Meloni a Rimini: la piccola vedetta romana

venerdì 29 agosto 2025


Ieri l’altro, a Rimini, è stato il giorno di Giorgia Meloni. In molti sensi. Il Meeting di Comunione e Liberazione è stato il palcoscenico perfetto che il presidente del Consiglio ha sfruttato con maestria per lanciare il vero progetto politico destinato a impegnare la sua leadership nella fase finale della legislatura: lo sfondamento al centro di Fratelli d’Italia. Non vi è dubbio che stimoli non poca meraviglia – e qualche disorientamento – la scelta, da parte di un’esponente nata e cresciuta nell’alveo della destra, di un riposizionamento strategico di tale vasta portata. Ma non sorpresa in chi abbia seguito la sua parabola politica, a cominciare dagli esordi nel Movimento sociale italiano in via di trasformazione in Alleanza Nazionale. Giorgia Meloni è stata allieva e seguace di Pinuccio Tatarella, e ciò spiega molto del suo odierno disegno politico.

Negli anni Novanta del secolo scorso, a fronte della geniale intuizione di Silvio Berlusconi di riunire in un unico campo tutte le anime della destra e del centro moderato riformista in vista di un confronto-scontro con la sinistra all’interno della meccanica istituzionale attivata dal bipolarismo dell’alternanza, Tatarella comprese che per governare l’Italia, non limitandosi al mero dato della vittoria elettorale, si dovesse andare oltre lo steccato ideologico entro il quale si era confinato l’allora “polodel centrodestra. Il “missino” Tatarella aveva compreso che lo spazio politico lasciato vuoto dalla fine (cruenta) della Democrazia cristiana non dovesse essere abbandonato a sé stesso o, peggio, consegnato all’egemonia delle correnti progressiste. Tuttavia, il tentativo d’inserimento in un mondo tradizionalmente cattolico e moderato, del quale il partito di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi ne aveva incarnato la dicotomia conservatrice/riformatrice, non avrebbe potuto realizzarsi con successo mediante una sorta di aggressione manu militari della destra su un centro tramortito dalle dolorose vicende legate al “golpe bianco” (l’espressione è di Francesco Cossiga) di una parte della magistratura, motivata politicamente, ai danni della classe politica che aveva gestito il potere lungo l’intero arco della cosiddetta Prima Repubblica.

Sarebbe occorsa una paziente opera di messa in discussione e di ridefinizione dei paradigmi culturali propri della destra per renderli sinergici con la filosofia esistenziale che aveva storicamente sorretto le istanze della vasta area del moderatismo di matrice cattolica, maggioritaria nel Paese. Purtroppo a Tatarella, stretto tra la visione aziendalista della politica di Berlusconi e le fughe in avanti di natura tatticista di un Gianfranco Fini in perenne ricerca di un’identità ideale e politica definita, non gli consentirono di sviluppare la sua intuizione. La malattia e una morte precoce fecero il resto.

Eppure, quel seme era stato piantato perché un giorno, in un diverso e più favorevole contesto, qualcuno potesse riprendere a coltivarlo e a farlo fruttificare. Quel qualcuno è Giorgia Meloni. Dopo aver speso dieci anni all’opposizione di tutti i governi che si sono succeduti dalla tragica parentesi del “commissarioMario Monti e tre anni vissuti pericolosamente a Palazzo Chigi a parare colpi e tiri mancini di ogni fatta, Giorgia Meloni si prepara a completare la sua lunga marcia verso il sentire maggioritario della nazione virando decisamente in direzione di un popolarismo declinato da destra e mediato dalla piattaforma valoriale del conservatorismo italiano, che culturalmente e storicamente è cosa assai diversa dal conservatorismo dell’anglosfera e da quello continentale della “Mitteleuropa”.

Ecco spiegato il motivo per il quale Meloni non avrebbe potuto immaginare una platea più compatibile e in linea con la sua proiezione centrista di quella di Comunione e Liberazione e del popolo di don Luigi Giussani. Ed è un vero peccato che i media si siano impantanati, nel raccontare la performance di Giorgia Meloni a Rimini, sugli aspetti politicisti e di propaganda che sono un inevitabile condimento nei discorsi pubblici di tutti i leader politici. Peccato che abbiano saltato a piè pari la prima parte dell’intervento che, lungi dall’essere “chiacchiera”, è stata la vera “ciccia” del discorso. Lì vengono delineati i tratti somatici di un pensiero che, partendo dai fondamenti tradizionali del conservatorismo, si evolve fino a cercare l’interazione con il pensiero cattolico moderato. La premier crea una connessione sentimentale con la platea che l’ascolta attraverso la citazione della frase di Thomas Stearns Eliot: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, scelta dagli organizzatori come claim del Meeting. Ma Eliot, il poeta-saggista-drammaturgo americano naturalizzato britannico, amico e sodale di Ezra Pound, è qualcosa di più nella biografia personale di Giorgia Meloni: è un punto di riferimento imprescindibile nell’analisi della condizione esistenziale dell’uomo del nostro tempo storico.

