Il comportamento offensivo di Di Maio

venerdì 9 settembre 2016


L’accanimento dei grandi media nazionali contro il Movimento Cinque Stelle è una realtà inequivocabile. In tutto simile all’accanimento degli stessi media nazionali che scattò nel 1994 quando la novità politica dell’epoca, Forza Italia, vinse a sorpresa le elezioni politiche che avrebbero dovuto sancire il trionfo della sinistra post-comunista di Achille Occhetto. Le caste consolidate si difendono sempre dai fenomeni politici nuovi. E, quindi, non stupisce che oggi il Movimento di Beppe Grillo subisca lo stesso trattamento riservato a suo tempo al partito di Silvio Berlusconi.

Ma se non si può non riconoscere ai grillini il diritto di denunciare l’assedio ai loro danni messo in atto dalla grande informazione nazionale che difende gli interessi dei propri editori decisi a conservare i propri privilegi di casta, va con altrettanta franchezza sostenuto che per i Cinque Stelle la storia dell’assedio è uno strumento fin troppo scontato per nascondere ai tanti italiani da cui hanno ottenuto fiducia e consenso di essere totalmente inadeguati al compito piovuto loro addosso.

Beppe Grillo può denunciare tutti i complotti che vuole, ma il clamore suscitato dalle sue parole non può in alcun caso coprire e nascondere che il Movimento Cinque Stelle non è in grado di governare neppure un condominio e può al massimo continuare a svolgere il ruolo di opposizione di sistema.

La prova del nove di questa inadeguatezza, che non nasce da una qualche minorazione antropologica ma solo da totale assenza di classe dirigente adeguata, è venuta da Luigi Di Maio. Il giovanotto che studia da Premier e che gira l’Italia e l’Europa per preannunciare la sua candidatura a capo del Governo alle prossime elezioni, non ha ammesso di aver commesso quella che Grillo ha definito una “cazzata”. Ha spiegato, come se fosse l’evento più naturale del mondo, di non aver capito il significato del messaggio con cui la sindaca di Roma Virginia Raggi lo ha informato all’inizio dell’estate che l’assessora Paola Muraro era oggetto di una indagine della magistratura romana.

Nessuno dubita che Di Maio non ci “sia” ma “ci faccia”. È impossibile credere che chi vuole diventare Presidente del Consiglio non sappia leggere un messaggio su un argomento che tocca uno dei punti su cui il Movimento Cinque Stelle è da sempre particolarmente attento e sensibile. Di Maio, dunque, “ci fa”. E non è una giustificazione, ma una aggravante. Perché presuppone la convinzione che “ad esserci”, cioè a fare la parte degli imbecilli, siano gli italiani in generale ed il popolo grillino in particolare.

Ma se da aspirante Premier Di Maio tratta i cittadini e la sua gente in maniera così offensiva e sprezzante, che potrebbe arrivare a fare una volta collocato al vertice del Governo del Paese? Meglio lasciarlo dove si trova e non correre un rischio del genere!


di Arturo Diaconale