lunedì 19 gennaio 2026
Il tentativo di riabilitare il figlio dell’ultimo shāh in Iran non si limita ad alimentare l’illusione che siano le potenze straniere – in particolare Stati Uniti e Israele – a dover determinare il destino politico dell’Iran. La sua comparsa sulla scena pubblica, così rumorosa e talvolta aggressiva, non va interpretata come un semplice ritorno nostalgico, ma come l’emersione di una crisi più profonda: una crisi della soggettività politica, dell’immaginario collettivo e della comprensione stessa della modernità.
La propaganda sfrutta proprio questa crisi. In questa narrazione si insinua l’idea inquietante che il futuro degli iraniani consista in un ritorno all’indietro, nella sostituzione di una corona a un turbante, come se la storia fosse un repertorio di simboli intercambiabili e non un processo di emancipazione. Come se gli iraniani fossero davvero condannati a subire ripetutamente il motto: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Dimenticare che la monarchia in Iran – dai Qajar ai Pahlavi – ha soffocato i prodromi della democrazia, generati nel Paese agli inizi del Novecento, significa rimuovere un intero capitolo della “modernizzazione” mancata. Gli ultimi shāh di Persia calpestarono senza esitazione la Costituzione nata dalla lotta dei costituzionalisti e dei mojahedin di Sattar Khan, l’eroe nazionale. E da quando in Iran si è avviato il cammino verso la democrazia e per l’autodeterminazione, gli ultimi quattro shāh hanno concluso la loro parabola politica dittatoriale fuggendo dal Paese e in esilio. È difficile non scorgere, in questa sequenza, un messaggio che la storia continua a insegnarci con ostinazione: che la testarda verità sui fatti, alla fine, si impone.
Per una parte della società, la monarchia non è soltanto un’istituzione scomparsa, ma un vero e proprio modello mentale del potere. Nel loro inconscio politico sopravvive come uno schema unico e totalizzante, pronto a riemergere nei momenti di crisi sotto forma di soluzione, salvezza o alternativa. In questo orizzonte mentale, il futuro non è un progetto da costruire, ma un reperto da riesumare: resta imprigionato nella bara del passato.
Nessuna trasformazione politica realmente progressista può emergere senza una capacità collettiva di superare il modello centralizzato ereditato dalla storia. Il volume assordante dell’informazione mainstream sul salvifico “ritorno al passato”, sommato alla letteratura banalizzante dei dilettanti allo sbaraglio e degli accademici troppo loquaci su argomenti che non afferrano, non contribuisce certo a fare chiarezza. Al contrario, amplifica la confusione, alimenta narrazioni superficiali e finisce per oscurare proprio quelle dinamiche profonde che agiscono sulla popolazione dell’Iran, un popolo in lotta secolare per la propria autodeterminazione.
È innegabile che il regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979, con la sua violenza sistemica e la sua cronica incapacità, abbia contribuito ad alimentare questa illusione. In quarantasette anni di feroce dittatura, la Repubblica islamica, con questa ennesima efferatezza, ha prodotto un vuoto che alcuni tentano di colmare evocando figure del passato, come se il futuro fosse un pendolo che oscilla tra due forme di verticalità: il turbante e la corona. Tutto questo accade quando le forze reazionarie, interne ed esterne, si coalizzano attorno ai propri interessi che hanno ben poco a che vedere con quelli della popolazione iraniana. Così viene oscurata una lotta dura, pagata col sangue versato delle donne e degli uomini iraniani: una lotta iniziata a meno di un mese dall’insediamento al potere di Khomeini e che negli anni Ottanta ha raggiunto il suo apice negli eccidi degli oppositori politici e nella demonizzazione della loro leadership. E nonostante la brutalità del potere, la repressione e le ingiustizie sociali, la lotta per la democrazia e la libertà è continuata in Iran. E ora che è iniziata l’irreversibilità del rovesciamento del regime di velayat-e faqih ̶ il principio teocratico che concentra il potere nelle mani del giurisperito, ponendo la sovranità religiosa al di sopra della volontà popolare ̶ si riesuma una figura estranea alle istanze democratiche della popolazione e assente nelle lotte per la libertà.
