venerdì 28 agosto 2026
Il leader della sinistra radicale vuole cancellare il debito detenuto dalla Banque de France. Ma le promesse dello Stato non scompaiono per decreto
Jean-Luc Mélenchon, candidato de La France insoumise alle presidenziali francesi del 2027, ha rilanciato una proposta destinata a diventare uno dei temi più controversi della campagna elettorale: cancellare i titoli del debito pubblico detenuti dalla Banque de France, pari a circa il 18 per cento del totale. L’idea, secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, servirebbe a ridurre d’un colpo il rapporto debito/Pil, oggi superiore al 116 per cento, e a creare nuovo spazio per la spesa pubblica. Una parte del debito cesserebbe insomma di esistere per decisione politica.
La formula è seducente proprio perché sembra eliminare il problema senza imporre alcun costo visibile. Mélenchon l’ha resa ancora più efficace sostenendo che quei titoli potrebbero essere presi e “gettati nel fuoco”. Ma bruciando un titolo non si brucia il costo economico che esso rappresenta.
Il debito pubblico non è una convenzione priva di conseguenze. È un’obbligazione, dunque una promessa di pagamento. E il rispetto delle promesse contrattuali è una delle fondamenta di una società fondata sugli scambi volontari. Che il creditore sia un risparmiatore, una banca, un fondo pensione o una banca centrale cambia la struttura finanziaria dell’operazione, non la sua natura.
Olivier Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale, ha spiegato alla stessa Reuters che l’operazione avrebbe in larga parte natura contabile. Se la Banque de France cancellasse i titoli, perderebbe infatti gli interessi e gli utili che normalmente ritornano al suo azionista, lo Stato francese. Il vantaggio apparente sarebbe quindi accompagnato da minori entrate per lo stesso soggetto che pretende di essersi liberato del debito.
Il problema più serio è però quello della fiducia. Secondo i dati riportati ancora dalla citata agenzia, la Francia deve raccogliere quest’anno circa 310 miliardi di euro sui mercati. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha posto la domanda decisiva: chi continuerebbe a prestare alla Francia se il Paese rinnegasse la propria firma? Non occorre evocare oscuri poteri finanziari. È il normale funzionamento del rischio: un debitore considerato meno affidabile deve offrire rendimenti maggiori oppure trova meno persone disposte a finanziarlo.
E qui si arriva alla questione essenziale. La proprietà non riguarda soltanto case, terreni o imprese. Esiste anche la proprietà di un credito. Chi acquista un titolo pubblico rinuncia alla disponibilità presente di una risorsa in cambio di una promessa futura. Se il potere politico può cancellare unilateralmente quella promessa quando diventa scomoda, non viene colpita un’astratta entità finanziaria: viene indebolita la certezza del diritto.
C’è poi il problema europeo. Come ha ricordato TF1 Info, la proposta si scontra con il divieto di finanziamento monetario degli Stati previsto dall’architettura dell’euro. François Villeroy de Galhau, già governatore della medesima Banque de France, ha sostenuto che una cancellazione dei titoli detenuti dalla banca centrale sarebbe incompatibile con le regole della moneta unica e che le eventuali perdite della banca centrale ricadrebbero, direttamente o indirettamente, sul contribuente.
Ma l’aspetto più rivelatore della proposta di Mélenchon è un altro. Il debito non dovrebbe essere cancellato per chiudere una stagione di indebitamento, bensì per creare nuovo spazio di spesa. Si azzera una parte del contatore per poterlo fare ripartire. La causa resta intatta.
È la vecchia illusione secondo cui il limite alla spesa pubblica sarebbe costituito dalla scarsità delle risorse e non dalla necessità stessa di scegliere. Se un Paese spende strutturalmente più di quanto incassa, nessun artificio contabile può sostituire la riduzione delle uscite, la vendita del patrimonio pubblico, la rimozione delle barriere all’attività economica e una crescita prodotta da milioni di decisioni individuali anziché programmata nei ministeri.
La storia offre numerose varianti dello stesso espediente. I sovrani riducevano il contenuto metallico delle monete; gli Stati moderni hanno spesso utilizzato l’inflazione per diminuire il valore reale delle proprie obbligazioni; altri hanno imposto conversioni o ristrutturazioni. Cambiano gli strumenti, rimane identico il principio: trasferire sul creditore il costo delle promesse formulate dal potere politico.
Parigi rischia così di affrontare un problema di credibilità creando nuova incertezza. Non è cancellando il debito che si rende più ricco un Paese, come non è strappando una cambiale che aumenta il patrimonio del debitore.
Bastiat aveva descritto lo Stato come quella grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere a spese di tutti. Il debito pubblico aggiunge alla sua intuizione una dimensione temporale: consente alla politica presente di trasferire una parte del conto su chi verrà dopo.
La strada opposta è meno spettacolare e certamente più difficile: ridimensionare lo Stato e il potere politico, contenere la spesa, liberare capitale e impresa e rispettare i contratti. Perché il debito pubblico non è una cifra che scompare cancellando una riga da un bilancio. È il prezzo delle decisioni prese ieri.
E una società fondata sulla proprietà e sulla responsabilità comincia da un principio molto semplice: neppure lo Stato può sottrarsi alla parola data.
di Sandro Scoppa