Matteo Renzi, l’Africano

martedì 2 febbraio 2016


Dopo la gita a Ventotene Matteo Renzi è volato in Africa Occidentale. Il tour prevede tre tappe: Nigeria, Ghana e Senegal. In questo viaggio della speranza per la bilancia commerciale italiana è accompagnato dal gotha della Confindustria, di Cassa Depositi e Prestiti, di Sace a dai manager dei grandi gruppi industriali del Paese. L’obiettivo è fare buoni affari.

Poiché non siamo tafazzisti gli auguriamo di avere successo: per sopravvivere l’Italia deve lavorare dovunque se ne abbiano le condizioni. Tuttavia, bisogna raccontarla giusta. Se lo scopo della missione è quello di ricevere commesse, va bene. C’è anche da sbloccare, in Nigeria, l’incresciosa situazione nella quale si è infognata Eni con la brutta storia dell’accusa di corruzione nell’acquisto dei diritti di sfruttamento, insieme alla multinazionale olandese del petrolio Shell, del giacimento Opl245 costato 1,3 miliardi di dollari. Se poi si pretende di strologare di una fantomatica tessitura di relazioni volta a portare consensi alla candidatura italiana al seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2017-2018, la questione cambia aspetto. Verrebbe da dire che siamo alla solita fantasia guidata con la quale periodicamente il premier stressa la nostra pazienza. E la nostra intelligenza.

Il giovanotto vorrebbe conquistarsi un posto tra i “grandi della Terra” per poter dire la sua sui principali dossier che scuotono il mondo. Ma si è chiesto, Renzi, quali meriti particolari avrebbe conseguito con la sua pavida politica del “non metteteci in mezzo” da spingere i leader dei Paesi che contano a prestarsi alle sue ambizioni? Di fatto, il governo italiano ha sbattuto le porte in faccia a tutti quelli che gli hanno chiesto aiuto per affrontare la crisi più grande di questo tempo: la minaccia jihadista. Perfino la piccola Olanda è andata con i cacciabombardieri a fare il suo dovere in Siria, mentre noi siamo rimasti a casa a guardare. Ha fatto orecchie da mercante quando gli alleati americani gli hanno chiesto di prendere posizione sulla vicenda libica: mentre nel Paese nordafricano si spara porta a porta, l’Is sgozza nemici a gogò, dà fuoco ai pozzi di petrolio e minaccia da vicino le nostre coste, Palazzo Chigi sta ancora al “cari amici”.

Sul fronte dell’accoglienza degli immigrati non ne parliamo: è un pianto greco. I partner europei sono incazzati neri con Roma per il modo sconcio e furbesco con il quale il duo Renzi-Alfano ha preteso di sistemare la questione: noi li prendiamo tutti, poi alla chetichella li lasciamo liberi di sciamare per l’Europa. Se oggi il trattato di Schengen è a rischio l’Italia ha una gran parte di responsabilità. Hai voglia a dire, come ha detto lui da Ventotene, “non consentiremo che l’Unione europea si sfasci”. S’è già sfasciata. Per non parlare dei rapporti con Bruxelles. È riuscito nella non facile impresa di giocarsi la presa sul quel nulla assoluto che risponde al nome di Federica Mogherini, “Lady Pesc”.

Di là dalla propaganda, l’incontro con la signora Merkel della scorsa settimana si è risolto nell’ennesima, mortificante tirata d’orecchie che la potente Germania ha somministrato alla povera Italia. In un quadro obiettivamente fallimentare della politica estera italiana, il giovanotto vorrebbe farci credere che, per vincere la partita al Palazzo di Vetro, stia lavorando a mettere insieme i voti necessari raccattandoli tra gli staterelli africani? Come direbbe Totò: ma ci faccia il piacere! Si preoccupi piuttosto, visto che c’è, di affrontare con gli interessati il problema che maggiormente angustia gli italiani: fermare l’immigrazione incontrollata che giunge da quei Paesi. Vuole fare cosa buona? Torni con un accordo per i rimpatri dei clandestini che stazionano sul nostro territorio. Se non è in grado di farlo, ci usi la cortesia di non farsi rivedere troppo presto. Prolunghi la vacanza africana. Fa niente che sarà, come sempre, a nostre spese.


di Cristofaro Sola