Armiamoci e partite!

venerdì 28 febbraio 2025


L’accelerazione imposta da Donald Trump al negoziato con la Russia per chiudere il conflitto sul suolo ucraino ha prodotto come effetto immediato l’incartamento dei leader europei sul da farsi con Kiev. E con la sicurezza futura del Vecchio continente. Dopo anni di colpevole torpore, favorito dalla convinzione che la difesa dell’Occidente fosse materia da mettere in conto quasi esclusivo allo “zio Sam”, le principali cancellerie europee, affiancate nella circostanza da quella britannica, vaneggiano nel prefigurare la costruzione di una difesa europea comune, svincolata dall’apporto dell’apparato militare statunitense. Mentono sapendo di mentire, oppure sono preda di un delirio allucinatorio collettivo. Ancor peggio se una tale follia la colleghino alla possibilità di sostenere l’Ucraina nel prolungamento del conflitto con la Russia, in presenza di un disimpegno statunitense. In queste ore, consultazioni febbrili tra le capitali europee si susseguono; vertici e summit sono programmati a cadenza settimanale; la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sta scrivendo in tutta fretta un “libro bianco” sulla difesa comune europea che verrà. Tanto agitarsi rimanda alla saggezza del Gattopardo per il quale tutto deve cambiare perché tutto rimanga come è. Vi sono ragioni storiche, geopolitiche, economiche e tecnologiche per le quali il teatrino messo in piedi dai leader europei, sebbene a diversissimi gradi di convinzione, altro non è che una stucchevole messinscena

Ciò che rende improponibile qualunque ragionamento sulla messa in comune della forza militare tra gli Stati della vecchia Europa sta nella mancata presa di coscienza di una verità incontrovertibile: la difesa segue la politica e la politica è rappresentazione di interessi confliggenti. Ora, se l’Unione europea non è stata in grado di fare il salto di qualità passando al livello di comunità politica integrata, come si può realisticamente pensare di implementare il piano di difesa comune? L’eventuale esercito europeo quali interessi servirebbe se non esiste un interesse europeo condiviso? E poi, una difesa comune dovrebbe reggere sul principio, costitutivo dell’Unione europea, di parità degli Stati che vi aderiscono. Nel caso, tale parità non è data visto che tra i partecipanti alla difesa comunitaria vi sarebbe un solo Stato, la Francia, a essere dotato di un pur limitato arsenale nucleare (due, se al progetto venisse associata la Gran Bretagna). Inevitabilmente, il comando della forza comune finirebbe in mani francesi. A noi italiani, starebbe bene? Non si tratta di fare i nazionalisti da barzelletta, ma di ragionare con lucidità. La politica estera del Governo Meloni, in particolare nei rapporti con il continente africano, è diametralmente opposta a quella perseguita dall’Eliseo. D’accordo per la cessione parziale di sovranità a beneficio delle strutture comunitarie, ma l’Italia è pronta a reggere una mutilazione di potere tanto profonda e debilitante dal punto di vista dei rapporti di forza nei quadranti strategici di stretto interesse nazionale? Se mai si volesse insistere sulla strada dell’esercito comune, occorrerebbe un riequilibrio delle posizioni di partenza dei principali Stati coinvolti nel progetto. In soldoni, un’unificazione della difesa sostenibile si avrebbe solo se anche l’Italia, oltre alla Francia e alla Gran Bretagna, si dotasse dell’arma nucleare. Il che non è un’assurdità. Un arsenale nucleare in Italia c’è, ma non le appartiene.

Secondo un report del Natural Resources Defense Council, gli Stati Uniti d’America hanno dispiegato in Italia 90 bombe nucleari: 50 ad Aviano (Pordenone) e 40 a Ghedi Torre (Brescia). Si tratta, nell’ultima versione, di bombe tattiche B-61 modello 12. L’Italia partecipa al programma di condivisione nucleare della Nato. La presenza di armi nucleari statunitensi all’estero è regolata dal sistema del nuclear sharing. In base ai patti bilaterali stipulati, i protocolli operativi prevedono che “in tempo di pace le testate statunitensi rimangano sotto il controllo delle forze americane – divisione Usaf38 – in quanto solo gli Stati Uniti conoscono i codici di lancio, mentre in caso di guerra il presidente statunitense può autorizzare la cessione del controllo delle testate ai Paesi europei non nucleari. Da quel momento gli Alleati hanno il pieno controllo dell’arma e la responsabilità di colpire il bersaglio” (fonte: Istituto analisi relazioni internazionali, nuclear sharing: il Sistema di deterrenza alleato). Presso la base di Ghedi opera il 6° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, addestrato all’utilizzo delle armi nucleari che possono essere assegnate in dotazione ai cacciabombardieri abilitati all’attacco al suolo Panavia Tornado Ids (Interdiction and Strike), gradualmente sostituiti dagli F-35. Cosa può fare il Governo, in vista della formazione della forza unica europea e del possibile sganciamento degli Usa dallo scenario continentale? Negoziare con l’amico Donald Trump la cessione del controllo di una parte dell’arsenale nucleare il cui utilizzo è già assegnato all’Italia, ma solo in caso di guerra.

