Milei contro la vecchia politica: niente regali elettorali

venerdì 4 settembre 2026


Alla vigilia della corsa per il 2027, il presidente argentino conferma il rigore fiscale e monetario. Una sfida che riporta alle lezioni di Mises e Hayek.

“I governi diventano liberali quando vi sono costretti dai cittadini”. L’affermazione di Ludwig von Mises contiene una lezione che va ben oltre la politica economica. La libertà non dipende dalla comparsa provvidenziale di un governante illuminato. Dipende soprattutto dalle idee diffuse nella società. Un governo può ridurre la spesa, eliminare regolazioni, aprire i mercati e difendere la moneta, ma nessuna riforma è destinata a durare se gli elettori continuano a chiedere allo Stato protezioni, sussidi e privilegi.

È la grande prova davanti alla quale si trova oggi l’Argentina di Javier Milei. Intervenendo al forum “Vientos de Cambio”, organizzato dalla Fundación Libertad y Progreso, il leader di La Libertad Avanza ha respinto le sollecitazioni di quanti vorrebbero una politica economica meno rigorosa in vista delle elezioni del 2027. La linea indicata è netta: nessun allentamento fiscale e monetario per sostenere artificialmente l’economia prima del voto. La lotta all’inflazione e l’equilibrio dei conti non saranno sacrificati alla convenienza elettorale. Una scelta che sembra tradurre nella realtà una considerazione di Friedrich A. von Hayek: “La politica economica, perfino più di qualsiasi altra, dev’essere una politica di ampio respiro, governata meno dalle urgenti necessità del momento, quanto piuttosto dalla comprensione degli effetti di lungo periodo”. È esattamente il dilemma che si presenta quando si avvicinano le urne: privilegiare il consenso immediato oppure guardare alle conseguenze future delle decisioni prese oggi.

Da decenni l’Argentina conosce un meccanismo perverso: lo Stato distribuisce nell’immediato benefici dei quali trasferisce il costo nel futuro. Spesa, deficit, creazione di moneta, inflazione e svalutazione diventano passaggi dello stesso processo. Il vantaggio è subito visibile; il conto arriva dopo. Ciò rappresenta uno degli inganni più persistenti dell’intervento pubblico: creare moneta non significa creare ricchezza, così come espandere artificialmente il credito non moltiplica le risorse disponibili. E il deficit non cancella il costo della spesa: lo rinvia, lo nasconde e, prima o poi, lo trasferisce ad altri.

Il governo di Buenos Aires sta cercando di spezzare questo circuito. Ma la prova più difficile arriva adesso. È relativamente facile ottenere consenso quando si promette di abbandonare un sistema che ha prodotto inflazione, deficit e impoverimento. Più difficile è mantenere quella rotta quando imprese, categorie e gruppi organizzati tornano a chiedere protezioni, sussidi, credito agevolato e trattamenti di favore. Lo stesso Hayek ha offerto anche un criterio per giudicare queste pressioni: “Lo scopo della politica economica di una società libera non può essere mai quello di assicurare risultati particolari a persone particolari”. Gli industriali, ad esempio, chiedono maggiore protezione dalla concorrenza straniera; altri reclamano credito meno costoso, trasferimenti o agevolazioni. Ogni richiesta, presa singolarmente, può apparire ragionevole; sommate insieme, ricostruiscono gradualmente proprio quel sistema di privilegi e interventi che si voleva smantellare.

È questo il vero banco di prova. Non si tratta soltanto di vedere se il governo saprà resistere alle pressioni, bensì se gli argentini continueranno a sostenerne la rotta anche quando comporterà rinunce nell’immediato: preferendo una moneta stabile alle scorciatoie monetarie, la concorrenza alle protezioni e la responsabilità individuale ai benefici distribuiti dallo Stato. Milei ha riconosciuto che, senza risultati tangibili, sarà difficile ottenere nuovamente il sostegno degli elettori. È una considerazione importante. Il mercato non richiede fede e nessun governo merita cambiali in bianco. Chi governa deve essere giudicato dai risultati e può essere sostituito. Il 2027 potrebbe così rappresentare qualcosa di più di una normale scadenza elettorale. L’economista diventato presidente sembra intenzionato a rifiutare una delle tecniche più antiche della politica: spendere oggi ciò che qualcun altro pagherà domani per conquistare il voto di dopodomani.

L’interventismo possiede un formidabile vantaggio politico: mostra immediatamente ciò che concede e nasconde, almeno per qualche tempo, ciò che sottrae. Il mercato funziona diversamente. Non promette miracoli, ma richiede risparmio, investimenti, certezza delle regole e responsabilità individuale. La sfida più ambiziosa è allora spezzare l’abitudine a considerare lo Stato come il luogo al quale rivolgersi per ottenere protezione dalle conseguenze delle proprie scelte e dalle regole del mercato. Se questo cambiamento entrasse davvero nelle aspettative della società argentina, sarebbe un risultato ben più profondo dell’equilibrio di un bilancio: significherebbe avere compreso che non esistono pasti gratis, che il deficit di oggi presenta il conto domani, che stampare moneta non produce ricchezza e che proteggere qualcuno dalla concorrenza significa farne pagare il costo a qualcun altro.

Si torna così alla lezione di Mises da cui siamo partiti. I governi finiscono spesso per riflettere ciò che i cittadini pretendono da loro. Se chiedono privilegi, troveranno politici disposti a distribuirli. Se pretendono proprietà, moneta sana, libertà economica e limiti al potere, anche la politica sarà costretta ad adeguarsi. La vera partita argentina, dunque, non si giocherà soltanto alla Casa Rosada. Si giocherà nella società e, infine, nelle urne.


di Sandro Scoppa