Carlson-Fuentes: quando Maga confina con il nazicomunismo

lunedì 12 gennaio 2026


La notizia è che l’organizzazione StopAntisemitism, nota per la sua attività di denuncia delle espressioni di antisemitismo che circolano nei media statunitensi (ma in generale nel web e quindi potenzialmente in qualsiasi paese), ha definito Tucker Carlson come «l’antisemita dell’anno», assegnandogli una sorta di funesto premio alla rovescia, riservato a coloro che si sono distinti, per caparbietà ideologica e per effetto mediatico, nell’odio contro gli ebrei e contro Israele.

La non-notizia è che Carlson sia ostile nei confronti di Israele e che stigmatizzi l’influenza e perfino la presenza ebraica nella politica e nella società americane, estendendo la sua avversione a tutte quelle nazioni o quei movimenti che sostengono Israele. La posizione di Carlson è infatti arcinota; il suo antisionismo è una versione politica dell’antisemitismo diffuso – sebbene spesso camuffato – in una parte di elettorato americano che si riconosce oggi nel movimento MAGA.

L’animosità di Carlson contro Israele e il popolo ebreo si combina con il suo conclamato sostegno e addirittura asservimento al regime neosovietico putiniano, formando un quadro ideologico che se sul piano formale è legittimo (è ovvio che ognuno dev’essere libero di esprimersi), su quello sostanziale è pericoloso, perché oltre a colpire l’ebraismo nel suo insieme e, sull’altro versante, a favorire la propaganda russa, danneggia anche il Partito Repubblicano, che nella sua maggioranza era sempre stato tradizionalmente vicino al mondo ebraico e fortemente avverso alla Russia, e si rivela dannoso anche per il movimento – i conservatori americani della specie MAGA – al quale Carlson appartiene.

Come spiega Liora Rez, giornalista ritenuta vicina alla destra americana (in ogni caso certamente non vicina dalla sinistra, tanto più in quanto esule dall’Unione Sovietica) e fondatrice di StopAntisemitism, la sorveglianza e la denuncia di retoriche antisemite non sono censure né attacchi alla libertà di espressione, bensì altrettanto libere segnalazioni di linguaggi che sono diffamatori nei confronti degli ebrei e che, come sappiamo dall’esperienza storica, sono premesse per atti di intimidazione o di violenza. E in questa logica Carlson è un attivista antisionista che va evidenziato, non per impedirgli di parlare ma per smascherare le menzogne di cui sono infarcite le sue invettive. Lo schema carlsoniano è simmetrico nel caso di Israele e in quello della Russia: menzogne, denigratorie nel primo caso e apologetiche nel secondo. La libertà di opinione, va ribadito, è intangibile, ma se non c’è verità, non ci potrà mai essere autentica libertà, e quindi la ricerca della verità dev’essere a fondamento dell’esercizio della libertà.

L’antisionismo carlsoniano non deriva semplicemente da quello che egli spaccia come uno sconvolgimento della sua coscienza dinanzi a ciò che definisce «genocidio» del popolo palestinese ad opera dello Stato di Israele; proviene da una posizione ideologica precedente, ammorbata da un ancor più antico astio verso l’influsso della «lobby ebraica» sull’amministrazione federale statunitense.

La sua intervista a Nick Fuentes, antisemita e filonazista dichiarato, negazionista della Shoah e fervente sostenitore di Putin, è una perfetta applicazione di quell’astio ed è un modello, squallido ma efficacissimo, di propaganda antisionista rivolta soprattutto alla platea MAGA. L’appoggio a Fuentes fornisce la misura della degradazione politica, culturale e psicologica di Carlson.

A suggello del suo impegno antiebraico e, sottotraccia, filo-hamas, troviamo il recente dialogo che ha intrattenuto con Francesca Albanese, stomachevole campionessa della diffamazione contro Israele. Si osservi, in quel siparietto da compagni di merende, il compiaciuto divertimento di Carlson alla spiegazione che Albanese dà dell’uso del termine genocidio: quel sogghigno esprime ben più che una condivisione terminologica, manifesta una comunanza ideologica.

Questa è la vasta zona oscura che ingrigisce il mondo MAGA, portandolo più nelle vicinanze con il nazismo, anzi, con il nazicomunismo (non dimentichiamo infatti l’intervista-colloquio di Carlson con il teorico del nazionalbolscevismo Alexandr Dugin dell’aprile 2024, in cui entrambi solidarizzavano nel comune disprezzo del liberalismo), che con il liberalconservatorismo occidentale, mostrando paradossali e inquietanti analogie con il sindaco di New York Zohran Mamdani, che pochi giorni fa ha troncato alcuni importanti rapporti commerciali con Israele. Intorno all’odio verso Israele si salda quell’asse rossobruno (pseudodestra filonazista e sinistra filoislamica) che da anni vediamo affiorare sulle acque limacciose dell’eterogeneo antioccidentalismo incistato nell’Occidente stesso, e del quale Tucker e Albanese sono un istruttivo (e inquietante) esempio.

