Maduro e i fans, “dura minga”

martedì 8 agosto 2017


Non sembri uno sparare sulla croce rossa quello che (finalmente, peraltro) si legge su e contro il venezuelano Nicolás Maduro. In realtà non pochi si chiedono da noi, per dire nel mondo democratico, come sia ancora possibile la sopravvivenza di regimi castro-comunisti che oltre a dispiegare tutta la loro illibertà si confermano fra i premi Oscar per chi ha reso poverissimo un Paese un tempo ricco. Chiederselo sarebbe stato qualcosa di nuovo anche qui da noi dove la severamente spassosa satira di un formidabile Aldo Grasso ha dato (forse) il colpo di grazia dell’ironia a politici, intellettuali, grillini, pre e post-comunisti, più o meno in disarmo, per i quali vale il sempiterno refrain “el pueblo unido jamas serà vencido”, con urlo finale inneggiante a Che Guevara.

Diciamocelo pacatamente: da noi le gesta degli eredi di Fidel Castro (e Maduro lo è) sono sempre avvolte da un che di leggendario, di romantico, di rivoluzionario di stampo speciale, cioè latino, cioè nostro cugino; forse stemperando la durezza implicita al termine di homo bolscevico che, almeno in Europa, è stato mandato a quel paese. Purtroppo è un romanticismo farlocco e strumentale che cerca di illudere col suono delle parole la realtà tremenda di una storia che ha ancora diversi cantori, sebbene stonati. Cantori che comunque lasciano tracce soprattutto nell’indifferenza con la quale certi mass media, ma anche una parte della pubblica opinione, guardano per esempio alla Cuba di ieri e (specialmente) di oggi la quale, se non muore di fame, ci è vicina. L’indifferenza è ora un po’ meno tale a fronte della situazione di un Venezuela, un tempo benestante grazie al petrolio in abbondanza e oggi sull’orlo della fame oltre che della guerra civile. Forse è mancato e manca tuttora, “guzzantianamente” parlando, “il ricordo e la misura esatta di che cosa è e cosa è stato il comunismo in Europa o in Africa, in America Latina o in Asia, ovunque e in qualsiasi età”. Ma non basta, non basterà, proprio perché le leggende vivono e sopravvivono a qualsiasi bugia, persino dopo che si sono rivelate un imbroglio, una menzogna, un colossale inganno.

Ci piace allora ricordare, a pochi giorni dalla morte, quell’Enzo Bettiza che prima e più di altri aveva profetizzato, in tempi non sospetti ma poco ascoltato, che il comunismo aveva dentro di sé i germi della sua dissoluzione nella misura con la quale tali germi non volevano essere visti da chi poteva vedere ma non voleva, per ideologia o per indifferenza. Bettiza, l’aristocratico dalmata, il cosmopolita, il maestro coraggioso, il grande giornalista e l’inflessibile anticomunista aveva scritto di Karl Marx come di un Dio fallito, di un Antonio Gramsci e del gramscismo - inoculato religiosamente nel Partito Comunista Italiano e nei suoi adepti - di un leninismo occidentalizzato, colpendo sempre nel segno perché la sua analisi, ancorché spietata, demistificava scientificamente l’homo bolscevico che si travestiva e si traveste a secondo dei Paesi dove viveva, opprimendoli con stati di polizia. Ma la più importante delle intuizioni di Bettiza, prima e dopo il crollo irreversibile e senza scampo del comunismo, era per l’appunto la tesi, poi rivelatasi esatta, di quei germi mortali al suo interno. Non è stato Ronald Reagan, non è stato il Cancelliere tedesco, non stato Karol Wojtyla, non l’Occidente né l’Europa, anche se ognuno di questi soggetti ha dato una mano importante.

Il comunismo, ammoniva il Barone di Spalato, è crollato perché non poteva che produrre (oltre che totalitarismi e dittature) miseria e povertà. La fame, ecco di cosa fu realmente portatore il comunismo. Un campione imbattibile di indigenza, ristrettezze, disagi, bisogni elementari, stato di necessità. Oltre che di polizia, beninteso. E anche Maduro è uno di questi campioni, di quelli imbattibili nel predicare bene e razzolare male: chiamare a raccolta il pueblo contro gli affamatori per affamarlo meglio. Ma il giochino si sta (forse) rompendo. Come si dice a Milano: “dura minga”...


di Paolo Pillitteri