martedì 29 settembre 2026
Il babbeume filoputiniano sa a malapena che negli anni ‘90 abbiamo iniziato a delocalizzare le nostre fabbriche in Cina e altrove. Non si è accorto che, utilizzando il gas russo come unica fonte energetica abbiamo pagato a Russia e Cina il loro riarmo e il loro dominio commerciale. Eppure, già nel 2005 era sotto gli occhi di tutti che stavamo nutrendo coccodrilli che già ci avevano giurato che saremmo diventati il loro pranzo di nozze. Il caso di Ineos (la nona industria chimica al mondo) è esemplare. Ineos sta disattivando tre dei suoi impianti nel Regno Unito poiché il rialzo del prezzo del gas rende l’attività non competitiva. Chiudendo le fabbriche Ineos, l’Europa perderebbe le ultime unità di produzione di acetile, materia utilizzata in settori come tessile e Sanità, cosmesi e detergenti. La Cina ringrazia. Gli Stati Uniti anche, perché sono autonomi e perché sono avanti nella ricerca a 360°. Non a caso gli States utilizzeranno energia dal sottosuolo profondo, in maniera green, sempre disponibile e (quasi) gratuita: il modello è Larderello, o meglio, il calore a 400° che si trova sotto i nostri piedi.
Il problema che obbliga Ineos a chiudere gli impianti più moderni ed efficienti (per i consumi) della Ue è quello del prezzo del gas che − grazie alla guerra ibrida del Quartetto − nel Regno Unito sono 12 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e 8 volte superiori a quelli della Cina. Inoltre i prodotti alternativi al gas russo comprati negli Usa inquinano 8 volte più del gas naturale, e quelli cinesi 12 volte di più. Pertanto, con le regolamentazioni anti CO2 dell’Europa molte industrie europee saranno condannate all’estinzione. Non a caso anche l’industria chimica tedesca è in gravi difficoltà.
In Italia abbiamo il caso dell’Ilva di Taranto, che anch’essa rischia la chiusura da anni. Si spera che, dopo l’obbligo di spegnere i forni imposto dalla magistratura di Milano, intervenga il gruppo di imprenditori italiani, che è l’ultima spiaggia per una nazione manifatturiera che resterebbe quasi priva di una produzione autonoma di acciaio. Si noti che lo stesso Antonio Gozzi, presidente di Federacciai dal 2022 e Special Advisor del Presidente di Confindustria per l’Autonomia Strategica, ha dovuto diversificare le sue aziende con Duferco Energia. In origine gestiva acciaierie nel Belgio, ma in seguito, tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni 2000, il gruppo era un produttore siderurgico mondiale con una capacità di oltre 8 milioni di tonnellate, e il Belgio era la principale roccaforte produttiva estera. Nel 1997 Duferco acquisì siti siderurgici belgi in crisi per rilanciarli. Il gruppo possedeva o partecipava a impianti produttivi negli Stati Uniti, in Macedonia del Nord (Makstil), in Sudafrica (Duferco Steel Processing) e in Danimarca.
Dopo il 2010, complici le crisi cicliche dell’acciaio europeo e una precisa scelta strategica, Duferco ha venduto quasi tutti gli stabilimenti di produzione a caldo e di laminazione all’estero per rilocalizzare la manifattura pesante in Italia (in particolare sull’hub di San Zeno Naviglio). I grandi impianti belgi di produzione e laminazione di Clabecq e La Louvière sono stati ceduti ai russi di NLMK a partire dal 2006 fino al 2011. Oggi Duferco mantiene in Belgio (e in Vallonia) solo uffici societari, attività di logistica intermodale e riqualificazione industriale. Il braccio commerciale e logistico del gruppo – la divisione DITH (Duferco International Trading Holding) – è tuttora una grande multinazionale, con centri di servizio, stoccaggio e filiali commerciali ovunque.
La Cina è una tirannia comunista ma ha un governo dinamico.
