Dall’Europa l’ultima trovata: “Siamo tutti groenlandesi”

venerdì 16 gennaio 2026


A proposito della guerra dei bottoni che i leader europei (con qualche commendevole eccezione) vorrebbero combattere contro Donald Trump viene alla mente una locuzione latina che fotografa l’assurdità del momento meglio di qualsiasi dotto discorso: Quos vult Iupiter perdere, dementat prius, tradotto “ A coloro che vuole perdere, Giove toglie prima la ragione”. Che è ciò che sta accadendo con la storia della Groenlandia. Per secoli di quel pezzo di mondo coperto dai ghiacci non è fregato niente a nessuno. Dai primi del Settecento colonia dell’impero coloniale danese, soltanto dal 1953 la Groenlandia è stata trasformata giuridicamente da colonia in amt (contea) d’oltremare del regno di Danimarca e dal 1979 le è stato riconosciuto il diritto di autogovernarsi. Un’autonomia fatta valere, nel 1985, quando all’esito di un referendum l’isola artica sancì la propria uscita dall’allora Comunità economica europea, cioè dalla genitrice quell’Unione europea che oggi si dichiara pronta a battersi per quello che (impropriamente) considera un pezzo d’Europa.

L’isola più grande del mondo è anche tra i posti più spopolati del pianeta. Rispetto alla sua immensa estensione geografica, le 56.542 persone che la abitano (orsi bianchi esclusi) sono niente sulla scala delle densità demografiche. La Danimarca esercita la giurisdizione statuale sull’isola non per diritto divino ma grazie all’assenso delle nazioni occidentali. I suoi governi, per vedersi riconosciuto in tempi moderni il privilegio sovrano sul territorio groenlandese, all’inizio del XX secolo dovettero intavolare trattative con gli Stati Uniti e, successivamente, con il Giappone e con le principali potenze europee, tra le quali l’Italia per riceverne il consenso. Tuttavia, resta il dato strutturale per cui l’isola, sotto il profilo geostrategico, sia valutata come luogo totalmente indifendibile dalle limitate forze militari della piccola Danimarca. Non è un caso se nel lontano 1941, per evitare che la Groenlandia fosse annessa al Reich tedesco, le amministrazioni locali stipularono un accordo – poi noto come il Trattato Kauffmann, dal nome di Henrik Kauffmann l’ambasciatore danese negli Usa che aveva propiziato l’intervento di Washington perché la Groenlandia non cadesse nelle mani di Adolf Hitler – che avrebbe consentito agli Usa l’installazione sull’isola di proprie basi militari.

Nel 1953, in piena Guerra fredda, il Trattato venne sostituito da un accordo più ampio e articolato che, sostanzialmente, concedeva mano libera agli Usa nell’utilizzo del territorio a scopi di proiezione strategica. Oggi tanto scalpore e tanta indignazione per la decisione di Trump di andare in fondo alla questione dell’annessione dell’isola agli States, ma non è la prima volta che uno Stato estero provi a prendersela. A parte i tentativi andati a vuoto delle amministrazioni americane di comprarla dai danesi – nel 1868 sarebbe stata preparata un’offerta d’acquisto per un controvalore in oro pari a 5,5 milioni di dollari mai recapitata al governo di Copenaghen; nel 1946 il presidente Harry Truman offrì 100 milioni di dollari alla Danimarca per l’acquisto ma l’offerta venne respinta – non sono mancati i tentativi armati di portarla via a Copenaghen.

Nel 1931 una spedizione norvegese, con l’appoggio del Governo di Oslo, occupò la Groenlandia orientale. L’area conquistata fu chiamata la “Terra di Erik il Rosso” in onore del conquistatore vichingo che nel X secolo fondò il primo insediamento norvegese in Groenlandia. Lo “scippo” durò poco perché nel 1933 una sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale (organismo della Società delle nazioni) si pronunciò a favore del diritto della Danimarca all’integrità territoriale del suo possedimento d’oltremare. Con i cambiamenti climatici che aprono nuove rotte commerciali in acque finora inaccessibili e con le accresciute esigenze degli apparati industriali di reperire ovunque si trovino le materie prime indispensabili allo sviluppo delle nuove tecnologie, l’America trumpiana, che è chiamata a colmare un gap produttivo impressionante rispetto alle potenze economiche globali, torna a puntare la Groenlandia come pedina fondamentale del proprio asset strategico. La vuole per sé, ma soprattutto non vuole che se la prendano altri, in particolare la Cina, che da anni ha cominciato a investire per accaparrarsi ampie zone di territorio groenlandese.

