ricordare la Shoah non significa soltanto guardare indietro: significa leggere il presente con occhi lucidi e coscienti. Perché il mondo che oggi attraversiamo è segnato da conflitti, tensioni e divisioni profonde. Nel cuore del Medio Oriente, la guerra tra Israele e Hamas, innescata dall’attacco del 7 ottobre 2023, ha riportato la violenza alle porte di milioni di civili, seminando morte, paura e una crisi umanitaria senza precedenti. Tentativi di cessate il fuoco e negoziati internazionali hanno cercato di fermare l’escalation, ma la pace rimane fragile, sospesa su un filo sottile che rischia di spezzarsi da un momento all’altro.
Anche in Europa, le conseguenze di questi conflitti si sono fatte sentire. Manifestazioni pro‑Gaza, spesso legittime nel diritto di esprimersi, hanno talvolta degenerato in episodi di antisemitismo e tensioni dirette contro gli ebrei, ricordandoci che l’odio non dorme mai e può insinuarsi rapidamente in nuove forme. Gesti isolati si sono trasformati in attacchi reali, mostrando come la memoria della Shoah non sia mai un tema lontano dalla vita quotidiana.
Va chiarito un punto fondamentale: la Giornata della Memoria non è una condanna dei palestinesi o di qualsiasi altra comunità. Al contrario, serve a ricordarci che la lotta per la memoria e la dignità umana è anche una lotta per la convivenza, il dialogo e la pace. Ricordare Auschwitz significa ribadire che ogni vita è preziosa e che la giustizia, la solidarietà e la tutela dei diritti devono essere universali, indipendentemente dalle frontiere o dai conflitti attuali.
La storia ci ammonisce: il silenzio, l’indifferenza o la minimizzazione dell’odio sono sempre complici. Le tensioni attuali mettono in luce anche un’altra sfida: trasmettere la memoria alle nuove generazioni. In alcune nazioni, il numero di scuole che celebrano l’Olocausto è drasticamente calato negli ultimi anni, per timore di polemiche o pressioni sociali. Nei campus universitari europei, episodi di antisemitismo e atteggiamenti discriminatori hanno trovato terreno fertile, e molte amministrazioni sono state lente a reagire.
In questo clima di tensione, la società civile ha voluto lanciare messaggi chiari e coraggiosi. Il 30 ottobre 2025, a Roma, si è svolta la manifestazione “Per la nostra libertà – A testa alta con gli ebrei”, alla quale hanno partecipato Comunità ebraiche italiane, associazioni culturali e dei diritti umani e figure di rilievo del giornalismo e della politica. L’evento ha ribadito che gli ebrei devono poter vivere senza paura nello spazio pubblico e che la lotta contro l’antisemitismo è una battaglia per la democrazia.
Scuole, università e istituzioni culturali si impegnano per trasformare la memoria in un atto vivo. In Italia, il Ministero dell’Università e della Ricerca promuove convegni, incontri e proiezioni dedicate alla Shoah, mentre a Roma la rassegna “Memoria genera Futuro” organizza concerti, mostre e percorsi didattici, coinvolgendo studenti e cittadini in un ricordo attivo.
Tuttavia, il clima culturale e politico resta complesso. Alcune organizzazioni suggeriscono di boicottare le celebrazioni del Giorno della Memoria perché ritenute “non inclusive” o perché equiparano impropriamente conflitti attuali alla Shoah. Ma la memoria non può piegarsi alle convenienze del presente: deve restare chiara, netta e inflessibile.
Il 27 gennaio ci ricorda che la pace è fragile e che i semi dell’odio possono germogliare ovunque se non vigiliamo. Ricordare la Shoah oggi significa fare i conti con l’antisemitismo, con la strumentalizzazione della storia e con la banalizzazione della violenza. Significa comprendere che l’indifferenza, anche di fronte a segnali piccoli, è pericolosa.
Mai più. Non come parola rituale, non come retorica, ma come promessa attiva, impegno quotidiano e responsabilità collettiva. In un mondo segnato da conflitti, sfollati e tensioni sociali, la memoria è l’arma più potente contro l’odio e la violenza. La Shoah ci parla ancora: non possiamo permetterci di ignorarla. Il 27 gennaio non è solo un giorno per ricordare. È un richiamo a resistere, denunciare e costruire, affinché la dignità umana non sia mai più calpestata. La memoria è viva solo se ci obbliga ad agire: oggi come ieri, mai più deve restare un imperativo concreto e non un semplice ricordo.
di Claudia Conte