La cospirazione di cui parlano gli statalisti

martedì 17 luglio 2012


Trovo francamente insopportabile questa sorta di italico mainstream politico che grida al complotto finanziario contro il nostro Paese, soprattutto dopo l’ultimo declassamento operato sui nostri titoli pubblici da Moody’s. Quasi all’unisono, gran parte della classe dirigente Italiana è portata a sostenere l’aberrante proposizione secondo la quale vi sia una sorta di cospirazione, ordita da una occulta cupola internazionale, che punta a speculare ai danni dello Stivale. Ciò presuppone un elemento che un vero liberale dovrebbe rigettare in toto. Ovvero l’idea che l’economia e la finanza possano essere guidati e manipolati, sia in un senso che nell’altro, da un disegno elaborato a tavolino, al pari di quel che i collettivisti di ogni tempo e latitudine propagandano da tempi immemorabili. Per costoro, dogmatici assertori della pianificazione politico-burocratica ad ogni livello della esistenza umana, la realtà non deriva da un ordine spontaneo - così come ha sempre sostenuto il pensiero liberale - bensì dall’attività concordata ed intenzionale delle varie sfere di comando. Da qui si sviluppa il presupposto fondamentale, penetrato come un virus letale nella maggior parte delle coscienze moderne, per cui occorra conferire al governo di una comunità, di uno stato una sorta di potere illimitato, col precipuo scopo di realizzare la felicità del relativo popolo. 

Ebbene, stabilito che tutto quello che ci accade deriva, nel bene e nel male, dall’azione deliberata di qualcuno, è ovvio che in questo modo si legittima la necessità da parte di chi amministra politicamente un sistema di pretendere una sorta di cambiale in bianco, sotto forma di prelievo fiscale, dai membri della medesima comunità. Al pari dei cattivi speculatori-cospirazionisti, la religione dei pianificatori ritiene che un governo buono, il quale abbia in mente solo l’interesse della gente, riuscirà a creare un diffuso e duraturo benessere in proporzione alle risorse che riuscirà a controllare. Tuttavia, dato che attualmente in Italia la mano pubblica gestisce circa il 55% della ricchezza nazionale e che i problemi economici e finanziari sembrano aggravarsi secondo questo delirio occorrerà addirittura accrescere la già enorme quota di risorse rastrellato da uno stato ipertrofico, compiendo un ulteriore passo verso un collettivismo sempre più integrale. In realtà, osservando ciò che sta accadendo nella parte più avanzata del vecchio continente, i paesi che stanno riprendendo a crescere sono proprio quelli che hanno intrapreso da tempo una politica di alleggerimento del gravame pubblico, con tagli alla spesa piuttosto consistenti. Emblematico sotto questo profilo il caso della Svezia, patria del welfare, la quale nel 2010 ha registrato un tasso di sviluppo di quasi il 5%, dopo aver ridotto la spesa pubblica in 10 anni del 18%). Evidentemente, pur con i limiti che i sistemi democratici pongono alle libertà economiche, da qualche parte si è cominciato a capire che forse un eccesso di stato e di politica non solo non può risolvere tutti i problemi, ma quest’ultimo è troppo spesso la causa prima dei problemi medesimi, così come disse il compianto presidente Reagan in un suo memorabile discorso. Se non altro si sta iniziando a diffondere il principio liberale di porre dei limiti all’azione dei vari governi e, conseguentemente, alla quantità di risorse dagli stessi controllate. Ed è questa una consapevolezza, oltre ogni eventuale esigenza elettoralistica, che dovrebbe costituire in Italia la base programmatica per un rinnovato fronte moderato, in netta contrapposizione al catastrofico statalismo delle sinistre e dei tanti demagoghi in servizio attivo permanente.


di Claudio Romiti