In questi giorni drammatici per l’Iran, questa illusione a presa rapida si manifesta come una politica monologica, fondata su un’immagine e non sul dialogo. Una politica di esclusione che, invece di riconoscere la pluralità costitutiva della società, tenta di imporre una narrazione univoca e definitiva, una voce unica e dominante, un centro sottratto a ogni critica: “È lui che deve guidarci! È lui che ci deve rappresentare e salvare!”. Come se il desiderio di emanciparsi dal totalitarismo preistorico dei mullà non richiedesse, innanzitutto, l’assunzione di una razionalità democratica come spazio di interazione tra molteplici soggettività.
Quando i media trasformano una figura in un simbolo salvifico, invece di sottoporla al necessario esame critico, finiscono per farne uno strumento che disciplina il dissenso già nella fase della sua ascesa. E una figura costruita in questo modo, invece di unire, apre nuove fratture. Il tutto senza soffermarsi sulle caratteristiche della persona in questione, priva di carisma e di esperienza rilevante, la cui unica legittimazione deriva dall’essere “figlio di” colui che, alla prova della storia, scelse la fuga.
Il regime islamico è ormai giunto al termine del suo percorso, questo è evidente. Ma il Paese potrà dirsi davvero libero e democratico solo quando saprà liberarsi dall’ossessione dell’eliminazione del dissenso e dalla mitizzazione del passato; quando saprà sostituire il suddito con il cittadino, l’obbedienza con il dialogo, il mito con la storia. Perché le masse che aspirano alla libertà e alla piena cittadinanza non sono più un corpo afono, ma un soggetto politico in formazione, le cui voci non possono essere né compresse in un’unica figura né ridotte a un’unica narrazione.
Questa narrazione ostinata, rilanciata da molti media occidentali, è dolorosa e costa sangue agli iraniani: si parla di oltre ventimila morti in soli due giorni. È un’illusione che finisce per servire tanto al regime quanto a quell’Occidente che continua a voler ipotecare il futuro dell’Iran. Da qui l’insistenza nel cercare un nuovo Khomeini ̶ come quello che, agli inizi della rivoluzione antimonarchica, fecero credere avesse il volto riflesso sulla luna ̶ da promuovere a guida della nuova rivoluzione del popolo iraniano.
Chi invita la rivoluzione iraniana a guardare all’esterno o a sognare un salvatore offende la dignità di una nazione che combatte sul campo con immensi sacrifici. L’intervento militare straniero non è altro che l’altra faccia della stessa politica di appeasement che, per decenni, ha protetto il regime sanguinario dei mullà. L’unica via concreta è ascoltare e sostenere la lotta del popolo e la sua resistenza organizzata, con un motto chiaro: “Né shāh, né mullà, no alla dittatura!”.
In questa rivoluzione, al contrario di quella antimonarchica del 1979, è la forza del popolo che combatte sul campo a essere determinante, e non i giochi e il leader calati dall’alto. Gli strazianti sacchi neri colmi di corpi senza vita esibiscono la disumana arroganza della dittatura e i balbettii dei governi occidentali, che non sanno andare oltre dichiarazioni di circostanza. Quegli stessi governi che, in decenni di potere dello Stato islamico in Iran, non hanno saputo offrire altro che appeasement o interventi militari. Quei sacchi neri e i gemiti delle madri in cerca dei figli mettono l’umanità intera di fronte alla propria responsabilità. Sfruttare questo indicibile dolore è autentica disumanità.
In Iran c’è un prima e un dopo rispetto a quelle scene lancinanti. E il popolo è oggi più determinato che mai a spazzare via questo apparato di brutalità, senza più esitazioni. La questione iraniana è molto più complessa rispetto alle narrazioni che circolano. Ed è illusorio pensare di poter imporre una figura nuova o restaurata che possa frenare la nascita della libertà e della democrazia in questa antica Terra.
di Esmail Mohades