Meloni cita i Cori da La Rocca di Eliot per cogliere la capacità profetica dell’autore nel guardare con disincanto le cose della vita. Disincanto e speranza perché un futuro, diverso e migliore, possa sempre stagliarsi all’orizzonte dell’umanità. Se Eliot scrive, a proposito degli uomini: “Salvati a dispetto del loro essere negativo; bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via”, Giorgia Meloni gli fa eco scandendo con voce ferma: “Costruire una chiesa in quel deserto, un luogo dove gli uomini sono ridotti a bottiglie vuote, ad alveari senza miele, che vivono forse tranquilli però senza provare né sazietàdisperazione. Un mondo vinto dal nulla, dove non c’è spazio per una tensione spirituale, per un’aspirazione verticale, abitato da individui anestetizzati a cui non interessa altro che trovare un posto per fare un picnic, o smarrirsi con potentissime auto su strade secondarie. E qui io potrei trovare delle similitudini con Atreju, il ragazzo de La storia infinita che lotta contro il nulla che avanza e che come si sa ha avuto un ruolo importante nell’'immaginario della mia formazione culturale, ma il punto è che siamo di fronte a una potente metafora della nostra epoca, un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto, trasformare ognuno di noi in un consumatore perfetto, un vuoto a rendere che può essere riempito da qualsiasi cosa si voglia, individui senza identità, senza memoria, senza appartenenza nazionale, familiare o religiosa, individui in cui i desideri cambiano in continuazione e che quindi non amano più nulla, individui in sostanza nella cui esistenza non c’è più nulla per cui valga la pena impegnarsi, costruire o combattere. Gli operai di Eliot fanno una scelta diversa”.

La ragazza che si è costruita il mondo di Atreju per viverci dentro come in una camera iperbarica alimentata dai miti quando avverte il bisogno di un’ossigenazione nella logorante – e disperante – lotta quotidiana contro il mondo vinto dal nulla. In una società che idolatra la sua innaturale propensione allo sviluppo orizzontale delle interazioni umane, sorte in seguito all’evento ontologicamente catastrofico della morte di Dio; all’egualitarismo mefitico della cancellazione delle differenze umane in nome del conformismo omologante della massa; alla tirannide della materialità che si insinua nel profondo dell’essenza dell’individuo fino a renderlo schiavo del bisogno illimitato di consumo, Meloni ritrova la tensione spirituale e un’aspirazione verticale e ne fa oggetti di un progetto politico concreto. E lo reca in dono a quella maggioranza, spesso silenziosa, che negli ultimi trent’anni si è ritrovata a votare a sinistra non per sincera convinzione ma per scarto, per reazione al “tipo berlusconiano” che, antropologicamente, se, per un verso, ha appassionato i desiderosi di una materialità consumistica liberata dai lacciuoli morali di una mentalità bigotta e codina, per l’altro ha spaventato e insospettito i tanti che hanno creduto – e continuano a credere – che la modernità, al netto degli eccessi e del cattivo gusto, possa essere vissuta nel solco di un’etica e di un sistema valoriale assicurati al genere umano dagli insegnamenti della Chiesa di Roma.

Qualcuno pensa (Giuliano Ferrara) che quello della Meloni sia stato un discreto esercizio egemonico ottenuto grazie a un buon dosaggio di ideologia e di cultura. Se così fosse, allora i complimenti dovrebbero essere rivolti a chi – gli/le speechwriter – ha scritto il testo che lei si sarebbe limitata a declamare come un qualsiasi bravo attore uscito dall’Accademia di arte drammatica di Roma. A noi piace credere che non sia stata scena allestita per ingentilire una “prassidi potere, ma esista una “teoria” con cui il premier si misura nella consapevolezza che si tratti della malta con la quale tirare su la costruzione della nuova Italia e senza la quale i tanto decantati mattoni non starebbero in piedi. A Rimini il pragmatismo, il dio terribile dei conservatori, si è preso una pausa. E a noi, che vi sia qualcuno – che si chiami Giorgia Meloni è un dato di realtà che la storia ci consegna – ancora desideroso di sospendere il tempo per scrutare l’orizzonte e vedervi la speranza, non dispiace affatto.


di Cristofaro Sola