La nuova tentazione dei sindaci inglesi: tassare chi non vota

lunedì 14 settembre 2026


Il governo britannico apre alla tassa sui pernottamenti. Un prelievo facile da imporre, ma il turista può sempre scegliere di andare altrove

C’è una tassa che possiede una caratteristica irresistibile per qualsiasi amministratore pubblico: può essere fatta pagare soprattutto a chi non vota. È la tassa di soggiorno. Il residente vede magari con sospetto un aumento dell’imposta sulla casa o dei tributi locali; il turista, invece, arriva, dorme, paga e riparte. Almeno questa è l’idea.

Anche l’Inghilterra sembra intenzionata a percorrere questa strada. Il governo britannico vuole attribuire ai sindaci delle aree metropolitane inglesi il potere di introdurre una Overnight Visitor Levy, un prelievo sui pernottamenti negli alberghi e nelle altre strutture ricettive. Aliquote e modalità saranno stabilite localmente. In Scozia, intanto, Edimburgo ha già scelto una tassa del 5 per cento, applicata alle prime cinque notti.

Il ragionamento che accompagna misure del genere è sempre seducente. Una città accoglie milioni di visitatori, questi utilizzano strade, trasporti e servizi, dunque appare ragionevole chiedere loro un contributo. E qualche sterlina in più sul prezzo di una camera sembra poca cosa rispetto al costo complessivo di una vacanza.

Il problema è però che l’economia comincia proprio dove finisce questo ragionamento. Una tassa non è soltanto denaro che passa dalla tasca del turista alla cassa del Comune. Modifica un prezzo. E quando esso cambia, si modificano anche i comportamenti. È una delle lezioni più elementari dell’economia, ed è altresì una tra quelle più frequentemente dimenticate quando entra in scena il fisco.

Il turista non è una base imponibile inchiodata al territorio. Può scegliere Manchester invece di Londra, la Spagna invece dell’Inghilterra o semplicemente decidere di trascorrere quattro notti dove prima ne avrebbe trascorse cinque. Può accettare il maggior costo dell’albergo e compensarlo rinunciando a una cena, a un acquisto, a un museo o a qualche altro servizio. La tassa formalmente grava sul pernottamento, ma economicamente può finire per essere pagata anche da qualcun altro. È questo il punto che spesso sfugge. Il prezzo di una camera non nasce nel vuoto. Dentro quel prezzo ci sono il costo dell’immobile, l’energia, il personale, l’Iva, gli adempimenti amministrativi, le imposte e il rendimento necessario perché qualcuno trovi conveniente investire nell’attività. Aggiungere un altro prelievo significa modificare ancora quell’equilibrio.

UKHospitality, la principale associazione di categoria britannica dell’ospitalità, si oppone con decisione alla proposta e richiama uno studio realizzato da Tourism Economics, società specializzata del gruppo Oxford Economics, secondo il quale un’imposta del 5 per cento potrebbe tradursi, entro il 2030, in 33.000 posti di lavoro in meno e in una perdita di circa 2,2 miliardi di sterline di prodotto. Lo studio è stato commissionato dalla stessa UKHospitality e le sue stime vanno quindi considerate tenendo conto della provenienza, senza trasformarle in profezie. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il meccanismo economico che cercano di misurare: quando il prezzo di un bene o di un servizio aumenta, la domanda tende a ridursi rispetto a quella che si sarebbe avuta altrimenti.

La questione diventa ancora più interessante quando la potestà fiscale viene trasferita alle amministrazioni locali. La concorrenza tra territori può certamente rappresentare un limite al potere pubblico: un Comune che tassa troppo rischia di perdere persone, imprese e investimenti a vantaggio di quella vicina. Nonostante ciò, la devoluzione non trasforma automaticamente una nuova imposta in una buona imposta. Ogni sindaco può infatti convincersi che una piccola tassa aggiuntiva non scoraggerà nessuno. Cinque sterline non cambiano una vacanza, si dirà. Probabilmente è vero per molti visitatori. Epperò, lo stesso ragionamento può essere fatto per dieci sterline, poi per un altro tributo, per un aumento dell’Iva, per una tariffa, per un costo imposto alle strutture ricettive. Preso isolatamente, ciascun prelievo appare sopportabile. Sommato agli altri, modifica progressivamente il prezzo finale.

È il vecchio errore di considerare ogni imposta separatamente e ogni contribuente immobile. Il mercato, invece, è fatto di alternative. Nessuno è obbligato a trascorrere una settimana in una determinata città. Ne è obbligato a dormire in albergo per sette notti anziché cinque. E soprattutto il denaro prelevato dal fisco non scompare da un mondo astratto chiamato “turismo”: è denaro che non verrà speso altrove. Se cento sterline finiscono nelle casse pubbliche, quelle stesse cento sterline non possono contemporaneamente finire nel conto di un ristorante, di un negozio, di un taxi o di un teatro. La questione non è stabilire se l’amministrazione locale utilizzerà bene o male quelle risorse. La questione precedente è ricordare che ogni spesa pubblica finanziata attraverso una tassa ha un costo che non coincide necessariamente con la persona indicata sulla ricevuta.

C’è poi un aspetto politico ancora più delicato. Tassare chi non vota localmente riduce uno dei più immediati freni alla crescita della pressione fiscale. Il visitatore non elegge il sindaco che decide l’aliquota e difficilmente organizzerà una protesta. La tentazione di trasformarlo nel contribuente ideale è quindi fortissima. Ma il turista possiede una forma di voto che nessuna legge può abolire: la scelta della destinazione. Può votare con il portafoglio. L’Inghilterra dovrebbe ricordarsene prima di considerare i pernottamenti come un nuovo giacimento fiscale. Una città prospera quando rende conveniente arrivare, soggiornare, investire e spendere. Tassare queste attività perché esistono significa correre il rischio di dimenticare la domanda fondamentale: continueranno a esistere nella stessa misura dopo che le avremo tassate?

Il turista non è un bancomat in viaggio. È un consumatore che confronta prezzi, valuta alternative e cambia comportamento. E la base imponibile, per quanto possa sembrare comoda, non diventa immobile soltanto perché dorme una notte in albergo.


di Sandro Scoppa