Il futuro del centrodestra

martedì 1 maggio 2012


Il futuro del Pdl si chiama federazione. Quella da formare con tutte le forze autonome dell'area che va dalle componenti della destra sociale e nazionale alle componenti riformiste e post-socialiste passando per quelle liberali, democratiche, post-democristiane e , naturalmente, berlusconiane ortodosse.

Se, infatti, dovesse passare la riforma elettorale ispirata ai modelli tedesco e spagnolo che sarebbe stata concordata con l'Udc e con il Pd, che di fatto riesumerebbe il sistema proporzionale corretto con uno sbarramento alto ed un bipolarismo appena accennato dal piccolo premio di maggioranza per il partito più votato, l'unica possibilità del Pdl di conquistare la maggioranza relativa e rivendicare la guida del governo sarebbe quella di diventare una federazione di partiti diversi.

Nessuno sottovaluta la capacità attrattiva che Silvio Berlusconi esercita ancora su una parte consistente del vecchio elettorato del centrodestra. Gli esperti calcolano che con la solita campagna elettorale condotta in prima persona il Cavaliere potrebbe raccogliere un consenso oscillante tra il 15 ed il 20 per cento, con lista chiaramente riferita alla sua persona. Ma, anche superando il 20 per cento, il partito berlusconiano non riuscirebbe mai a diventare il perno dei futuri equilibri politici. Il Pd, di Pierluigi Bersani o di chiunque altro, diventerebbe fatalmente il primo partito destinato a conquistare il premio di maggioranza ed a designare il personaggio che avrebbe il compito di formare il nuovo governo. Con il Pd primo partito, Pierferdinando Casini calcola che per formare il governo Bersani (o chi per lui) sarebbe costretto ad allearsi con l'Udc o, al massimo, a dare vita ad esecutivo di larghe intese.

Casini, in sostanza, è convinto di poter essere, in un caso o nell'altro, l'elemento indispensabile e determinante di qualsiasi alleanza. Consociativa o di neo-centro-sinistra che sia. Ma s'illude. Perché a sinistra ci saranno almeno due forze politiche in grado di superare lo sbarramento elettorale: l'Italia dei Valori e Sel. Per non parlare del movimento di Beppe Grillo che veleggia verso il 7-8 per cento. Se il Pd si ritrovasse alla propria sinistra con un blocco concorrenziale capace di aggregare il 10-15 per cento dell'elettorato, non esiterebbe un solo istante a cedere al richiamo della foresta del frontismo e della regola a non avere nemici a sinistra, affrettandosi a scaricare Casini ed a formare una coalizione di governo formata solo dalle forze della sinistra. Con simile prospettiva il Pdl rischia di essere sbattuto all'opposizione per una intera legislatura. Con il ritorno al proporzionale ed ai governi non scelti direttamente dagli elettori, infatti, Casini non esiterebbe a trasformare l'Udc in foglia di fico del governo di sinistra.

E nel corso della legislatura il 20 per cento berlusconiano perderebbe facilmente pezzi su pezzi. Per il Pdl, dunque, diventa obbligatorio puntare a scavalcare il Pd, conquistando il premio di maggioranza. Per farlo non può più contare sulla capacità di Berlusconi di rappresentare, grazie al bipolarismo obbligato della Seconda Repubblica, l'intera area del centrodestra e degli oppositori della sinistra. Il Cavaliere, anche se conserva una forte attrattiva elettorale, ha perso questa sua peculiarità (infatti ha accettato il proporzionale). La federazione tra i berlusconiani ed una serie di partiti autonomi dell'area dell'anti-sinistra diventa obbligatoria. Una federazione fondata su regole di governance precise, formata da gruppi dirigenti selezionati per merito. E, naturalmente, aperta a chiunque voglia opporsi al conservatorismo della sinistra. Lega compresa.


di Arturo Diaconale