Se la destra si trasforma in sinistra

sabato 1 dicembre 2012


La dinamica è surreale: di quelle che in genere, nel teatro greco, chiamano “commedia degli equivoci”. Quelle situazioni paradossali ma possibili in cui i ruoli si scambiano, i personaggi si confondono e lo spettatore si diverte proprio quando la trama  diventa un grande malinteso. La politica italiana, nella sua fase di crepuscolo, soggiogata dal dominio della tecnocrazia e dallo svuotamento della sovranità, vive uno strano frenomeno che andrebbe studiato nei futuri manuali che tratteranno di questo bipolarismo trasformista e forse in via di estinzione: il Pdl che diventa Pd, ed il Pd che si trasforma in Pdl. L’altra sera, su Rai Uno, la trasmutazione genetica dei due schieramenti si è manifestata con un’evidenza impressionante. Prima il dibattito per le primarie tra Renzi e Bersani, uno show straordinario ed unico per la politica italiana; poi il salotto di Bruno Vespa, con alcuni dei leader del centrodestra per parlare delle non–primarie del Pdl. Ed in quella serata, nella contiguità tra i due format, si è consumato il gioco di specchi che fa sembrare la sinistra ciò che era la destra ai tempi di Berlusconi, e la destra di oggi ciò che era la sinistra prima di Renzi. Ormai l’abisso che sta separando centrodestra e centrosinistra non è solo numerico, dettato dai sondaggi che danno la sinistra irrimediabilmente al doppio della destra.

Il duello tra Renzi e Bersani è stato la prosecuzione del rito trionfale di quei milioni di cittadini che giorni prima si erano messi in fila davanti ai gazebo in tutta Italia, con la volontà di riprendersi ciò che è loro: il diritto, proprio di una democrazia, di scegliersi chi li deve rappresentare. E così, Renzi e Bersani, davanti alle telecamere, hanno mostrato il volto di un’area culturale e politica con idee, condivisbili o meno, trasformate in offerta politica; il tutto, nel  pieno rispetto non solo l’uno dell’altro, ma di quegli elettori e di quei militanti che hanno ritrovato quell’orgoglio di essere di sinistra che molti a destra invidiano. Il salotto di Bruno Vespa ha invece raccolto i resti di ciò che una volta è stato il Pdl; c’erano Giorgia Meloni, Daniela Santanché, Lupi e la Gelmini, per discutere sull’astrazione delle primarie. Lì si consumava un rito diverso, vuoto, senza fede, in cui la sola Meloni cercava con ostinazione e pazienza di riportare sulla terra i suoi colleghi che sembravano vivere in una bolla di sapone, riconsegnando alla politica uno straccio di razionalità e di senso: spiegando che la politica ha bisogno di riavvicinare la gente attraverso strumenti che rendano i cittadini partecipi e non spettatori; che un partito ha bisogno di regole e democrazia per riuscire a fare ciò per cui dovrebbe esistere e cioè selezionare classe dirigente e intercettare segmenti sociali; che il centrodestra non è stato un’alchimia elettorale che può essere spacchettata a piacimento, ma un grande progetto fusionista di stampo americano, capace di aggregare “le migliori culture del paese, dalla destra identitaria, al liberalismo calttolico, all’area laico–riformista”.

Il tutto mentre gli altri tre parlavano del Banco Alimentare, di quanto bisogna tornare a pensare la politica senza fare politica, di cooptazione. Se nel suo salotto Vespa, al posto di Lupi, della Gelmini e della Santanché, avesse messo la Melandri, Livia Turco e Diliberto, sarebbe stato uguale: il remake di un vecchio film sul grigismo della sinistra passata, oggi incarnato da questa destra. Destra e sinistra oggi non sono uguali, non rappresentano la stessa cosa; e non solo per gli argomenti e i contenuti. La questione è che la sinistra è uscita dall’autoreferenzialità e ha deciso di avere un leader, scegliendoselo. La destra ha fatto il contrario: si è chiusa in una stanza sempre più piccola e si è messa a parlare a se stessa. Chissà se Berlusconi ha guardato Rai Uno l’altra sera, e chissà se ha capito che non basterà un suo eventuale ritorno in campo per interrompere la trama di questa commedia degli equivoci. Chissà se ha capito che, per  rifondare un progetto liberal–identitario, non ha bisogno di replicanti inutili e cortigiani ma di persone libere, come Giorgia Meloni o come Antonio Martino, come Guido Crosetto, come tutti quelli che sono ancora in grado di donare alla politica le sue due armi più efficaci in questa fase di crisi: umiltà e verità.


di Giampaolo Rossi