Si vede pagliuzza ma non la trave

domenica 30 settembre 2012


Come accade da sempre in tali frangenti, il caso Lazio spinge buona parte dell’informazione e dell’opinione pubblica a focalizzare la propria attenzione sulla cosiddetta pagliuzza, evitando quasi completamente di guardare la “trave”. Eppure due semplici ma significativi numeretti ci dicono che il vero problema dell’attuale dissesto politico va bel al di là di quei pur corposi emolumenti che da tempo definiamo privilegi della casta. Ebbene, a fronte dei 14 milioni di euro che il Consiglio regionale del Lazio si è concesso in favore dei relativi gruppi politici, sapete a quanto ammonta il debito consolidato della medesima regione? La bazzecola di 25 miliardi. Una somma colossale la quale non rientra nell’indebitamento dello Stato e che per circa la metà appartiene al tanto decantato servizio sanitario pubblico. Tutto questo, in soldoni, significa che i cittadini laziali, oltre a portare sul groppone circa i 33.000 euro a testa del citato debito dello Stato, se ne debbono sobbarcare in aggiunta altri 5.000 di quello regionale. Ed è questo a mio avviso il vero dramma di tutta la questione, di cui i cosiddetti costi della politica, per con tutte le loro odiose manifestazioni, rappresentano solo le briciole. Ovvero la suddetta pagliuzza. 

In realtà, una corretta informazione - eventualmente depurata dai tanti dogmi collettivisti che la rendono cieca di fronte a troppi fenomeni - dovrebbe cominciare a dire, come si fa da tempo su queste pagine, che uno dei principali problemi del nostro traballante sistema non è caratterizzato da quanto i politici spendono per sé, bensì da quanto questi ultimi spendono per farsi eleggere o, in generale, per mantenere od accrescere il proprio consenso, tanto sul piano individuale che su quello del relativo partito. In altri termini, come appunto dimostra l’enorme indebitamento del Lazio - che per la cronaca la giunta Polverini è comunque riuscita a contenere molto meglio dei suoi predecessori, nonostante la crisi - ciò che i vari amministratori eletti si “pappano” attraverso leggine compiacenti non è paragonabile al dissesto finanziario che il loro frenetico deficit-spending provoca nei vari bilanci pubblici. Bilanci pubblici che in molte regioni, soprattutto del centro-sud, sono letteralmente devastati dalle spese folli di una classe politica locale che mira unicamente ad ottenere consenso a buon mercato. Tanto poi a pagare il conto è sempre e comunque il solito Pantalone. 

Ed è molto grave che sotto questo profilo la sinistra italiana cerchi di speculare anche sulle dimissioni della governatrice del Lazio, continuando previcacemente a sostenere che tutto si risolverebbe semplicemente cambiando il colore politico di chi governa. A forza di dare credito alla fandonia del partito degli onesti, retaggio immarcescibile della diversità comunista, l’intero paese sta inesorabilmente scivolando verso il baratro. Un sistema che consente alla mano pubblica di gestire ben oltre metà del reddito nazionale è un sistema sbagliato, a prescindere da chi lo governi. E quand’anche si riesca per avventura ad impedire ai tanti “Batman” in circolazione di campare ad ostriche e champagne coi nostri soldi, questo non servirà certamente a salvare l’Italia dalla bancarotta, se non si taglia con l’accetta la spesa pubblica corrente.


di Claudio Romiti