Il paradosso italiano

venerdì 16 gennaio 2026


Partiamo dai dati dell’Istat, che hanno il crisma dell’ufficialità e dovrebbero sfuggire alle accuse di partigianeria che reciprocamente inquinano il dibattito tra maggioranza e opposizione. Il tasso di disoccupazione è 5,7 per cento, il più basso dal 2004, da quando disponiamo della serie storica. Il tasso di occupazione è 62,6 per cento, con più di 24 milioni di occupati, un record storico.

A fronte di tali cifre positive, esistono quelle negative. Il tasso di inattività (persone che non lavorano e non cercano lavoro) è 33,5 per cento, mentre le donne inattive sono 7,8 milioni circa il 42 per cento. Quanto ad altri parametri, lo spread (differenza tra tassi d’interesse italiani e tedeschi) è sceso a 69 punti e il Btp rende il 3,51 per cento, che l’Italia paga ai possessori dei nostri Buoni poliennali del Tesoro. Negli anni in questione, il governo ha potuto disporre di 194,4 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per investimenti. Sempre negli anni in questione, il debito pubblico ha raggiunto il picco storico di 3.131miliardi, circa il 139 per cento del Pil, comportando un onere finanziario superiore a 100 miliardi annui di interessi. Ancora negli anni in questione, il tasso di crescita è stato stimato tra 0,5 e 0,7 per cento.

Come spiegare tutti questi elementi, occupazionali, finanziari, economici, dei quali il meno che si possa dire è che non collimano? Raccapezzarcisi è interesse nazionale dell’Italia, non di questo o quel governo, non di questa o quella maggioranza, non di questo o quel partito. Governi, maggioranze, partiti che, per natura, tendono e tentano sempre di tirar l’acqua al loro mulino.

Prendiamo il caso esemplare del debito pubblico. Obbedendo saggiamente all’ingiunzione europea, il Governo ha riportato il deficit sotto il 3 per cento per scampare alla procedura d’infrazione. Ottima decisione, ma non significa affatto che il nostro imponente debito verrà ridotto, bensì, al contrario, che crescerà meno del 3 per cento! Né dobbiamo vantarci né deve rassicurarci il fatto che le entrate pareggino le spese (detratta la spesa per gl’interessi), magari con un margine attivo. Tale sfuggente “avanzo primario”, pari allo 0,7 del Pil nel 2025, è infatti una goccia nell’oceano del debito pubblico. Dovrebbe servire a rimborsare il debito per ridurlo, ma spesso lo chiamano “tesoretto” per sprecarlo in altre spese. Secondo gl’insegnamenti economici del liberalismo classico, mai contraddetti anzi confermati dalla storia sia degli Stati che delle famiglie, la ragione fondamentale contraria all’indebitamento sconsiderato è che, nel bisogno, riduce fino ad azzerare le opzioni. Detto altrimenti, toglie ai governi la libertà di scegliere, specialmente quando dovessero trovarsi davanti ad alternative esiziali, alla stregua di difendersi o assoggettarsi.  

La domanda che la cerchia degli avveduti, distribuiti, per pochi che siano, nell’intero establishment, è la seguente: gli occupati sono una variabile dipendente del Pil o il Pil è una variabile dipendente dell’occupazione?

Fatto sta che, in base all’Istat, gli occupati crescono. Fatto sta che, in base all’Istat (e alla Banca d’Italia, all’Ufficio parlamentare del bilancio, eccetera), il Pil cresce, se può dirsi, in percentuali prossime allo zero. È il paradosso italiano, che però, a ben vedere, non è così paradossale, ma spiegabile, forse, sia con una occupazione a bassa produttività sia con una base occupazionale frazionata in molti posti di lavoro pagati meno o male, di fatto una sottoccupazione distribuita.

Comunque sia, il paradosso italiano evidenzia uno stato di fatto che non può protrarsi per anni. Alla lunga non può reggere. Il cinico giustificatore della spesa a debito esortava all’interventismo statalistico senza drammatizzarlo, anzi compiacendosene, perché “sul lungo periodo saremo tutti morti.” Ma il paradosso italiano costringe a pensare e provvedere altrimenti alla vita che sarà nel medio periodo.


di Pietro Di Muccio de Quattro