venerdì 2 ottobre 2026
La domanda che il dato sul deficit italiano del 2025 pone non è soltanto contabile ma è soprattutto politica: il 3,08 per cento del Pil, appena sopra la soglia europea del 3 per cento, può diventare il pretesto per considerare sostanzialmente superata la fase di consolidamento dei conti pubblici e aprire, in vista delle elezioni politiche del 2027, una stagione di maggiore spesa?
La risposta richiede però di separare il significato economico del numero da quello giuridico e politico che gli viene attribuito. Partiamo dall’inizio. La procedura per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia è stata aperta dal Consiglio il 26 luglio 2024, sulla base del deficit del 2023, allora pari al 7,4 per cento del Pil. Il percorso correttivo previsto per l’Italia fissa per il 2025 e il 2026 una crescita massima della spesa netta rispettivamente dell’1,3 per cento e dell’1,6 per cento; il piano strutturale, tuttavia, definisce una traiettoria pluriennale che prosegue fino al 2031.
Ora secondo i conti nazionali diffusi dall’Istat il 22 settembre 2026, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche nel 2025 è stato pari al 3,1 per cento del Pil; il dato puntuale utilizzato nelle elaborazioni è pari al 3,08 per cento. Il miglioramento rispetto al 3,4 per cento del 2024 è reale e il saldo primario è tornato positivo, allo 0,8 per cento del Pil.
È evidente come sia difficile, dal punto di vista economico, attribuire un significato sostanziale alla differenza fra 3,00 e 3,08 per cento. A bene vedere stiamo parlando di otto centesimi di punto di Pil. È quindi pienamente condivisibile che, nel dibattito pubblico, la vicenda sia apparsa come una sorta di “beffa dello zero virgola”. Ma, di converso, bisogna anche evitare un equivoco opposto. Il decimale può essere poco significativo per valutare la salute complessiva dei conti pubblici, ma può essere decisivo per l’applicazione di una regola. E qui occorre anche correggere una convinzione piuttosto diffusa. Dal 30 aprile 2024 è entrato in vigore il nuovo quadro europeo di governance economica.
Il “nuovo” sistema non ha abolito il riferimento del 3 per cento: il valore rimane quello previsto dai Trattati. Ma il modo nel quale viene valutata la politica di bilancio è diventato maggiormente pluriennale e specifico per ciascun Paese. Al centro ci sono i piani strutturali di bilancio di medio termine, che definiscono percorsi pluriennali per la spesa netta, insieme a riforme e investimenti. La Commissione e il Consiglio devono semplicemente far riferimento alla fotografia di un singolo esercizio, ma alla traiettoria dei conti pubblici nel medio periodo.
Di conseguenza il 3 per cento è declassato a un valor medio a cui il deficit deve essere mantenuto o riportato nel medio periodo. Inoltre, per i Paesi sottoposti alla procedura per disavanzo eccessivo, il percorso di correzione è espresso anche attraverso limiti alla crescita della spesa netta.
La vicenda ha aperto anche un tema di polemica con l’Istat, che è stato accusato di essere troppo prudente sulle previsioni di crescita del Pil. In effetti il 22 settembre l’Istituto ha rivisto al rialzo il Pil 2024, portando la crescita dall’1,0 per cento allo 1,1 per cento, con una revisione significativa rispetto alle precedenti stime, e ha rivisto anche il livello nominale del Pil 2025. Tuttavia, l’Istat stesso precisa che si è trattato della revisione ordinaria dei conti nazionali, effettuata incorporando nuove informazioni, nuove fonti e innovazioni metodologiche.
Ma la sostanza del problema, a nostro modo di vedere, è un altro: non il deficit in sé, ma il debito. Come noto, il deficit è un flusso che misura quanto, in un determinato anno, lo Stato e le altre Amministrazioni pubbliche spendono in più rispetto alle entrate, mentre il debito è invece uno stock, il risultato dell’accumularsi nel tempo dei disavanzi, corretto da altri fattori. Per questo motivo, un deficit al 3,08 per cento anziché al 2,99 per cento non può essere considerato, da solo, la misura della sostenibilità dei conti pubblici.
Secondo le previsioni della Commissione europea del maggio 2026, il debito pubblico italiano era stimato al 137,1 per cento del Pil nel 2025, al 138,5 per cento nel 2026 e al 139,2 per cento nel 2027. La Commissione sottolinea esplicitamente che il rapporto debito/Pil, dopo essere diminuito rispetto al picco pandemico, ha ricominciato a crescere dal 2024. Se il debito fosse stabilmente in diminuzione, un deficit vicino al 3 per cento potrebbe essere letto all’interno di una dinamica complessivamente rassicurante. Ma se il debito continua ad aumentare in rapporto al Pil, il problema non è risolto semplicemente perché il deficit scende dal 3,4 per cento al 3,08 per cento.
