Cosa vuole veramente Trump?

martedì 13 gennaio 2026


E la Storia chiamò a sé un bifolco, per servirla. Potrebbe essere questo l’incipit di una futura biografia di Donald Trump, se il 2026 confermerà con dei risultati tangibili l’attivismo del presidente americano. Altro che isolazionismo. Sembrano passati decenni dal primo mandato di Trump alla Casa Bianca, da una politica estera fatta più di trame sottili che di proclami minacciosi e azioni eclatanti. Gli accordi di Abramo, per esempio, sono stati perseguiti con una certa raffinatezza politica e poco clamore, nonostante l’intenzione netta di isolare l’Iran e indebolire il predominio dell’influenza sciita sulla regione mediorientale; doti che a un anno di distanza dall’inizio del secondo mandato il tycoon sembra avere del tutto accantonato in favore di un’aggressività verbale e strategica che lascia perplessi. Cosa vuole veramente Trump?

La risposta potrebbe essere più complessa di quanto i suoi comportamenti lascerebbero pensare. Nei quattro anni di interludio tra un mandato e l’altro Donald ha preso appunti: la Russia ha invaso l’Ucraina, Hamas ha compiuto la peggiore strage di ebrei dai tempi della Shoah, Israele ha reagito con una guerra senza quartiere, la Cina ha esteso la propria ragnatela economica e politica su l’Africa e sul sud America, e volge il suo occhio vorace sull’indipendenza di Taiwan. In mezzo, una Europa ipertrofica di dichiarazioni altisonanti ma politicamente insussistente, un’America fagocitata da una crisi culturale senza precedenti, il fallimento e il crollo rovinoso della credibilità delle maggiori istituzioni internazionali, e un mondo in cui sono definitivamente saltati gli archetipi politici e morali sanciti dalla Seconda Guerra mondiale: le dittature proliferano, il terrorismo macina consenso, un antisemitismo che si credeva sconfitto manifesta libero, fiero e prepotente nelle piazze di tutto il mondo. E uccide.

Di fronte a tutto questo, Donald non sfoggia analisi geopolitiche sofisticate; ha poche idee, ma la realtà gli appare chiarissima: non si tratta di pacificare una determinata regione o salvare l’indipendenza di un determinato Paese; in gioco c’è la sopravvivenza della civiltà occidentale e il perdurare del suo ruolo primario negli equilibri politici, economici e strategici dei prossimi decenni. Si tratta di riallineare gli asset globali e ristabilire la leadership della democrazia americana nella guida dell’Occidente e del mondo, in certa misura. Anche con la forza. Qualcuno, poi, deve avergli fatto notare un paio di cose: a 36 anni dalla fine della guerra fredda il mondo è più che mai diviso e conteso, con la differenza che l’Occidente – con i valori politici ed economici che rappresenta – si è ristretto più di quanto si sia espanso, tutto rannicchiato e flagellato in una crisi identitaria che ne ha rosicchiato in gran parte le maggiori capacità: produzione, pensiero, cultura, innovazione. Solo la tecnologia progredisce, ma lo fa per sostituirsi alla filosofia, seguita di buon passo dalla scienza, che ha rinunciato al metodo sperimentale per sostituirsi alla politica.

Questo, oggi, è l’Occidente. Dall’altra parte, però, non si è perso tempo. I Paesi cosiddetti “emergenti”, alla fine, sono emersi, e non nel segno della democrazia e del liberismo, quanto sospinti dalle ideologie, dai fanatismi, dai traffici e dalla ragnatela di un’espansione capillare dell’influenza cinese e dei suoi alleati nel sud del mondo e nel mercato globale. Quello in nome del quale l’Occidente ha inventato il globalismo, una sorta di riscrittura suicida della storia dell’umanità, secondo la quale “noi” abbiamo tutte le colpe e “gli altri” sono tutte vittime, e grazie al quale i Paesi arabi hanno inondato di soldi e di proseliti le istituzioni culturali, mediatiche, sociali e imprenditoriali delle democrazie occidentali. Con il risultato – il più recente in ordine di tempo – che su quanto accade in Iran in questi giorni l’informazione è riduttiva, e molti profili social che diffondono video e aggiornamenti a riguardo vengono bannati o segnalati. Troppi, per essere un caso. Ma Trump è stufo da un pezzo.

Non ha tempo di mettersi a studiare, zittisce chi cerca di raccontargli la lunga storia di tutti gli errori che sono stati commessi dalla caduta del Muro in poi, non gli interessa granché capire come Vladimir Putin sia passato in soli 20 anni dal presenziare alla conferenza Nato di Pratica di Mare all’invasione dell’Ucraina, ma su un dettaglio pone attenzione: la Russia dispone attualmente di oltre 4.000 testate atomiche operative, gli Stati Uniti di oltre 3.000, mentre Francia e Regno Unito, insieme, di 400 (secondo le stime degli istituti internazionali Sipri e Fas). Donald non è mai stato portato per le materie umanistiche, però i numeri li capisce, si fa due conti e ci pensa su, poi decide: l’asse che va dalla Cina alla Russia all’Iran, passando per l’Africa, il sud America e il Medio Oriente, sta fagocitando una quantità impressionante di risorse fisiche, sociali ed economiche, ridisegnando i confini geopolitici del globo, riducendo l’Occidente a spettatore marginale di nuovi equilibri; dunque questi Paesi, i loro accoliti e i loro sostenitori, vanno fermati. Come?

