lunedì 21 settembre 2026
La proposta di agevolare chi si trasferisce nei piccoli centri riapre il dibattito sulla libertà di scegliere dove vivere e di disporre del proprio reddito.
Un pensionato attraversa il confine e scopre che, con la stessa pensione, può disporre di più denaro. Un altro rimane in Italia, magari in un paese dove le case sono vuote e le serrande abbassate, e continua a sostenere il carico tributario ordinario. Il fisco pesa sul reddito disponibile e sulle possibilità di acquistare una casa, consumare e investire. Lo spopolamento comincia anche dal portafoglio.
Su questo problema interviene la proposta di Mario Pepe, presidente della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, l’autorità pubblica che controlla i fondi pensione integrativi, illustrata sul Sole 24 Ore: prevedere nella prossima legge di bilancio un progetto pilota che favorisca il trasferimento di mille pensionati in cento borghi attraverso un trattamento fiscale agevolato. L’idea solleva una domanda più ampia: se una tassazione più leggera rende conveniente abitare in un luogo, perché riservare il beneficio a pochi, invece di ridurre gli ostacoli fiscali che pesano su tutti?
Il problema è concreto. Secondo le previsioni diffuse dall’Istat nel settembre 2026, gli abitanti delle aree interne potrebbero scendere da 13,3 milioni nel 2025 a 11,8 milioni nel 2050. Dietro questi numeri ci sono immobili inutilizzati, negozi che perdono clienti e proprietari che rinunciano a investire. Meno residenti significano meno domanda e lavoro. Eppure, la vita economica di un borgo può riprendere attraverso scelte che nessuna amministrazione è in grado di programmare: un pensionato acquista una casa e la ristruttura, un altro ne prende una in affitto, entrambi frequentano negozi e utilizzano servizi. Da quelle decisioni nascono redditi per proprietari, artigiani e commercianti, che possono così restare o investire.
È il processo spontaneo sul quale ha insistito Friedrich A. von Hayek: la conoscenza utile all’economia è dispersa fra le persone, ciascuna delle quali conosce bisogni, opportunità e risorse che sfuggono a chi pretende di pianificare dall’alto.
A sua volta, Ludwig von Mises ha mostrato come l’azione umana sia sempre orientata a migliorare la propria condizione, secondo valutazioni soggettive che nessuna autorità può sostituire con le proprie.
Il pensionato che sceglie un borgo, il proprietario che recupera un’abitazione e l’imprenditore che apre un negozio agiscono perseguendo finalità differenti, ma attraverso i loro scambi contribuiscono a creare nuove opportunità economiche. La rinascita di un territorio può così emergere dall’incontro di progetti individuali, senza bisogno di un piano pubblico che pretenda di stabilire in anticipo dove e come le persone debbano vivere.
L’Italia, peraltro, riconosce già un regime agevolato a chi percepisce una pensione erogata da un soggetto estero e trasferisce la residenza in determinati piccoli comuni. L’articolo 24-ter del Testo unico delle imposte sui redditi prevede, a precise condizioni, un’imposta sostitutiva del 7 per cento sui redditi prodotti all’estero; dal 7 aprile 2026 il limite demografico dei comuni interessati è stato elevato a 30mila abitanti. Un pensionato italiano che lascia una grande città per stabilirsi nello stesso borgo, invece, continua a pagare le imposte ordinarie sulla propria pensione. I due nuovi residenti possono acquistare abitazioni, affidare lavori a imprese locali e sostenere gli stessi esercizi commerciali, ma il trattamento fiscale cambia in ragione della provenienza del reddito. La differenza impone di chiedersi perché non alleggerire il fisco anche per chi è sempre rimasto in Italia.
La decisione di trasferirsi, naturalmente, non nasce soltanto da un’aliquota. Contano la famiglia, l’assistenza sanitaria, i collegamenti e il costo della vita. Né è corretto sostenere che andando in Portogallo, Tunisia o Albania una pensione italiana diventi automaticamente esente da imposte: il risultato dipende dal tipo di prestazione, dalla residenza fiscale e dalle convenzioni tra Stati. Proprio perché ciascuno attribuisce un peso diverso a queste condizioni, la concorrenza tra territori permette alle persone di scegliere secondo le proprie priorità, anziché adattarsi a quelle fissate dal potere pubblico.
Lo stesso vale per le case a un euro, spesso evocate come rimedio all’abbandono. Il prezzo simbolico non cancella costi di ristrutturazione, vincoli edilizi e tempi delle autorizzazioni. Una casa vale economicamente se il proprietario può recuperarla, abitarla, venderla o affittarla secondo progetti sostenibili. Ridurre gli impedimenti all’uso della proprietà e lasciare spazio all’iniziativa privata può rendere attraente un borgo molto più di un intervento deciso a tavolino. La rinascita si misura nelle persone che scelgono di viverci e nelle attività capaci di durare.
Un esperimento limitato a mille pensionati può offrire indicazioni utili, purché si considerino anche il gettito rinunciato, i servizi richiesti dai nuovi residenti e gli eventuali trasferimenti da un comune all’altro. Il rischio è scambiare lo spostamento di qualche contribuente per una crescita complessiva.
La questione decisiva resta un’altra: perché la disponibilità del proprio reddito dovrebbe aumentare soltanto quando lo Stato desidera indirizzare qualcuno verso una determinata destinazione? I borghi possono tornare a vivere quando scegliere dove abitare, utilizzare un immobile e avviare un’attività diventa meno oneroso per tutti. La libertà di scelta non è un premio per chi segue un programma pubblico: è la condizione dalla quale possono nascere, senza regia centrale, nuove occasioni di vita e di lavoro.
di Sandro Scoppa