giovedì 10 settembre 2026
C’è un dato che dovrebbe far riflettere soprattutto chi governa in nome del centrodestra. Al 1° luglio 2026 le quindici società quotate partecipate dallo Stato valevano complessivamente 394,8 miliardi di euro, il 34,1 per cento dell’intera Borsa italiana. Il valore delle quote detenute dallo Stato raggiungeva 133,4 miliardi.
Enel, Eni, Poste, Leonardo, Terna, Snam, Fincantieri e altre grandi società: lo Stato italiano è, di fatto, il principale azionista di Piazza Affari. La domanda liberale è semplice: perché lo Stato deve possedere imprese che possono essere possedute dai cittadini? Non perché pubblico significhi necessariamente inefficiente. Alcune partecipate sono ben amministrate, producono utili e distribuiscono dividendi. Ma proprio questo rende meno evidente la necessità della proprietà pubblica. Se un’impresa opera sul mercato, produce profitti ed è appetibile per gli investitori, perché deve essere il contribuente a detenerne il capitale?
Esiste innanzitutto un problema istituzionale. Lo Stato stabilisce le regole, riscuote le imposte, concede autorizzazioni e disciplina i mercati. Quando contemporaneamente possiede le imprese che vi operano, l’arbitro diventa anche giocatore.
Esiste poi un problema politico. Ogni società controllata dallo Stato significa consigli di amministrazione, presidenze e incarichi sui quali la politica può esercitare influenza. Non significa che ogni nomina pubblica sia clientelare o incompetente. Significa che più incarichi dipendono dalla politica, maggiori sono le occasioni nelle quali appartenenza e fedeltà possono competere con il merito. E il fenomeno è molto più ampio delle grandi società quotate. Secondo l’ultimo censimento strutturale disponibile dell’Istat, riferito al 2023, in Italia esistono 8.323 unità economiche partecipate dal settore pubblico, con quasi 963 mila addetti. In oltre la metà di queste imprese la presenza pubblica si traduce in un vero e proprio controllo.
Nell’impresa privata, inoltre, chi sbaglia paga. L’azionista che sceglie male gli amministratori rischia il proprio denaro. Nell’impresa pubblica il rapporto tra decisione e responsabilità è inevitabilmente più debole: il capitale appartiene ai contribuenti, ma chi decide non rischia il proprio patrimonio. Privatizzare significa quindi qualcosa di più che fare cassa. Significa ridurre il perimetro nel quale la politica può esercitare il proprio potere sull’economia.
Ma oggi esiste anche una ragione finanziaria difficilmente contestabile. Alla fine del 2025 il debito pubblico italiano aveva superato i 3.000 miliardi di euro e il rapporto debito/PIL rimaneva intorno al 137 per cento. Uno Stato così indebitato dovrebbe almeno domandarsi perché continui a possedere decine di miliardi di partecipazioni in imprese che potrebbero invece tranquillamente stare sul mercato. Naturalmente non tutto deve essere venduto indiscriminatamente. Reti, infrastrutture essenziali e interessi di sicurezza nazionale richiedono valutazioni specifiche. Ma bisognerebbe rovesciare l’onere della prova: non domandarsi perché privatizzare, ma perché lo Stato debba continuare a possedere ciascuna impresa. E i proventi dovrebbero avere una destinazione precisa: ridurre il debito, non finanziare nuova spesa. Vendere patrimonio per spendere significa impoverirsi. Venderlo per abbattere il debito significa ridurre gli interessi e soprattutto il conto che trasferiamo alle generazioni future.
C’è infine una ragione di crescita. Privatizzare significa portare più capitale sul mercato, ampliare il flottante, attirare investitori, aumentare la contendibilità delle imprese e sottrarre una parte dell’economia all’influenza della politica. Lo Stato dovrebbe creare le condizioni perché il capitalismo cresca, non essere esso stesso il principale capitalista. Per un governo di centrodestra questo dovrebbe essere un terreno naturale: meno debito, più mercato, meno nomine politiche, più proprietà privata. Privatizzare non è dunque soltanto una scelta economica. È anche una scelta morale, perché limita il potere della politica e restituisce spazio, capitale e responsabilità agli individui.
Uno Stato liberale non dovrebbe chiedersi quante imprese possa possedere. Dovrebbe chiedersi quante abbia davvero bisogno di possederne. E la risposta, molto spesso, è: nessuna.
(*) Presidente di Lodi Liberale
di Lorenzo Maggi (*)