Non è solo questione di sfruttamento delle immense risorse minerarie, che la Groenlandia nasconderebbe nel sottosuolo. La partita geostrategica del futuro vede l’Artico come fulcro intorno a cui ruoteranno i destini delle grandi potenze globali. Ne è consapevole Mosca, lo sa Pechino e adesso anche Washington ha aperto gli occhi. A fronte di uno scenario che si preannuncia potenzialmente apocalittico, l’Europa che fa? Si dice pronta alla guerra contro l’invasore americano (in fieri). E per mostrare i muscoli mette insieme una piccola truppa da inviare in armi sull’isola dei ghiacci. Se non fosse da piangere, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate. Sembra una barzelletta: c’erano un francese, un tedesco, un danese, uno svedese… Ragazzi, ma fate davvero? Veramente vogliamo scoprire il petto e sfidare “cavallo pazzo” Donald dicendogli: se vuoi Nuuk devi passare sul nostro cadavere? E sai quello lì quanto ci mette a fare polpette dei nani europei, che personalmente schifa dal profondo del cuore.

Ma il peggio per le nostre abusate orecchie viene dai media che continuano a propalare informazioni errate sul presidente Usa, descrivendolo come un pazzo esagitato, in preda a un delirio di onnipotenza. A dipingerne il profilo da psicopatico sono gli stessi intellettuali da salotto del barbiere, superficiali e faziosi, i quali dopo 2000 anni ancora faticano a comprendere, nell’analisi delle sacre radici del potere, il profondo portato simbolico della leggenda/mito dell’imperatore Caligola che nominò senatore Incitatus, il suo cavallo. Per la cultura moderna, distribuita un tanto al chilo, anche l’illustre romano sarebbe stato un folle, preda di un delirio. Così come adesso, quanti hanno saputo leggere il messaggio nascosto dentro quella uscita recente di Donald Trump riguardo al proprio potere limitato solo dalla sua morale? Pochissimi.

Eppure, invece di fermarsi alla superficie del moralismo da quattro soldi, un’indagine più seria avrebbe dovuto mettere in evidenza l’assonanza dell’asserzione con un motto identitario dei vertici supremi della Massoneria di rito scozzese, peraltro diffusa e potentissima negli Stati Uniti. Quel “Deus meumque jus” (Dio e la mia legge), che campeggia in forma di cartiglio sugli ornamenti distintivi del 33° e ultimo grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, ha un significato simbolico che traduce e trasmette “la conscia e tranquilla affermazione del potere, di attribuzione divina, dell’iniziato” (Poli). Trump si sente investito di una missione che restituisce orizzonte di senso alla sua funzione presidenziale (orizzonte drammaticamente perduto dagli ultimi suoi predecessori). Possono i deboli europei opporsi al portatore di una visione del mondo, di una weltanschauung? Non certo con la forza muscolare, che non hanno. Possono invece percorrere un’altra strada, che il Trump imprenditore conosce e apprezza. L’Europa può trattare per acquisire vantaggi in un possibile scambio. Tanto per intenderci: quando, nel 1915, la Danimarca chiese agli Stati Uniti il riconoscimento della sua sovranità sulla Groenlandia, questi ultimi la concessero, al temine di una lunga trattativa terminata il 4 agosto 1916, ottenendo in cambio la cessione da Copenaghen delle Indie occidentali danesi.

Ora, Trump dice che l’isola artica è strategica per gli Usa. Se è così, gli europei lo assecondino. Invece, però, di sparare cavolate su una inesistente volontà degli Inuit di Groenlandia di volere essere europei, si domandi a Trump: tu, in cambio cosa sei disposto a dare? E se si fosse bravi nel contrattare, sarebbe bello sperare di uscirne con un cappello pieno di ciliegie (per ricordare un titolo da Oriana Fallaci) piuttosto che con le pive nel sacco. Invece no, preferiamo la farsa. A proposito, siamo curiosi: è poi partita con destinazione Nuuk la squadra di ricognizione della Bundeswehr tedesca formata da 13 soldati a bordo di un Airbus A400M? E il piccolo Emmanuel Macron, per non essere da meno all’invidiato dirimpettaio d’Oltre Reno, chi ha spedito tra i ghiacci? Gli zuavi? Francamente non sappiamo cosa pensare. Cari leader europei, abbiate pietà di noi e concedeteci almeno un atto di generosità: avvisateci quando la campanella suonerà per annunciare che la ricreazione è finita e che si deve tornare a parlare di cose serie.


di Cristofaro Sola