I professionisti dell'anticasta

mercoledì 28 marzo 2012


Il dibattito sulla riforma del lavoro è diventato surreale. Il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha affermato che compito del proprio governo è ridurre progressivamente la distanza che al momento separa la Costituzione materiale da quella formale. Cioè che l'esecutivo vuole ridimensionare il potere di veto che i sindacati hanno esercitato per l'intera durata del secondo dopoguerra e continuano ad impiegare per condizionare a proprio vantaggio la politica nazionale.
La risposta di Susanna Camusso è stata come sempre decisa. «La Repubblica - ha ricordato - è fondata sul lavoro». Per cui, secondo la rocciosa segretaria della Cgil, sbaglia Monti quando si propone di identificare Costituzione materiale e formale e ridimensionare il peso dei sindacati. Perché, a suo parere, in questo campo le due Costituzioni si identificano fissando con l'articolo 1 il diritto delle associazioni dei lavoratori di esercitare il loro potere di veto sull'intera politica nazionale. Insomma Monti, costituzione formale alla mano,  vorrebbe che i sindacati non pretendessero di continuare a cogestire le grandi scelte del paese attraverso il metodo della concertazione che consente di attuare solo le misure provviste di placet delle grandi Confederazioni. La Camusso, al contrario, sbandierando la Costituzione materiale, pretenderebbe che la concertazione non avesse mai fine, e che la Repubblica tornasse ad essere quella pan-sindacale degli anni Settanta, quando il potere reale era nelle mani della cosiddetta Trimurti Cgil-Cisl-Uil.
Il dibattito è serio. Perché tocca una questione di fondo. Che è quella di quali debbano essere i rapporti tra forze politiche e sindacali in una corretta democrazia. Ma è anche terribilmente surreale visto che, pur essendo incentrato su due modi diversi di interpretare la Costituzione, nasce da una incredibile rimozione della Costituzione stessa. Cioè dalla constatazione che, se fosse mai stato applicato l'articolo 39 della Costituzione, non ci sarebbe mai stata distinzione tra aspetto formale e quello materiale. E, soprattutto, la prassi della concertazione e del diritto di veto delle associazioni dei lavoratori avrebbe avuto un ben diverso sviluppo rispetto a quello che abbiamo sotto gli occhi. Si discute, in sostanza, su una questione già decisa da oltre sessant'anni dalla Costituzione. L'articolo 39 stabilisce non solo la libertà dei sindacati ma anche che abbiano statuti interni democratici e personalità giuridica. Cioè fissa norme che se applicate avrebbero reso e renderebbero inutile il dibattito in corso. Peccato, però, che quelle norme siano rimaste lettera morta. I sindacati sono sicuramente liberi ma non hanno statuti interni democratici, non vengono registrati, non hanno personalità giuridica e continuano ad usufruire della stessa condizione giuridica di associazione non riconosciuta di cui  godono i partiti politici. Oltre alla Costituzione formale ed a quella materiale c'è, dunque, anche quella dimenticata. Curioso che in questi tempi di campagne moralistiche contro l'uso disinvolto del denaro pubblico a nessuno salti in testa di rilevare che i sindacati, i quali vivono e prosperano sempre e comunque grazie al supporto pubblico, non debbano in alcun modo certificare il numero reale dei loro aderenti, non abbiano vincoli e regole di sorta nella presentazione dei propri bilanci ma continuino a svolgere funzioni politiche di reale cogestione nella politica nazionale. Che aspettano i professionisti dell'anticasta ad indirizzare la loro campagna moralizzatrice anche in questa direzione?

 


di Arturo Diaconale