Che ci importa delle frequenze?

giovedì 19 aprile 2012


"Beauty Contest" non è il nome di una corrente politica che si ispira a Margaret Thatcher. E nemmeno a Ronald Reagan. È comunque la frase magica che desta dal torpore larga parte del Pdl e fa capire al centrodestra che questo governo Monti non è proprio il massimo della vita. Né sulla reintroduzione dell'odiosa tassa sulla prima casa né tantomeno sulla molto discutibile riforma del mercato del lavoro, il Popolo della Libertà era stato capace di una reazione tanto decisa come quella di parte dei suoi dirigenti sulla probabile asta delle frequenze televisive. L'argomento è molto tecnico e certamente il Pdl ha tutte le buone ragioni di questo mondo per sostenere una tesa opposta rispetto a quella del superministro Corrado Passera. Eppure un problema politico c'è. E va affrontato. In questi mesi iscritti, militanti, semplici elettori del centrodestra italiano hanno dovuto subire nell'ordine: la defenestrazione di un governo legittimamente eletto dai cittadini in favore di un esecutivo i cui componenti non sono stati mai votati da nessuno, un paio di manovre che definire "pesanti" è un eufemismo, un sensibile aumento della pressione fiscale, l'instaurazione di uno stato di terrore tributario e una rinnovata ostilità verso piccoli e medi imprenditori da far inorridire il miglior Cossutta.  

Se si escludono pochi "resistenti", mai nessuno tra le file dei berlusconiani ha osato alzare la mano e fare presente che proprio d'accordo con tutto questo non si poteva essere. Non appena sul tavolo è sceso il tema delle frequenze televisive, però, il Pdl si è riscoperto vivo. L'operato del Governo "è grave" e il tema deve essere "oggetto di un vertice con Monti". Il messaggio è chiaro: su lavoro, tasse e mancati tagli possiamo pure soprassedere, ma su questa cosa delle frequenze no, non possiamo proprio tacere.

La domanda, ahinoi, sorge spontanea: è tutto qui il centrodestra che nel 1994 è uscito dal limbo elettorale per presentarsi ai cittadini con un programma che non si vergognava a definire "liberale"? Sono bastati vent'anni di politica di palazzo a ridurre il blocco culturale moderato a semplice ufficiale di complemento di un governo di tecnici incapace di fare il minimo indispensabile per salvare questo paese dall'oblìo? È possibile che il più grande partito italiano sappia farsi sentire solo quando si parla di antenne e digitale terrestre?

Non cadremo nella retorica di chi accusa il Pdl di essere un movimento al servizio di Berlusconi. Sappiamo che non è così. Ma è un problema di prospettiva politica e di priorità. Berlusconi, Forza Italia, il Pdl sono nati per un'esigenza precisa che il paese trasmetteva alle sue classi dirigenti. Si è trattato di una lirica fortemente liberale e da quella occorre ripartire. Non è ossessione per lo spirito del 1994, ma il centrodestra deve tornare ai suoi fondamentali: alleggerimento del peso dello stato, tagli fiscali consistenti, riduzione della spesa pubblica, spazio ai corpi intermedi per liberare le risorse positive della società. Sono argomenti ancora buoni per scrivere il prossimo programma elettorale ma sono, o meglio, dovrebbero essere, i valori fondanti con cui un centrodestra moderno chiude la parentesi di un governo tecnico.

Da parte del Pdl serve uno scatto d'orgoglio su alcuni punti non negoziabili. Non c'è momento migliore di questo per inchiodare Monti e i fautori di un governo senza politica alle loro responsabilità. Sappiamo bene cosa serve al paese. Lo sanno gli organismi internazionali, lo sa la politica, lo sanno i tecnici: è un piano di riforme perfettamente in linea con i valori del centrodestra. Dalla riforma del lavoro alla riduzione del debito, dal pareggio di bilancio a una maggiore responsabilità fiscale. Concentrarsi su questi pochi ma qualificanti provvedimenti (e poi, eventualmente, discutere di frequenze) rappresenta una strada per il futuro. La strada inversa è perdente e incomprensibile. Meglio, a quel punto, ammettere di aver perso la nostra sfida per la modernizzazione.


di Simone Bressan