lunedì 12 ottobre 2026
In Francia i socialisti vogliono aumentare le imposte sulle grandi successioni. Il confronto con l’Italia mostra perché una fiscalità meno gravosa può favorire risparmio, investimenti e continuità delle imprese.
La morte di un individuo non dovrebbe offrire allo Stato un’ulteriore occasione per rivendicare una parte dei suoi beni. Una casa, un’azienda o i risparmi accumulati durante la vita non cambiano natura quando vengono lasciati ai figli. Eppure, la successione è spesso presentata come il momento ideale per correggere le differenze patrimoniali. Dietro le aliquote si pone una domanda più radicale: perché trasmettere ciò che si possiede dovrebbe diventare materia di redistribuzione obbligatoria?
Il dibattito francese è eloquente. Come riferisce Julie Ruiz Perez su Le Figaro del 10 ottobre, i deputati socialisti hanno presentato un emendamento al progetto di bilancio per il 2027 che considera il totale delle donazioni e delle eredità ricevute da ciascun beneficiario nell’arco della vita. I primi 500mila euro sarebbero esenti; oltre tale soglia scatterebbero aliquote progressive fino al 50 per cento sulla parte superiore a 1,25 milioni. I promotori stimano oltre cinque miliardi di euro annui di gettito aggiuntivo. L’europarlamentare Raphaël Glucksmann, fondatore di Place Publique, sostiene una diversa proposta sulle grandi eredità, dalla quale prevede quindici miliardi annui. Gli emendamenti socialisti sono stati respinti in commissione, ma il confronto sul bilancio resta aperto.
L’obiettivo dichiarato è ridurre le disuguaglianze e alleggerire altre imposte. Ma distribuire diversamente le risorse non significa crearne di nuove. Il fisco può spostare capacità di spesa da alcuni individui ad altri; non può garantire che da quell’operazione derivino più produzione, investimenti e salari. I patrimoni non sono un deposito immobile sul quale intervenire senza conseguenze: derivano anche da decisioni di risparmio, iniziativa e assunzione di rischi. Ignorare queste scelte significa giudicare una misura soltanto dalle somme che promette di incassare.
Le differenze con l’Italia rivelano scelte fiscali opposte. In Francia, tra genitori e figli, la franchigia ordinaria è di 100mila euro per beneficiario e l’aliquota marginale massima raggiunge il 45 per cento. Da noi, coniugi e parenti in linea retta pagano il 4 per cento sulla quota eccedente un milione di euro ciascuno. Oltralpe il coniuge superstite è oggi esente, ma l’emendamento propone di cancellare anche questa tutela. Basi imponibili e altri tributi differiscono. Il divario resta comunque considerevole e non dimostra affatto che l’imposizione più elevata sia anche quella economicamente preferibile.
La differenza pesa soprattutto quando il patrimonio è composto da immobili o imprese familiari. Il valore di una casa, di un terreno o di una partecipazione societaria non equivale a denaro disponibile. Per soddisfare obblighi fiscali elevati, gli eredi possono dover vendere beni o indebitarsi, anche se conservarli sarebbe più utile. Nel caso di un’azienda, le conseguenze possono coinvolgere lavoratori, fornitori e clienti: un’attività produttiva non è un conto corrente da cui prelevare una percentuale senza modificarne gli equilibri.
Entrambi gli ordinamenti riconoscono questo problema. In Italia il trasferimento di aziende e partecipazioni al coniuge o ai discendenti è esente dall’imposta successoria a determinate condizioni; Oltralpe, il Pacte Dutreil accorda agevolazioni che le proposte socialiste vorrebbero restringere. Per gli immobili, inoltre, la legge italiana consente in determinati casi di utilizzare i valori catastali, spesso inferiori a quelli di mercato, ferme le imposte ipotecarie e catastali. Sono regole che incidono sulla possibilità di proseguire un’impresa o conservare un bene.
Chi difende un’imposta successoria più alta osserva che l’erede non ha necessariamente prodotto ciò che riceve. È un argomento che dimentica l’altra parte del rapporto: chi ha risparmiato, investito e scelto a chi destinare i risultati delle proprie attività. Né ogni differenza patrimoniale è il segno di un privilegio. Alcune nascono da protezioni politiche, altre da scambi volontari, capacità imprenditoriali e consumi rinviati. Confondere le une con le altre significa assumere l’uguaglianza dei risultati come misura della giustizia, anziché rimuovere gli ostacoli che impediscono a ciascuno di migliorare la propria condizione.
Per l’Italia la conclusione dovrebbe essere netta. Un Paese già gravato da imposte elevate, regole complesse e crescita debole non ha bisogno di importare dal modello francese un ulteriore ostacolo alla trasmissione dei beni. La nostra disciplina, relativamente moderata, non è un privilegio da cancellare: è un limite ancora insufficiente all’invadenza fiscale. La strada da percorrere è opposta: abolire l’imposta di successione e lasciare agli individui la libertà di destinare ciò che appartiene loro a chi desiderano, nel rispetto degli altri diritti tutelati dall’ordinamento.
Un’eredità non è un debito contratto verso la collettività. È anche la continuità di progetti che attraversano le generazioni. Il gettito annunciato si conta facilmente; molto meno visibili sono gli investimenti rinviati, le imprese non ampliate e le opportunità perdute.
Lo Stato può disporre delle somme che incassa, ma non può sostituirsi alle persone che producono, risparmiano e costruiscono il futuro.
di Sandro Scoppa