mercoledì 30 settembre 2026
La maggioranza degli italiani che possiedono un’automobile festeggia la diminuzione del prezzo della benzina deciso da Eni – su presumibile sollecitazione del Governo. Tutti contenti, per ora. Tuttavia, le cose non sono chiare. Nessuna impresa, di sua iniziativa, decide di ridurre i propri margini di profitto, soprattutto se è quotata in Borsa. Se lo fa ne stabilisce con chiarezza i limiti e soprattutto la convenienza guardando al futuro. Escludendo che Eni stia promuovendo un prezzo predatorio, cioè tale da eliminare parte della concorrenza, il problema centrale rimane e riguarda la distorsione di un mercato nel quale una moltitudine di distributori indipendenti potrebbe vedere sparire i propri guadagni. Eni può vendere la benzina a 1,99 euro perché è un’azienda petrolifera “integrata”, possedendo tutta la filiera che va dalla produzione alla raffinazione, la logistica e la distribuzione. E può farlo per un periodo sufficientemente lungo da rendere, magari non intenzionalmente, economicamente insostenibile la permanenza di alcuni concorrenti. D’altra parte, se Eni ha margini di raffinazione elevati e una forte integrazione verticale, perché il Governo ha bisogno di “convincerla” a ridurre il prezzo invece di intervenire direttamente sulle accise? Solo i mesi prossimi ce lo diranno verificando l’andamento dei prezzi di tutti i protagonisti e le quote di mercato che ne risulteranno. Sta di fatto che durante la crisi energetica del 2026, le compagnie non hanno trasferito integralmente sui consumatori l’aumento delle quotazioni internazionali.
Anzi, secondo il Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) pare abbiano in parte compresso il margine. Quindi, almeno per quella fase, parlare di speculazione generalizzata delle compagnie sarebbe difficile. La speculazione, del resto, quando esiste si distribuisce su tutta la filiera e non necessariamente sugli odiati “grandi petrolieri”, Eni inclusa. Tuttavia, il fatto che Eni stia vendendo a 1,99 euro mentre la media nazionale era oltre 2,15 euro è un elemento che rende difficile sostenere, senza ulteriori dati, che l’intero aumento precedente fosse semplicemente “speculativo” da parte di un’azienda controllata dallo Stato come da parte delle altre. Ad ogni modo, l’aspetto populistico non può sfuggire e consiste nel fatto che l’iniziativa di distorcere il mercato soddisfa bisogni che, come ho già recentemente osservato, sono davvero rilevanti solo per chi usa una vettura per lavoro e non per andare a lavorare o a prelevare i bambini a scuola intasando le città. Ma ancora più grave è la possibilità che quanto sta avvenendo per la benzina inneschi la pretesa di attuare qualche forma di moral suasion anche su altri prodotti: perché la benzina sì e, poniamo, l’energia elettrica o il gas no? E questo o quel prodotto alimentare? E le assicurazioni? E via discorrendo. L’effetto “campagna elettorale” è veramente pericoloso anche se, per chi ha la vista corta, può generare vantaggi concreti nell’immediato dando l’illusione che, invece, siano eterni. Ma il mercato, interno e internazionale, dei beni, dei servizi e delle finanze, non vota e va dritto per la sua strada.
di Massimo Negrotti