mercoledì 21 gennaio 2026
Ci voleva lui, il pazzo, arrogante, imprevedibile “Donald” – tale appare agli occhi sbiechi dei progressisti, ovviamente! – per assestare il colpo non di grazia ma di ruspa a quell’edificio pericolante che è l’Onu. Che il newyorkese Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, con tutte le sue dependance e suppellettili pseudo pacifiste, possa venire giù non è forse una buona notizia? Per quanto ci riguarda, non buona ottima. Ma è lecito chiedersi: come fa quel demonio di un Trump a fare ciò che le menti sane dell’Occidente, non intossicate dal veleno dell’egualitarismo su scala planetaria, avrebbero dovuto fare già da un pezzo? Semplicemente creando una struttura internazionale alternativa che, rispetto all’obsoleto – e costoso – carrozzone universalista delle Nazioni Unite, funzionasse e fosse in grado di prendere decisioni efficaci in vista della stabilizzazione duratura degli equilibri di pace globali. Lo strumento adesso c’è, l’occasione per testarlo anche.
Si chiama Board of Peace. La sua principale e immediata attività sarà nell’implementazione della seconda fase di attuazione dell’Accordo del cessate il fuoco a Gaza, creando una Forza di stabilizzazione internazionale destinata a supervisionare gli sforzi di governance, di ricostruzione e di sicurezza nella Striscia. Principale ma non esclusiva mission atteso che nelle intenzioni di Trump il BoP (acronimo di Board of Peace) diventi: “Un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti” (fonte: Elena Betti su Wired, 19 gennaio 2026).
Non solo Gaza, ma da Gaza si parte per intervenire in tutti i focolai di crisi attivi nel mondo. L’obiezione legittima che gli scettici potrebbero avanzare si focalizza su una domanda: perché questo nuovo strumento dovrebbe funzionare laddove la grande macchina dell’Onu ha ripetutamente fallito? Risposta: perché è una struttura piramidale dove a comandare è l’attore più forte (gli Stati Uniti) e non un’assemblea condominiale paralizzata dai veti reciproci.
Qualche anima bella sentirà offeso il suo afflato verso l’unanimismo universalistico. Pazienza! Sapremo farcene una ragione dopo gli anni in cui abbiamo assistito da spettatori impotenti e paganti allo scempio della ragionevolezza di cui l’Onu è stata colpevole mallevadrice. Di che si parla? Dello stupro reiterato del buonsenso che ha portato, nel novembre del 2023, a dare all’Iran la presidenza del Forum sui diritti umani delle Nazioni Unite – per intenderci: come affidare a Dracula la presidenza dell’Avis – e a nominare tale Francesca Albanese da Ariano Irpino relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Tanto per citare i casi più eclatanti.
Il BoP sarà aperto ai rappresentati dei Paesi invitati da Donald Trump a farne parte. Ma non solo soggetti statuali siederanno nel Consiglio di Pace. Ci saranno anche imprenditori, finanzieri, tecnici. A qualcuno cascherà il sopracciglio, ma no problem, la chirurgia plastica fa miracoli. Concordemente, è nostra opinione che coinvolgere chi, in fase di risoluzione di una crisi, è chiamato a metterci i quattrini sia una scelta logica oltre che lungimirante.
Trump non sa più come dirlo: è finito il tempo degli scrocconi, cioè di quelli che senza metterci un soldo ma traendone grandi vantaggi per sé pretendono di pontificare sulle scelte da compiere nel quadro degli equilibri geostrategici globali. In nome di cosa? E perché? Perché forse un tempo hanno contato qualcosa nella storia? Hanno governato il mondo conosciuto? Hanno portato pace e progresso ovunque? Sarà, peccato però che il libro del colonialismo europeo dal Cinquecento al Novecento racconti una storia diversa, e non propriamente edificante.
A far parte del Board è stata invitata anche Giorgia Meloni. Era prevedibile che accadesse. Trump si fida dell’alleata italiana ed è pienamente cosciente dell’eccellente lavoro di ritessitura dei rapporti economici e strategici che il Governo Meloni ha realizzato nell’area del Medioriente dopo la disastrosa parentesi dei Governi Conte. Giusto per rinfrescare la memoria a chi l’ha corta: mentre nel 2021 – Giuseppe Conte regnante a Palazzo Chigi – l’Italia si è fatta cacciare via dalla base aerea di al-Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, tanto i rapporti tra i due Paesi si erano logorati, lo scorso anno il Governo di Abu Dhabi ha annunciato la decisione di investire 40 miliardi di dollari nel sistema economico- produttivo italiano. Ergo: Meloni, nelle relazioni internazionali, ci sa fare.
Ma non ci saranno solo gli amici di “Donald” nel Board. Saranno presenti anche personaggi ambigui dei quali è meglio non fidarsi. Il primo tra questi è il turco Recep Tayyip Erdoğan. Era inevitabile che il piccolo tiranno, con sogni di grandezza da impero ottomano e con l’ambizione a stare a tutti i tavoli, facesse carte false per entrare in partita. Proprio per questo è fondamentale che l’Italia ci sia e faccia sentire la sua voce in un contesto destinato a incidere nella sostanza dei rapporti geopolitici nell’area del Mediterraneo orientale.
Soprattutto adesso che appare concreta la presenza nel Board di Vladimir Putin, invitato da the Donald a prendervi parte. Invece, a declinare l’invito a partecipare è stato Emmanuel Macron, lo stesso personaggio che vorrebbe in queste ore trascinare l’Unione europea in un confronto muscolare con gli Stati Uniti sulla vicenda della Groenlandia. Trump non sembra particolarmente affranto dalla decisione del francese di chiamarsi fuori. E neanche noi dovremmo esserlo.
Nel Board le decisioni verranno assunte a maggioranza e ciò eviterà il rischio paralisi. I membri chiamati a farne parte rimarranno in carica tre anni, salvo che il Paese aderente non decida di versare una fiche d’ingresso di 1miliardo di dollari che gli conferirà il diritto a un seggio permanente nel Consiglio. Un impegno finanziario significativo da assumere, ma che consentirebbe all’Italia di entrare nel grande gioco planetario con un posto in prima fila e di restarci per sempre. Non pensate che ne valga la pena? Si tratta di un’occasione da non lasciarsi sfuggire.
Si obietterà: dove si prendono i soldi se le casse dello Stato sono all’asciutto? Un qualche taglio alla spesa corrente improduttiva non sarebbe male. Di denari se ne sprecano tanti, come i 95,6 milioni di dollari versati dall’Italia nel 2025 a titolo di quota di partecipazione al bilancio ordinario dell’Onu. E per cosa? Per ritrovarsi una come la Albanese a strologare su Gaza e su fantomatici genocidi compiuti dagli israeliani contro i poveri, innocenti “gazesi” (noi preferiamo il più genuino “gazesi” all’esotico “gazawi”)?
Si può cominciare da lì, dal chiudere il rubinetto finanziario per prepararsi a dire addio a un’organizzazione internazionale – l’Onu – che non ha più nulla da fare per il bene dell’umanità e che, invece, con il prorompere del Board sulla scena internazionale dovrebbe trasformarsi in qualcosa di davvero utile per la memoria: un museo delle anticaglie del Novecento.
di Cristofaro Sola