Eni gestirà un mega giacimento di petrolio in Venezuela

venerdì 4 settembre 2026


Eni ha avuto una marcata presenza nell’estrazione e utilizzo degli idrocarburi del Venezuela. Ciò è avvenuto anche quando il colonnello dei parà venezuelani Hugo Chávez ha preso il potere di un Paese in cui il petrolio scorre a fiumi (anche se non sempre è di qualità eccelsa). Chavez nazionalizzò la compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa, mandandola a rotoli, a vantaggio della sua famiglia e della corte bolivarista che gli garantiva il potere. Comunque sotto la dittatura chavista Eni ha partecipato all’estrazione di petrolio nelle aree di Maracaibo e altrove, insieme alla francese Chevron. Ciò è avvenuto per le competenze tecnologiche e commerciali della nostra compagnia

Il quadro venezuelano è cambiato radicalmente tra il 2025 e il 2026, con l’intervento diretto dell’amministrazione Trump, e il “prelievo forzoso” del successore di Chávez Nicolás Maduro. Fino a quel momento oltre l’80 per cento delle esportazioni venezuelane andava in Cina, che aveva usato come leva la restituzione dei prestiti concessi alla dittatura bolivarista. Il socialismo di Chavez in realtà era una dissimulazione di rapporti precedenti con le giunte militari argentine e con l’Iran (Hezbollah ha avuto parte – con suoi ministri – nella dittatura di Hugo Chávez). L’unica eccezione alle sanzioni americane erano state proprio Chevron con Eni.

Nel gennaio 2026 Trump ha concordato con la nuova leadership di Caracas l'esportazione di 30-50 milioni di barili di greggio venezuelano verso gli Stati Uniti. Un mese dopo, l’amministrazione Trump ha autorizzato cinque società a operare in Venezuela: tra queste figurava anche Eni, oltre a Bp, Shell, Repsol e Chevron. Tuttavia in seguito le compagnie europee risultarono ancora escluse dall’export, ed Eni rischiava di perdere circa tre miliardi di crediti accumulati in passato. La produzione attuale venezuelana è ancora bassa, tanto che negli anni scorsi c’erano black out elettrici, e spesso le pompe di benzina erano chiuse, anche se la Nazione galleggia su un mare di petrolio e la ricchezza di fiumi regala energia idroelettrica. In ogni caso, per la Cina quella avvenuta a Caracas è stata una pesante sconfitta geopolitica, se non petrolifera, con possibili ripercussioni in tutta l’America latina.

Il contratto del 2 settembre assegna all’Italia la (quasi) certezza di non restare senza benzina e gasolio. Questo contratto per Roma ha quindi un significato molto importante che dovrebbe anche interessare la Borsa di Milano e il prezzo della benzina, anche se non immediatamente. Il fatto che il contratto tra Eni (e l’Italia) e la repubblica venezuelana sia molto importante nel quadro internazionale è sottolineato dalla firma, avvenuta alla presenza della presidente pro tempore Delcy Rodríguez. In contemporanea, a Caracas era presente il segretario statunitense dellEnergia Chris Wright (il che è indice di un nulla osta da parte di Washington).

Uno dei fattori decisivi è stato l’alto livello professionale nella tecnologia di estrazione da parte del Gruppo Eni. La company italiana potrà gestire – nelle componenti tecnica, finanziari e commerciale – il mega giacimento (giant field) Junin 5, situato nella cintura dell’Orinoco, la “fascia” acquifera che segue gli ultimi 600 chilometri del fiume ed è larga 70 chilometri. La falda dell’Orinoco è considerata la maggior riserva petrolifera del mondo.

Il contratto – in sigla Cpph – è stato firmato anche dal ministro degli Idrocarburi del Governo venezuelano, Paula Henao, dell’amministratore delegato della società di Stato Pdvsa, Héctor Obregón, e dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. La firma del Cpph rappresenta il completamento di un percorso avviato nell’aprile di quest’anno, che prevedeva già il passaggio dal modello operativo della “impresa mista Petrojunín” (Eni 40 per cento, Pdvsa 60 per cento) al nuovo regime contrattuale del Cpph, permesso dalla Legge organica degli idrocarburi del gennaio 2026.

Il contratto avrà la durata di 25 anni, più eventuali estensioni, e assegna a Eni il ruolo di operatore esclusivo dell’area Junín 5. Un comunicato Eni sottolinea che “Junín 5 è un campo a olio pesante che contiene 35 miliardi di barili certificati. Attualmente produce circa 12mila barili al giorno”. L’amministratore di Eni, Claudio Descalzi, commenta: “Questo accordo rappresenta un nuovo pilastro per il rilancio del settore oil & gas nel Paese, che avviene proprio in una fase storica in cui la sicurezza energetica, basata su abbondanza di risorse e diversificazione delle vie di approvvigionamento, risulta vitale per l’equilibrio mondiale. Il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale”.

PETROLIO, MA ANCHE GAS

In Venezuela, Eni è impegnata anche nello sviluppo di progetti di gas naturale. In particolare, Eni opera attraverso la società “Cardon IV”, partecipata pariteticamente da Eni (50 per cento) e dalla spagnola Repsol (50 per cento), il giacimento Perla, nella licenza Cardón IV, il più grande campo di gas offshore scoperto in America latina. La produzione di gas del giacimento Perla, aumenterà per servire il mercato venezuelano, fino a produrre gas destinato all’export (con proventi per il Venezuela). Eni detiene, inoltre, una partecipazione nella società mista PetroSucre (Pdvsa 74 per cento, Eni 26 per cento) che opera il campo a olio offshore di Corocoro e una partecipazione in Supermetanol, società petrolchimica attiva nella produzione di metanolo.

Eni è presente in Venezuela dal 1998. La società detiene nel Paese sei licenze minerarie, situate offshore nel Golfo del Venezuela e nel Golfo di Paria, e onshore nella regione dell’Orinoco. Nel 2025, la quota di produzione di idrocarburi di Eni nel Paese è stata pari a 64 mila boe al giorno, principalmente provenienti dal giacimento di gas Perla, che rappresenta circa il 35 per cento del totale del gas consumato nel Paese.

UNA VITTORIA PER LITALIA

Inutile dire che questo storico accordo in Italia sarà valutato con un silenzio elettorale da parte delle opposizioni. Quanto alla maggioranza, potrebbe essere motivo di auto promozione elettorale, anche perché parliamo di un contratto che assegna all’Italia sicurezza energetica per il nostro mercato interno, ma conferma anche i successi nel campo della politica estera (che si fonda su quella economica ed energetica). Ma gli elettori di area liberale e conservatrice dovranno forse assistere a un doppio silenzio da parte delle avverse forze politiche. Questo perché il centrodestra comunica poco e, a volte, male. In ogni caso, per le nostre famiglie questa notizia è positiva, ed è questo che sempre dovrebbe contare.


di Paolo Della Sala