Inoltre, il percorso di consolidamento ha comunque un altro effetto importante: la credibilità delle finanze pubbliche influenza le condizioni alle quali lo Stato può finanziarsi. Il costo del debito dipende, non solo dall’adesione o meno alla Ue, come da molti sostenuto ma da molti altri fattori: tassi di mercato, inflazione, crescita, durata dei titoli, condizioni finanziarie internazionali, rischio percepito dagli investitori e andamento dello spread. È evidente il meccanismo generale: più il debito è elevato e più a lungo rimane elevato il costo medio di finanziamento, maggiore diventa la quota di bilancio destinata agli interessi e minore lo spazio disponibile per altre politiche. L’Istat segnala che nel 2025 la spesa per interessi è cresciuta del 2 per cento, pur in rallentamento rispetto all’anno precedente.
Per questo la disciplina di bilancio non è soltanto una questione di Bruxelles, ma a nostro parere è anche (e soprattutto) una questione di quanto del bilancio futuro dovrà essere destinato a remunerare il debito passato.
IL RISCHIO DEL “LIBERI TUTTI” PRE-ELETTORALE
È qui che il 3,08 per cento diventa politicamente interessante. Il mancato superamento della soglia ha raffreddato aspettative che si erano formate intorno alla possibilità di anticipare l’uscita dalla procedura e, di conseguenza, di ottenere maggiore spazio di bilancio. Il passaggio è delicato. Se l’uscita dalla procedura fosse stata interpretata come una sorta di certificazione che “i conti sono finalmente a posto”, sarebbe stato facile trasformare ogni margine di bilancio in nuova spesa.
Ma, anche qui, uscire da una procedura non equivale ad avere risorse libere da spendere. Una riduzione del deficit significa semplicemente che il nuovo debito cresce più lentamente. Per trasformare quella riduzione in spesa aggiuntiva occorre verificare se la nuova spesa sia compatibile con il percorso della spesa netta, con la dinamica del debito e con gli obiettivi del piano pluriennale.
La prossimità delle elezioni politiche del 2027 rende naturalmente più sensibile questo tema, perché gli ultimi anni di una legislatura sono tradizionalmente quelli nei quali aumenta la pressione per misure immediatamente visibili. Ma la semplice coincidenza temporale non dimostra che esista un progetto di “liberi tutti”: questa rimane una questione da valutare sulla base delle concrete decisioni di bilancio. E sulla possibilità di crescita del debito c’è una questione non da poco. Il confronto con gli altri Stati che devono finanziare il loro fabbisogno.
Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale statunitense è previsto a 1.900 miliardi di dollari nel 2026, pari al 5,8 per cento del Pil; il debito federale detenuto dal pubblico dovrebbe passare dal 101 per cento del Pil nel 2026 al 120 per cento nel 2036. Anche il Fondo monetario internazionale segnala una dinamica particolarmente preoccupante: per gli Stati Uniti stima un deficit della pubblica amministrazione generale intorno al 7,5 per cento del Pil nel 2026 e un debito lordo pari a circa il 125,8 per cento del PIL. Nelle proiezioni del Fondo, il debito lordo salirebbe ulteriormente negli anni successivi.
Il punto di caduta per l’Europa e per l’Italia, è che il problema americano non rimane confinato agli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno un ruolo centrale nei mercati finanziari mondiali e nei mercati dei titoli di Stato. Una dinamica di debito e deficit molto elevati può quindi avere ripercussioni sui tassi di interesse globali e, indirettamente, sul costo di finanziamento degli altri debitori sovrani.
In definitiva, per l’Italia il tema non dovrebbe quindi essere trasformare il 3,08 per cento in una colpa o in un’assoluzione. Il dato segnala un miglioramento significativo del disavanzo, ma anche il fatto che il consolidamento non è ancora concluso. Il vero indicatore da seguire nei prossimi anni sarà l’insieme di saldo primario, crescita nominale del Pol, costo medio del debito e rapporto debito/Pil.
Se la crescita nominale e il saldo primario consentiranno di stabilizzare e poi ridurre il rapporto debito/Pil, allora anche un deficit vicino al 3 per cento potrà essere gestito in un quadro sostenibile. Se invece il debito continuerà a salire, il passaggio dal 3,08 al 2,99 diventerà quasi una discussione sul decimale di una questione molto più grande.
Ed è proprio questo il rischio del dibattito attuale: scambiare la soglia che certifica un passaggio procedurale per la certificazione della salute dei conti pubblici. Il 3 per cento può essere una soglia utile per le regole europee. Non può diventare, né in un senso né nell’altro, una misura sufficiente della sostenibilità finanziaria di un Paese.
La previsione della Commissione europea oggi disponibile è 138,5 per cento nel 2026 e 139,2 per cento nel 2027. Questo rende più forte, non più debole, il passaggio sul fatto che il vero problema sia la traiettoria del debito.
di Enea Franza