Tuttavia, porre il nostro Paese sul medesimo piano di Francia e Gran Bretagna non basterebbe. Riguardo al progetto di riarmo comune, c’è un elefante nella stanza che si chiama Germania. In via di principio, anche Berlino dovrebbe chiedere agli Usa il conferimento di parte dell’arsenale nucleare presente sul suo territorio, per stare in pari con Francia e Gran Bretagna. Ma la domanda è: questa Europa è pronta ad accettare l’idea di una potenza nucleare tedesca, considerato che una parte della politica coltiva ossessivamente la sindrome del nazista redivivo a ogni angolo di strada? C’è poi la questione del chi costruirebbe i sistemi d’arma della difesa comune europea e quanto costerebbero. Sull’argomento, ci fidiamo del parere di Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa, secondo cui, “per essere autosufficiente in materia di difesa, l’Europa dovrebbe spendere 250 miliardi di euro in più all’anno nel breve termine per creare 50 nuove brigate con 300mila nuovi soldati e compensare i soldati statunitensi oggi in Europa e quelli che arriverebbero nel caso di un attacco alla Nato. Andrebbero acquisiti 1.400 carri armati, duemila veicoli da combattimento per la fanteria e 700 pezzi di artiglieria”. Donald Trump è convinto che gli europei debbano comprare i sistemi d’arma dagli Usa. E farà pressioni fortissime sulla Ue perché ciò avvenga. Gli europei, al contrario, hanno interesse a far crescere un’industria autoctona della Difesa.

Ma rinforzare gli arsenali dei singoli Stati Ue, che si sono svenati per fornire aiuti militari a Kiev, non basterà. Bisogna mettere in conto che una parte della produzione programmata dovrà comunque essere girata all’Ucraina per assicurarne le capacità di difesa, anche dopo il raggiungimento di un’auspicabile pace con la Russia. Si tratta di una montagna himalayana di denari da investire nel settore. Siamo sicuri che tutti i soci dell’Unione siano disposti a caricarsi di debito comune per comprare armi? Ammettendo che ciò sia possibile, chi ne beneficerebbe? Si prenda il caso dei cacciabombardieri di VI generazione destinati a surclassare in prestazioni e tecnologie gli F35. È in costruzione il Next Generation Fighter, nell’ambito del Global Combat Aircraft Program che coinvolge Gran Bretagna, Italia e Giappone, attraverso le aziende consorziate Bae Systems, Leonardo e Mitsubishi Heavy Industries. L’entrata in servizio delle prime macchine aeromobili è prevista per l’inizio del prossimo decennio. Della partita non fanno parte Francia, Spagna e Germania, che sono impegnate su un proprio progetto, concorrenziale a quello italo-anglo-giapponese, che è il Système de combat aérien du futur (Scaf). Cosa accadrebbe se si giungesse alla centrale unica europea degli acquisti dei sistemi d’arma? Il manuale Cencelli.

Ecco cosa accadrebbe: la spartizione delle commesse per accontentare tutti e non scontentare nessuno. Sono queste le migliori premesse per un futuro insieme? La risposta è no. Tuttavia, qualcosa si dovrà pur fare per rispondere all’accelerazione impressa dal decisionismo trumpiano. Al momento, per stare con i piedi piantati in terra, si può spingere per scorporare la spesa in armamenti dal computo del deficit consentito dal Patto di stabilità europeo. Si può aumentare lo stanziamento a bilancio per spese militari oltre la soglia del 2 per cento del Pil. Si possono favorire consorzi europei allargati di produttori d’armi. Si può razionalizzare l’impiego operativo dei sistemi d’arma, prevedendo la suddivisione del territorio dell’Unione in zone di difesa che superino i limiti dei confini degli Stati nazionali, sulla falsariga delle operazioni in ambito Nato di Air Policing. Questo soltanto si può fare insieme. E sarebbe già tanto se lo si facesse, senza finire a pesci in faccia.


di Cristofaro Sola