La nuova crisi del debito sovrano

venerdì 4 settembre 2026


La crescita continua e inarrestabile del debito pubblico sovrano nelle economie capitalistiche ha raggiunto livelli che ne possono compromettere, nel medio termine, la sua sostenibilità. I mercati finanziari, in considerazione del fatto che è in aumento quello che nel gergo tecnico è definito “rischio Paese”, stanno reagendo richiedendo tassi di interesse sempre più alti. È una equazione: a rischi più alti il creditore chiede maggiori interessi. È stato lungimirante il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti che ha saputo tenere la barra dritta sul contenimento del debito pubblico italiano. Infatti, nonostante una crescita generalizzata dei tassi d’interesse sulle obbligazioni pubbliche, lo spread tra il bund tedesco e il Btp italiano si è mantenuto ad un terzo del differenziale che pagava l’Italia prima del Governo Meloni. È un indiscutibile successo dell’Esecutivo di centrodestra e della sua stabilità politica. Gli interessi che gli stati pagano sul proprio debito sovrano ha raggiunto la cifra monstre di duemila miliardi di dollari. All’aumentare del debito pubblico si riduce l’affidabilità finanziaria di un Paese e la naturale conseguenza è l’aumento del costo del servizio del debito. È di facile comprensione, anche per chi non è un esperto di finanza pubblica, che se ogni anno il bilancio di uno Stato è in deficit (le uscite superano le entrate) il debito complessivo continua ad aumentare e quindi sarà necessario richiedere al mercato nuovi prestiti. Le imprese private e le famiglie per ottenere finanziamenti dal sistema bancario devono dimostrare la loro capacita di rimborso.

I flussi finanziari per le aziende devono essere tali da consentire che una parte della cassa generata dai ricavi possa essere utilizzata per il rimborso dei finanziamenti ottenuti. Lo stesso vale per le famiglie. Parte del reddito netto deve essere destinato al rimborso del mutuo. Se il costo del denaro aumenta, cresce la rata di rimborso del debito e quindi si riduce la capacità di investimenti per le imprese e il reddito disponibile per le famiglie da destinare ai consumi con effetti negativi sull’economia reale e sulla crescita del Pil. Gli Stati che continuano ad indebitarsi, per pagare i propri debiti e i corrispondenti interessi devono, per farvi fronte: o aumentare le imposte oppure ridurre le spese. È un fatto che l’indebitamento pubblico, anche in termini nominali, non può crescere ad libitum né tantomeno l’imposizione fiscale soprattutto in quelle nazioni che hanno già alti livelli di tassazione. Non è, a mio avviso, vero il fatto che la sostenibilità del debito pubblico sovrano è possibile se cresce il Pil. La storia economica ci insegna che ci sono fasi economiche di crescita, periodi di stagnazione e quelle di recessione. Se non ci si comporta da formiche nelle fasi di crescita dell’economia, il debito esplode nei periodi di stagnazione e di recessione. Fare debito non è sempre negativo. C’è il debito “buono” quello destinato ad investimenti in infrastrutture che una volta realizzate genereranno entrate per lo Stato. Ad esempio, realizzare il ponte sullo Stretto di Messina è un importante investimento finanziario per lo Stato. Esborso finanziario che rientrerà negli anni attraverso il pagamento del pedaggio. Il debito “cattivo” è invece legato allo spreco di risorse pubbliche per bonus a pioggia per comprare consenso elettorale. Se il Governo di centrodestra continuerà ad essere virtuoso sul debito pubblico, il ritorno economico per l’Italia sarà la fondamentale fiducia dei mercati dei capitali! Non si compra il consenso con politiche lasche di bilancio ma con una sana gestione del pubblico denaro.


di Antonio Giuseppe Di Natale