venerdì 9 gennaio 2026
Questa è una richiesta di aiuto rivolta ai lettori: siamo noi rincretiniti o sono i leader europei – irresponsabili danzatori sul Titanic – che pensano di prenderci per i fondelli? Aiutateci a capire, perché noi davvero non ci raccapezziamo più.
Il giorno dell’Epifania a Parigi si sono riuniti i rappresentanti dei 35 Paesi che formano la cosiddetta coalizione dei volenterosi a sostegno dell’Ucraina nella sua impari lotta contro la Russia. L’appuntamento, che da alcuni dei partecipanti è stato definito storico (ma davvero?), si è concluso con l’approvazione di una dichiarazione finale, articolata in 5 punti, che nelle intenzioni dei firmatari dovrebbe costituire la chiave di volta per garantire all’Ucraina la sicurezza post-bellica una volta giunti al cessate il fuoco.
A corollario del documento sottoscritto v’è n’è stato un altro, concordato da Francia e Gran Bretagna, nel quale si dichiara la disponibilità dei sue Stati di creare una forza militare congiunta da dispiegare in territorio ucraino per assicurare “visibilmente” la protezione occidentale a Kiev da eventuali atti di forza russi.
Tornando alla dichiarazione principale, i 5 punti su cui è stato raggiunto l’accordo riguardano: la partecipazione dei volenterosi a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco previsto dagli Stati Uniti; il sostegno alle Forze Armate ucraine; la creazione di una forza multinazionale per l’Ucraina; impegni vincolanti a sostenere l’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia, al fine di ripristinare la pace; l’impegno ad approfondire la cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina (fonte: sito della Presidenza del Consiglio dei ministri, Robust Security Guarantees For A Solid And Lasting Peace In Ukraine Statement Of The Coalition Of The Willing).
Sulla carta, buoni propositi infiocchettati con belle parole, ma nella realtà? Aria fritta. Non ci sono i dettagli operativi che dovrebbero definire le caratteristiche e la portata dell’impegno occidentale per la sicurezza dell’Ucraina una volta terminata la guerra. C’è la buona intenzione a sostenerla, ma com’è noto di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Si dirà: gli occidentali si impegnano a monitorare il cessate il fuoco che verrà. Sai che sconvolgente conquista per gli ucraini, visto che, come avrebbe sarcasticamente chiosato Ennio Flaiano, un monitoraggio non si nega a nessuno. C’è la questione della creazione di una forza multinazionale che dovrebbe fungere da deterrente contro possibili tentazioni russe di tornare a invadere l’Ucraina.
E da chi dovrebbe essere formata una simile armata, atteso che la maggioranza dei volenterosi ha fatto sapere di non voler mettere gli scarponi dei propri soldati sul suolo ucraino?
E poi, dove dovrebbe collocarsi non potendo essere dispiegata come forza d’interposizione sul confine russo-ucraino? Una forza multinazionale da remoto?
Si obietterà: francesi e britannici sono pronti a entrare in Ucraina. E pensate che una tale opzione sia lontanamente accettabile da Mosca?
Consentire agli europei l’ingresso in armi nel Paese che, a torto o a ragione, i russi ritengono essere il proprio cortile di casa equivarrebbe di fatto a una devastante sconfitta politica e militare. È ipotizzabile che Vladimir Putin lo possa accettare in via negoziale senza essere stato battuto sul campo di battaglia?
Nell’ottica del Cremlino consentire la presenza di truppe Nato ‒ o di Paesi membri dell’Alleanza Atlantica ‒ in terra ucraina sarebbe come se gli americani potessero tollerare la presenza di truppe russe a Cuba o in Nicaragua. Reagirebbero malamente, come accadde nel 1962 al tempo della crisi dei missili sull’isola cubana. Perché Putin non dovrebbe fare altrettanto alla vista di un francese o di un britannico fuori del proprio uscio di casa?
Il punto sull’impegno vincolante a sostenere l’Ucraina in caso di nuovo attacco russo vuol dire tutto e niente. O si estende a Kiev il dispositivo previsto dall’articolo 5 del Trattato Nato per la tutela dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica – soluzione particolarmente caldeggiata da Giorgia Meloni ‒ o siamo ancora una volta alla letterina dei buoni propositi da mettere sotto il piatto del capofamiglia al pranzo di Natale. E, verosimilmente, neppure l’estensione integrale del contenuto dell’articolo 5 assicurerebbe a Kiev una reazione militare automatica dei volenterosi in caso di attacco russo.
Per la cronaca, nell’articolo 5 è testualmente scritto:
“Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse (nazioni aderenti n.d.r.) in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.
Quindi, nessun automatismo nel ricorso alla forza la quale, tuttavia, resta una delle opzioni adottabili nell’ambito delle valutazioni che, nel caso dell’Ucraina, i volenterosi farebbero circa un’eventuale situazione di crisi con la Russia. Il non-detto pubblicamente nel turbinio di tutti questi cotillon diplomatici è che reagire militarmente all’iniziativa bellica di Mosca significherebbe tuffarsi a capofitto in una guerra nucleare.
Ora, la domanda è: siamo disposti a correre un tale rischio per proteggere l’Ucraina? Finora, di là dai roboanti proclami patriottici, nessuno ha osato assumersi una così grande responsabilità. Di certo non l’America di Donald Trump, che ha dimostrato di non avere alcun interesse a impantanarsi in una crisi nel quadrante europeo atteso che ha altri obiettivi da colpire in giro per il pianeta che coinvolgono più direttamente gli interessi nazionali americani.
Alla fine dell’incontro di Parigi i leder europei all’unisono esaltavano il dato della ritrovata compattezza del fronte occidentale, visto che alla riunione Donald Trump aveva mandato come suoi rappresentanti i negoziatori di punta con l’avversario russo: Steve Witkoff e Jared Kushner. Peccato però che i due, pur dispensando parole di calorosa considerazione per gli alleati volenterosi, si sono ben guardati dal sottoscrivere la dichiarazione finale.
Peggio: come ha riferito il sito di informazione Politico.eu, “I dettagli sulla partecipazione americana alla forza multinazionale per l’Ucraina sono stati rimossi da una bozza precedente. Tale versione prevedeva che gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a sostenere la forza in caso di attacco e a fornire assistenza in termini di intelligence e logistica”.
Se davvero i partner europei ritengono che quella di Parigi abbia rappresentato la svolta per la soluzione del conflitto russo-ucraino, siamo sulla luna e non ce ne siamo accorti. È invece più realistico ritenere che si sia trattata di una piacevole scampagnata parigina che i “potenti” d’Europa e dintorni si sono concessi in coda alle festività natalizie. E, per quel che ci è dato di ricordare, Parigi è sempre Parigi e una giornata passata lì vale bene una messa. E la firma in calce a un innocuo pezzo di carta.
di Cristofaro Sola