La strategia della deterrenza stile guerra fredda non tiene più, non ci sono due sole superpotenze con le rispettive sfere di influenza a confrontarsi, ma un Occidente debole e diviso contro un asse eterogeneo ma determinato di interessi comuni; bisogna scegliere chi colpire e in che modo, e Donald, dietro una virulenza verbale che minaccia mezzo mondo, sceglie. Mostra i muscoli in Medio Oriente attaccando i siti nucleari iraniani a fianco di Israele, lanciando un messaggio chiarissimo: l’America ha la forza e la capacità di colpire chiunque e ovunque, e non si fa nessun problema a farlo; vale per i Paesi come per le persone. E non a caso fa finta di niente quando Israele colpisce alti esponenti di Hamas in Qatar, uno stato considerato canaglia, ma anche un nemico la cui alleanza è ritenuta necessaria e sul quale Donald conta per portare a termine la guerra a Gaza.

Piaccia o no, funziona. La maggior parte dei Paesi arabi accetta il piano di pace di Trump, e Gaza, dopo due anni di guerra feroce, vede finalmente una tregua. Abbattere il regime degli ayatollah e annientare le organizzazioni terroristiche che a loro nome operano in tutto il Medio Oriente (Hamas, Hezbollah, Houthi, principalmente) – complice anche la caduta di Bashar al-Assad in Siria – non sembra più un traguardo lontano, impossibile, e il primo a convincersene è il popolo iraniano, che si solleva sfidando la repressione terribile che il regime gli scatena contro, determinato, questa volta, a rovesciare definitivamente la dittatura di Teheran. Se questo dovesse finalmente accadere, le ripercussioni sarebbero enormi, non solo per la regione mediorientale. Per la Russia, in particolare, si tratterebbe di un colpo durissimo, che ridurrebbe drasticamente la sua presenza e la sua influenza in tutta l’area, danneggiandola politicamente ed economicamente, e privando i suoi alleati di una spada di Damocle pesantissima sul collo della civiltà occidentale. Ma il gigante russo rimane una bella gatta da pelare per Donald. Se l’idea è quella di rimettere al loro posto regimi e dittatori, non si capisce perché alla guerra russo-ucraina Trump si sia approcciato sculacciando Volodymyr Zelensky e coccolando Putin.

Il realismo politico è sempre brutto, sporco e cattivo, ma mai inutile. Bisogna farci i conti. Destituire Putin o sconfiggere la Russia in una guerra convenzionale non è un’opzione credibile, la Storia lo dimostra, e anche a volerla ignorare la deterrenza nucleare conta ancora qualcosa. Quattro anni di guerra, tutte le sanzioni e il sostegno militare all’Ucraina non hanno intaccato le capacità belliche russe, né inflitto loro gravi sconfitte; scartando l’idea di una guerra totale, l’unica alternativa possibile è un accordo che non piaccia a nessuno. Ci vorrebbe una diplomazia raffinatissima, ma Donald è autodidatta in tutto. La destituzione di Nicolás Maduro in Venezuela rientra probabilmente in questa logica: colpire la fitta rete di interessi economici e strategici russi senza colpire direttamente la Russia. Aggirare le sanzioni, per Putin, non è un grande problema; vedere spezzata la sua catena di approvvigionamenti energetici e minata la presenza economica e politica nel cuore del sud America, invece, sì.

Maduro è un bersaglio ideale: è un dittatore orrendo, odiato e disprezzato dal suo popolo – ridotto alla fame nonostante potenzialmente ricchissimo, e sfibrato da una persecuzione politica e culturale brutale – il cui potere, per la maggior parte dei paesi democratici, è da considerarsi illegale e privo di fondamento. Praticamente, agli occhi di Trump, un narcotrafficante al comando di un intero Paese, e come tale Donald lo tratta, con un’azione di grande impatto e di perfetta esecuzione. Un altro monito, stavolta rivolto ai Paesi centroamericani (Messico, Colombia) più coinvolti nel narcotraffico mondiale e più compromessi con gli investimenti economici e le mire politiche russe e cinesi.

In 12 mesi Donald ha messo a soqquadro il mondo, è un dato di fatto. I suoi metodi sono oggettivamente inquietanti, ma la Storia del prossimo futuro la scriveranno i fatti, che saranno molto diversi a seconda delle scelte a breve termine che farà Trump: controllare direttamente il Venezuela o traghettarlo verso una (vecchia) nuova democrazia? Issare la bandiera a stelle e strisce in Groenlandia o dire la sua sulla rotta artica? Riportare in vita la Persia o cambiare leadership al Medio Oriente? Le incognite sono tante, e sono tutte nelle sue mani. Gli altri, spiace dirlo, contano poco. Possiamo focalizzarci sulla drammaticità del momento o sulle aspettative incredibili che suscita, scandalizzarci o entusiasmarci, non importa; siamo comunque ad una svolta epocale, e la stiamo vivendo perché il meno promettente tra i già tanto mediocri leader che governano il mondo, forse, è stato davvero chiamato a fare la Storia.


di Valentina Meliadò