lunedì 28 settembre 2026
Irpef, flat tax per i giovani e cedolare secca sui negozi entrano nel cantiere della manovra. Il nodo vero è smettere di considerare ogni riduzione d’imposta come una concessione dello Stato.
Nel lessico della finanza pubblica, quando lo Stato incassa meno si parla quasi sempre di “costo”. Se un’aliquota scende, occorre trovare la “copertura”; se una tassa non viene applicata, si contabilizza il “mancato gettito”. È una convenzione contabile che rovescia la prospettiva economica: il reddito nasce prima dell’imposta, è prodotto infatti dal lavoro, dal capitale, dal risparmio e dallo scambio. Non è lo Stato a concederne una parte al contribuente; è il contribuente a trasferirne una parte allo Stato.
Il pacchetto fiscale allo studio per la prossima manovra rende evidente questa tensione. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha indicato tre possibili interventi: estendere fino a 60mila euro lo scaglione Irpef oggi tassato al 33 per cento, introdurre una flat tax per i redditi dei giovani neoassunti con incentivi alle imprese e riaprire la cedolare secca per le locazioni commerciali.
Dal 2026 l’Irpef applica il 23 per cento fino a 28mila euro, il 33 per cento tra 28mila e 50mila e il 43 per cento oltre questa soglia. Portare il limite del secondo scaglione a 60mila euro significherebbe ridurre di dieci punti l’aliquota marginale sulla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro. Il beneficio massimo lordo, per chi raggiunge o supera i 60mila euro, sarebbe quindi di mille euro l’anno.
Il punto, però, è più ampio. Un sistema che tassa con il 43 per cento l’ultimo euro guadagnato, prima ancora delle addizionali e degli altri prelievi, modifica inevitabilmente le scelte individuali: quanto lavoro aggiuntivo accettare, quanto risparmiare, quanto investire. L’aliquota marginale riduce il rendimento dello sforzo ulteriore e altera il rapporto tra lavoro e tempo libero, consumo e risparmio, investimento e rinuncia. Il problema, dunque, non consiste soltanto nello stabilire quale fascia di reddito debba beneficiare di un alleggerimento, bensì nel peso complessivo di un prelievo che rende progressivamente meno conveniente produrre nuovo reddito.
Ancora più evidente è la questione posta da una flat tax riservata ai giovani. Ridurre il carico fiscale sul lavoro aumenta il reddito netto e può rendere meno onerosa una nuova assunzione. Il problema nasce quando il vantaggio dipende dall’età. Due persone che svolgono lo stesso lavoro e producono lo stesso reddito finirebbero per subire un trattamento fiscale diverso soltanto perché una si trova al di qua e l’altra al di là di una soglia anagrafica. Le agevolazioni selettive alterano inoltre i prezzi relativi: se assumere un trentacinquenne costa meno che assumere un trentaseienne, una parte delle decisioni può dipendere dall’incentivo anziché dalla produttività e dalle caratteristiche del lavoratore. Un’imposizione più semplice, generale e uniforme riduce invece queste distorsioni e lascia che le assunzioni siano determinate il più possibile dal valore che ciascun lavoratore può creare, non dalla convenienza fiscale collegata alla sua data di nascita.
Un discorso diverso riguarda gli immobili commerciali. Nel 2019 la cedolare secca al 21 per cento è stata applicata ai nuovi contratti stipulati in quell’anno per locali C/1 fino a 600 metri quadrati. La misura non è stata poi resa strutturale. Ora torna l’ipotesi di estenderla ai negozi, forse con una soglia dimensionale più ridotta. Qui emerge una differenza di trattamento significativa. Il reddito che un proprietario ricava affittando un’abitazione può essere assoggettato, ricorrendone le condizioni, a cedolare secca; quello ottenuto concedendo in locazione un negozio continua invece a ricadere nel regime ordinario. Eppure, il meccanismo economico è identico: un proprietario mette a disposizione un bene, un altro soggetto ne acquista temporaneamente l’uso, il canone nasce dall’accordo fra le parti.
Un prelievo più elevato su una delle due locazioni non rende il negozio più produttivo né il commerciante più competitivo. Riduce invece il rendimento netto dell’investimento e modifica il prezzo minimo al quale il proprietario è disposto a locare. In presenza di costi, morosità, tempi di recupero dell’immobile e imposizione patrimoniale, una parte dei locali può restare vuota perché il rendimento atteso non remunera adeguatamente rischio e capitale. È questo l’aspetto che distingue la cedolare sugli immobili non abitativi dai sussidi o dai canoni amministrati. Non stabilisce il prezzo dell’affitto né trasferisce denaro pubblico: riduce il prelievo e lascia alle parti la possibilità di trovare un accordo. Il mercato continua a determinare il canone.
Dal medesimo punto di vista, suscitano interrogativi i limiti costruiti attorno al regime: metri quadrati, categorie catastali, date, requisiti soggettivi. Se due investimenti svolgono la medesima funzione economica, il superamento del trecentesimo o del seicentesimo metro quadrato non ne modifica la natura. I confini normativi introducono invece trattamenti differenti fra situazioni economicamente simili.
Il filo rosso delle tre misure è proprio questo. Il sistema fiscale italiano tende spesso a individuare, anno dopo anno, categorie alle quali riservare un trattamento particolare: giovani, ceto medio, proprietari, imprese. A ciascuno la propria casella e la propria agevolazione. Il risultato è un ordinamento nel quale la richiesta di deroghe cresce anche perché la regola generale rimane gravosa.
L’alternativa è concettualmente opposta: meno eccezioni, meno soglie, minori differenze fra redditi simili e minore penalizzazione del capitale messo a reddito. Il lavoro non deve essere “premiato” da una decisione discrezionale del fisco, così come l’impresa non dovrebbe essere indotta ad assumere in funzione dell’agevolazione disponibile. L’incontro tra chi offre lavoro e chi lo domanda dovrebbe dipendere anzitutto dalla produttività, dalle competenze, dal costo e dal valore che quella collaborazione è in grado di generare. Quanto più il fisco introduce trattamenti differenziati per età, categoria o durata del rapporto, tanto più altera questo calcolo e sposta le decisioni dalla convenienza economica alla convenienza fiscale. La proprietà, allo stesso modo, non ha bisogno di essere indirizzata verso l’impiego preferito dal legislatore: sono proprietario e utilizzatore, attraverso lo scambio, a individuare l’uso che attribuisce maggiore valore al bene.
Il passaggio culturale sta qui. Una minore imposta, sul piano contabile, significa minore gettito per l’erario; per l’individuo significa invece una quota maggiore del proprio reddito che resta nella sua disponibilità.
Sono due modi diversi di leggere lo stesso fenomeno. Il punto è rovesciare la domanda abituale: non quanto lo Stato possa “restituire” attraverso bonus, detrazioni ed eccezioni, ma quanta parte del reddito prodotto sia davvero necessario sottrarre a chi lavora, risparmia, investe e mette a frutto la propria proprietà.
di Sandro Scoppa