I conservatori americani, come pure quelli di tutto il mondo, dovrebbero alzare un muro dinanzi a questi raccapriccianti discorsi, che invece rischiano di venir considerati normali, accettabili perfino. Se i conservatori perdono di vista questo limite, MAGA finisce per confinare con nazismo. Non bisogna cadere nella logica della minimizzazione: stiamo assistendo a uno scivolamento abissale, ed è perciò che andrebbe posto un argine, subito e senza esitazioni, all’antisemitismo strisciante che infesta il mondo MAGA e lambisce il Partito Repubblicano. E spiegare, a chi è in grado di imporre quell’argine, che è meglio perdere una fetta di voti, addirittura perdere una tornata elettorale se necessario, anziché far crescere all’interno del GOP un cancro antiebraico che può portare soltanto sciagure.

Per il momento, nel partito e nelle sue varie ramificazioni, su questo tema dilaga il caos. Un esempio: il presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts, pur non essendo antisemita, non ha voluto condannare o anche solo prendere distanza dalle farneticazioni della coppia Carlson-Fuentes; è stato investito da una bufera politica e culturale, ma è rimasto al suo posto. Questi due demagoghi sono pezzi di un ampio «antisemitismo funzionale» che inquina – e da molti decenni (basti ricordare Pat Buchanan, che più di trent’anni fa esclamò con livore: «Capitol Hill è territorio occupato da Israele») – il panorama conservatore americano.

Roberts ha sostenuto che la libertà di espressione è un principio al quale la Heritage Foundation vuole attenersi in modo assoluto (e ciò è del tutto lodevole), ma non volendo condannare i contenuti dell’espressione carlsoniana, si è infilato in un vicolo cieco, perché i contenuti non sono mai neutri e soprattutto in casi come questo esigono una valutazione e una conseguente decisione: io lascio anzi esigo che tu possa dire liberamente ciò che pensi, ma devo avere il coraggio di dissentire anche radicalmente. Invece Roberts non ha questo coraggio; lascia parlare senza criticare. E non è un buon segno, né per la qualità deontologica di Roberts né per la rispettabilità della fondazione da lui diretta, e nemmeno per il movimento conservatore americano. La mancanza di fermezza è la premessa affinché la libertà di espressione si trasformi in libertà di azione, con le conseguenze che possiamo immaginare.

Oggi, il Partito Repubblicano sembra narcotizzato, paralizzato, stretto fra la (comprensibilissima e condivisibile) paura del ritorno dei liberals più sinistri e, dall’altro lato, il malcelato disprezzo per la galassia MAGA (che a sua volta lo ricambia considerando il partito come una casta di pusillanimi di cui sbarazzarsi). Un tempo, la costellazione MAGA avrebbe gravitato al di fuori dell’orbita del partito, ora diventato invece territorio di conquista per politici improvvisati, trafficanti finanziari, incantatori di serpenti e profittatori di ogni sorta. Sembra che il GOP sia diventato ostaggio dei MAGA più estremisti.

Nel conservatorismo americano si è verificato un cortocircuito: non tutto il movimento MAGA è antisemita e antisionista (e il vertice rappresentato da Donald Trump ne è la prova tangibile e indiscutibile); non tutti i MAGA sono ideologicamente ottusi (infatti, l’elenco di aderenti dotati di intelligenza politico-culturale è lungo), ma l’impressione è che a dare le carte oggi nel movimento e nel partito di riferimento siano i meno virtuosi. Potremmo dire che non tutti i MAGA vengono per nuocere, ma quelli nocivi lo sono con effetti estremi, devastanti, e fanno un servizio sontuoso ai nemici dell’Occidente, ai russi in primo luogo (è da tempo che a Mosca stappano champagne pensando ai servigi ricevuti da certi MAGA).

Il tema è monitorato da decenni ed è uno dei problemi più sensibili che attraversano lo spazio politico-culturale conservatore. Da anni Jay Nordlinger, senior editor della National Review, va avvertendo del rischio che in questo spazio l’antisemitismo si «normalizzi» ovvero si banalizzi (mai dimenticare la tesi di Hannah Arendt). E non teme di scontrarsi anche con i grandi capi della politica MAGA, se si mostrano indulgenti: «Attenzione – scrisse nel 2022 –, attenzione alla normalizzazione dell'antisemitismo, un antisemitismo che a prima vista può sembrare superficiale, ma che può evolversi in un vero e proprio Nick-Fuentes-ismo. Certo, ci sono molte cose a cui fare attenzione. Ma l’antisemitismo è in cima a questa importante lista».


di Renato Cristin