In Fedez we trust

mercoledì 5 maggio 2021


Grazie di esistere, caro Fedez. Grazie per il tuo modo rozzo ma efficace di scoperchiare il vaso di Pandora delle italiche ipocrisie. È bastata un’uscita pubblica per fare il miracolo, da novello San Gennaro che gioca a dadi con il suo sangue. In un solo colpo il signor Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, ha impartito le necessarie istruzioni al popolo bue per separare il grano dal loglio, il buono dal cattivo, colui che sta dalla parte giusta da chi si dimena sulla sponda sbagliata della Storia.

E poi: ha fornito smalto e agglutinati per dare colore a una Festa dei lavoratori che, diversamente, sarebbe annegata in un mare di noia. Ci ha ricordato che il male assoluto esiste e ha un nome: Matteo Salvini. E non solo. L’ineffabile Fedez ci ha donato il disvelamento del quarto segreto di Fatima: la Rai censura gli artisti per compiacere la politica. Anche se la tv pubblica è, nelle sue componenti strategiche, organica alla sinistra, che la governa con pugno di ferro da almeno un trentennio. C’è un’escatologia provvidenziale che assegna al popolo eletto –i progressisti – una missione da portare a termine per realizzare il mondo perfetto e che non può attendere la fine dei tempi. La missione riguarda l’approvazione in Parlamento del disegno di Legge Zan per le “misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”.

Bisogna che passi subito se si desidera la redenzione da un passato comunitario di cui ci si vergogna. Allora che le armate del Bene si preparino ad affrontare l’Armageddon del terzo millennio, la battaglia del grande giorno del “dio” del gender quando l’angelo tatuato e cantore stonato del relativismo culturale Fedez verserà la sua coppa nel mainstream del politicamente corretto. Uno così bisognerebbe farlo santo subito. Processo di beatificazione accelerato per il pippone dispensato urbi et orbi dalla loggia del Primo maggio. Peccato che nella farandola di precetti morali esposti in bella mostra sulla bancarella festosa della triplice sindacale non vi fosse l’ingrediente principale, che mai dovrebbe mancare in ogni festa caciarona che si rispetti. Nel giorno dedicato ai lavoratori non sarebbe stato inappropriato ascoltare i nuovi profeti parlare di lavoro che non c’è, di lavori che scompaiono, di disoccupazione che avanza, di occupazione che impoverisce, di diritti dei lavoratori calpestati o cancellati.

Peccato che santo Fedez se ne sia dimenticato. Ma non facciamone un dramma: anche ai santi può capitare di scordare qualcosa nel mentre ammoniscono i fedeli sull’osservanza dei comandamenti fighi. Ed è soltanto infida provocazione del Maligno stare a cavillare sul fatto che il santo di giornata tragga lauto guadagno dal fare da sponsor a una multinazionale del commercio elettronico che sullo sfruttamento della manodopera ha costruito una colossale fortuna finanziaria. Dov’era Fedez il 22 marzo scorso quando tutti i dipendenti della catena Amazon scioperavano per la prima volta nella storia dell’azienda per ottenere la verifica dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti nella filiera, il corretto inquadramento professionale del personale, la riduzione dell’orario di lavoro dei driver? A preparare il sermone del Primo maggio. Giustificazione accettata.

D’altro canto, cosa conta l’alienazione disperante di qualche migliaio di sfruttati a fronte del compimento di un destino per l’Uomo della Provvidenza gender? Da quando il pane sfama più dei precetti della nuova morale? Perché è di questo che si occupa San Fedez. Lui della pagnotta non sa che farsene, visto che al companatico ci pensano i suoi datori di lavoro e l’abnorme conto corrente della sua signora, Chiara Ferragni, che traspira euro da tutti i pori da quando s’è inventata il vaporoso mestiere dell’influencer. Fedez è il messaggero della buona novella; è la voce di Pietro l’Eremita dei rapper che grida al popolo: Dio lo vuole. La nuda verità è che in questo tempo di idee poche ma confuse è tornata d’impeto una voglia irresistibile di regime. C’è in giro voglia di fascismo; c’è voglia di Stato etico che tracci per tutti noi la strada giusta da percorrere. Che non ci lasci in balia della libertà del pensiero, fonte di ogni perniciosa trasgressione. Che non ci renda preda di idee che siano nostre senza che queste non abbiano ricevuto il visto preventivo della pubblica censura.

Questo popolo politicamente corretto è il medesimo che plaude estasiato a tutto ciò rechi una nota progressista, di relativismo culturale, di negazione sistematica degli archetipi della Tradizione. Fedez è solo l’ultimo arrivato in ordine di apparizione dei suoi variopinti vessilliferi. E il “Ddl Zan” ne è la Bibbia riscritta del primo capitolo della Genesi. Che sballo questa sinistra che in nome della libertà non si limita a reintrodurre i “fascistissimireati d’opinione ma criminalizza il pensiero divergente; prescrive manette e carcere per curare un deficit culturale; appiccica un profilo giuridico a concetti che dovrebbero competere alla psicologia, all’antropologia e alla sessuologia.

Articolo 1 del Disegno di legge in discussione al Senato, lettere b) e d): “Per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso”. E “per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Articolo 4 (Pluralismo delle idee e libertà delle scelte): “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti”. E come diamine si fa a sapere del modo in cui un qualsiasi cristo che s’incroci per strada si percepisca in relazione al genere sessuale? E se si esprime un dubbio sull’orientamento sessuale di costui, chi giudica che quell’interrogativo possa essere collegato, in un nesso di causalità, a un comportamento discriminatorio e violento di uno dei tanti imbecilli che affollano il nostro Paese? Un giudice, ovviamente.

Ecco che ci risiamo con la voglia di mettere le nostre vite nelle mani dei non richiesti custodi dell’etica repubblicana – è così che nel 1992 un influente magistrato, sulla rivista Micromega, definiva la funzione del giudice all’interno della società – che col righello dell’inquisizione penale tracciano il confine morale tra ciò che è consentito pensare e ciò che non lo è. Gioite nostalgici del bel tempo che fu: il fascismo è tornato senza stivaloni e ascia bipenne ma avvoltolato in una sgargiante bandiera arcobaleno. Perché non tirare fuori dall’ossario il caro Cesare Lombroso e le sue aberrazioni di fisiognomica criminale?

A un sospettato di omotransfobia gli si misuri il cranio: sarà di certo anormale. Se qualcuno dovesse ancora credere alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio di due coniugi di opposto sesso, vada da un medico, ma da uno bravo, e si faccia curare perché in lui c’è qualcosa che non va. Parola di Fedez, di Alessandro Zan, eponimo del disegno di legge, della nuova religione della costruzione sociale del gender e del relativismo culturale che la fonda. Guai a contraddire i pasdaran del “bel pensiero”. Sull’identità di genere, d’ora in avanti, l’imperativo categorico impegnativo per tutti sarà: “Credere, obbedire, confondere”. Eia, Eia! Alalà!


di Cristofaro Sola