La Cina può agire con una catena di comando molto corta, e per giunta può inquinare liberamente la provincia ribelle dello Xinjiang. Pechino, infatti, alla chiusura di Hormuz ha reagito puntando sul carbone locale ma con una tecnologia nuova, e creando un mega polo industriale che coniuga chimica ed energia, in grado di rendere autonoma la Cina per un secolo. Il polo carbo-chimico sarà grande quanto l’intera regione Abruzzo e della Provincia di Perugia (15mila Kmq di fabbriche nello Xinjiang e 16mila Kmq per Abruzzi e Provincia di Perugia). Nello Xinjiang musulmano, dove i maschi sono stati deportati in massa nei laogai (i lager cinesi su cui non ci sono Flottiglie in soccorso), vi sono più riserve di carbone (come peso) che petrolio in tutto il Golfo Persico.
Ma la Cina non si limita al carbone. È diventata leader mondiale nella produzione di nuove centrali nucleari. Le realizza in sei anni e a metà del costo che paghiamo in Occidente.
L’export cinese è sempre più soffocante. Secondo Fortune.com la gloriosa azienda fiorentina Gucci, che per oltre un secolo ha portato nel mondo l’artigianato del lusso Made in Italy, ora produrrà in Cina le proprie scarpe sneakers che solo privilegiati come Francesca Albanese (che ha posato come modella per Loro Piana e Prada) possono comprare, visto che costano 1.000 dollari. Ker Gibbs, ex presidente della Camera di commercio americana a Shanghai, dichiara a Fortune che la Cina “… Non è più un luogo in cui si producono solo cose a basso costo e di scarsa qualità”.
Mentre la Cina costruisce un impianto di produzione elettrica a carbone grande 15.500 chilometri quadrati, continua a venderci i poco green pannelli fotovoltaici. Mentre Volkswagen agonizza, da Shanghai o Tianjin non arrivano magliette ma auto e prodotti di fascia alta.
Il bello è che il know-how cinese proviene soprattutto dall’Europa, da quando negli anni ‘90 Francia e Germania facevano a gara a chi più delocalizzava nel Celeste Impero. Volkswagen produce auto in Cina addirittura dagli anni Ottanta e ha praticamente creato aziende in grado di produrre e commercializzare le loro auto.
Il passaggio è epocale: i cinesi hanno smesso di essere fornitori di prodotti e stanno diventando concorrenti. Fortune ricorda che in Cina un lavoratore costa all’azienda in media 629 dollari al mese, contro i 1.341 di Taiwan e i 2.075 della Corea del Sud.
Il problema dell’Europa è quindi triplice:
- Problema geopolitico: non c’è una governance in grado di agire e imporre politiche nel mondo, anche perché non c’è una Difesa comune europea;
- Problema energetico: dopo le idiozie tedesche con i Nord Stream, paghiamo con il crollo delle centrali nucleari (in Germania in dismissione per un’errata valutazione écolò). Non abbiamo più fatto ricerche geologiche su gas e petrolio (a parte la Norvegia nel Mare del Nord);
- Problema commerciale. Pagando un costo del lavoro enorme (il welfare va aggiornato), ed essendo potenza manifatturiera priva di energia a costi concorrenziali, non abbiamo più chances serie sui mercati mondiali.
Per giunta, mentre l’export cinese sale a dismisura, quello tedesco verso la Cina cala: le esportazioni verso la Cina sono calate del 9,7 per cento e le importazioni dalla Cina sono aumentate dell’8,8 per cento. Le esportazioni di auto verso la Cina sono diminuite di un terzo lo scorso anno. Quelle della Volkswagen sono calate del 36,6 per cento nel secondo trimestre ’26.
Le auto cinesi a inizio estate hanno persino superato la concorrenza di aziende giapponesi come Toyota, Suzuki o Honda. L’Ue ha cercato di imporre dazi standard del 10 per cento sulle auto e ulteriori dazi fino al 35,3 per cento sulle batterie per veicoli elettrici di fabbricazione cinese, ma invano. Occorre ristrutturare completamente la missione economico-politica dell’Europa.
di Paolo Della Sala