lunedì 31 agosto 2026
Dall’accordo Argentina-Cile al patto con Bolivia e Perù: rame e litio possono trasformare la Cordigliera in un grande spazio di investimenti, purché la cooperazione significhi meno ostacoli e non nuova pianificazione.
Le Ande non si sono abbassate di un metro, ma in pochi giorni potrebbero essere diventate economicamente molto meno alte. Prima Argentina e Cile hanno rilanciato l’integrazione mineraria transfrontaliera; ventiquattr’ore dopo Bolivia e Perù si sono aggiunti a una dichiarazione comune sui minerali strategici. Due notizie che, lette insieme, delineano qualcosa di più interessante di una serie di progetti estrattivi: il tentativo di rendere meno rilevanti i confini politici nell’impiego di capitali, infrastrutture e risorse naturali.
Il primo passaggio riguarda il Trattato di integrazione e complementazione mineraria firmato da Argentina e Cile nel 1997 e rimasto a lungo largamente sottoutilizzato. I due Paesi hanno accelerato l’esame dei progetti che possono beneficiare di regole transfrontaliere, consentendo alle imprese di condividere infrastrutture e risorse sui due versanti della Cordigliera. Secondo le autorità cilene, il nuovo quadro potrebbe sbloccare investimenti superiori a 20 miliardi di dollari. L’agenzia Reuters riferisce inoltre che le miniere argentine potrebbero utilizzare percorsi più brevi verso i porti cileni, riducendo costi logistici e duplicazioni.
Poi è arrivato il secondo passo. Il 28 agosto Argentina, Cile, Bolivia e Perù hanno firmato una dichiarazione per approfondire la cooperazione su rame, litio e altri minerali strategici, promuovere investimenti e presentare la regione come fornitore affidabile sui mercati mondiali.
La successione dei due accordi è significativa. Una miniera argentina non perde valore perché il porto più conveniente si trova in Cile; un giacimento di litio non diventa economicamente diverso perché una linea tracciata sulla carta lo separa da infrastrutture situate nello Stato confinante. Quando il capitale può scegliere il percorso meno costoso e le imprese possono condividere impianti e collegamenti, una frontiera amministrativa smette almeno in parte di funzionare come una tassa occulta sulla produzione.
È la vecchia lezione della divisione del lavoro applicata alla geografia sudamericana. Non occorre che ciascun Paese possieda autonomamente ogni porto, ferrovia, impianto di trattamento e servizio necessario a una filiera. L’autosufficienza nazionale è spesso soltanto un modo costoso di duplicare ciò che esiste già dall’altra parte del confine.
Per l’Argentina il cambiamento è particolarmente importante. Infatti, non produce rame dal 2018, nonostante disponga di risorse enormi. Per anni il problema non è stato la mancanza del minerale, ma la difficoltà di trasformare la ricchezza geologica in ricchezza economica. Inflazione, controlli, instabilità normativa, restrizioni ai movimenti di capitale e continue modifiche delle condizioni degli investimenti hanno reso molto più rischioso impegnare miliardi in progetti destinati a produrre risultati dopo decenni. È qui che la presidenza di Javier Milei si gioca una parte decisiva della propria credibilità. Il capitale minerario ha un orizzonte temporale particolarmente lungo. Non basta promettere incentivi per convincerlo a entrare: occorre persuaderlo che proprietà, concessioni, contratti e possibilità di rimpatriare i profitti saranno rispettati anche domani. Un giacimento può contenere miliardi di valore potenziale, ma se chi dovrebbe estrarlo teme che le regole vengano cambiate dopo avere investito, quella ricchezza resterà sottoterra.
Il patto a quattro richiede tuttavia una cautela. La cooperazione fra Stati produce vantaggi quando elimina barriere. Può però produrre l’effetto contrario quando diventa coordinamento politico della produzione, distribuzione pubblica dei capitali o tentativo di governare prezzi e quantità. La stessa Reuters riferisce che la dichiarazione richiama anche iniziative pubblico-private e il ricorso al sostegno tecnico e finanziario di istituzioni multilaterali. La differenza non è secondaria. Un conto è consentire a un’impresa argentina di utilizzare liberamente un porto cileno, facilitare investimenti peruviani o rendere interoperabili le infrastrutture. Altro sarebbe costruire una sorta di cartello politico regionale dei minerali strategici. Nel primo caso si allarga il mercato; nel secondo si rischia di sostituire alle frontiere nazionali una pianificazione sovranazionale.
La storia delle risorse naturali dovrebbe suggerire prudenza. Venezuela e la stessa Argentina hanno dimostrato che possedere petrolio, gas o minerali non assicura prosperità. Le risorse acquistano valore soltanto quando esistono capitale, conoscenze, tecnologia e libertà di impiegarli. La geologia mette il rame nel sottosuolo; sono gli uomini, gli investimenti e gli scambi a trasformarlo in ricchezza.
Per questo la parte più promettente di quanto sta accadendo sulle Ande non è il numero dei governi che firmano dichiarazioni comuni. È la possibilità che imprese e investitori possano attraversare più facilmente quelle frontiere. Se sarà questa la strada imboccata, Argentina, Cile, Bolivia e Perù non avranno creato semplicemente un’alleanza mineraria. Avranno scoperto qualcosa che l’economia conosce da secoli: le frontiere diventano più utili quando smettono di essere ostacoli.
di Sandro Scoppa