venerdì 28 agosto 2026
Spesso abbiamo sottovalutato l’intero assetto mediorientale, spesso lo abbiamo assimilato a un enorme serbatoio di petrolio e di gas e, al tempo stesso, territorio di puro dominio di famiglie che, nel tempo, avevano praticamente vissuto di ricchezze accumulate e propensi sempre o a forme dittatoriali “intelligenti” o a forme di dominio pericolose. Questo vastissimo territorio caratterizzato da Paesi come lo Yemen, l’Oman, l’Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, l’Iran, l’Iraq e la vasta area orientale della Turchia erano praticamente privi di collegamenti terrestri con il sistema europeo, in particolare con quello comunitario.
Sicuramente il primo approccio diverso, il primo approccio in cui viene ipotizzato un corridoio plurimodale (ferrovia e strada) risale al 2003, cioè con la redazione del Piano generale dei trasporti dell’Iraq prodotto dallo Stato italiano, in particolare da un raggruppamento formato dall’Anas, dalle Ferrovie dello Stato e dall’Enac sotto il coordinamento del sottoscritto e del professor Giuseppe Moesch. Tale strumento prevedeva la realizzazione di un asse ferroviario e stradale che partiva da Bassora, raggiungeva Bagdad e si inoltrava fino a Mossul (realtà al confine nord dell’Iraq) e da tale nodo strategico proseguiva per Ankara. In particolare, Ankara diventava cerniera tra questo corridoio e il prolungamento del Corridoio comunitario numero 10 che si caratterizza come il cordone ombelicale orientale delle reti Trans european network (Ten – T). Ebbene dopo praticamente 23 anni stiamo scoprendo che questa vastissima area del pianeta, dopo la sommatoria di guerre e di instabilità interne, ha dato un ruolo strategico essenziale ai collegamenti terrestri.
Una serie di notizie, apparse negli ultimi giorni su varie testate giornalistiche, raccontano il concreto avvio di un processo infrastrutturale che trasforma questo vasto territorio in un articolato e complesso sistema logistico in cui prende corpo una modalità di trasporto da sempre sottovalutata, cioè la ferrovia e, cosa ancora più interessane, la finalità principale è la ricerca di un collegamento con la rete europea. Saudi arabia railways nei mesi scorsi ha inaugurato un tratto di 1.700 chilometri di ferrovia che collega i porti del Golfo persico alla Giordania. In risposta ai rischi generati dal blocco di Hormuz, Riad ha deciso di accelerare anche la costruzione della ferrovia del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc). Saudi arabia railways di recente ha lanciato le gare d’appalto per la progettazione di alcuni tratti. Il progetto prevede la costruzione, entro il 2030, di una rete ferroviaria transnazionale di oltre 2.100 chilometri che collegherà Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman. Ma come l’asse Bagdad-Mossul-Ankara denuncia chiaramente la volontà di raggiungere attraverso il Corridoio 10 (quello che attraversa la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e raggiunge il Nord Europa), così la Turchia con il canale Istanbul (canale parallelo al Bosforo) intende offrire, in un prossimo futuro, a questo nuovo sistema macro economico un accesso funzionale al Mar Nero e, attraverso il Mar Nero, al Mediterraneo.
In realtà stiamo scoprendo le potenzialità di una tessera del mosaico geo economico mondiale che non avremmo mai immaginato capace di superare la scontata ricchezza energetica (gas e petrolio) per diventare una area produttiva, un area manifatturiera, un’area capace di incrementare il proprio import-export e tutto ciò ridisegnando interamente un impianto logistico finora completamente slegato dal sistema delle reti comunitarie. Non sottovalutiamo questa linea strategica, non la sottovalutiamo perché nei loro piani non ci sono solo assi ferroviari e stradali ma grandi centri manifatturieri, grandi hub logistici, vaste aree destinate alla produzione di tecnologie avanzate. Fra pochi anni assisteremo alla crescita di un polmone produttivo con elevata carica concorrenziale; non dimentichiamo che i costi energetici di queste realtà sono bassissimi e che, qualora finissero i vari conflitti, questa area si allargherebbe all’Iran e alla Siria.
Non è quindi questa una visione utopica per cui fa paura la sottovalutazione di questa evoluzione strategica da parte del nostro Paese e, soprattutto, da parte dell’Unione europea; una sottovalutazione che dura da sempre e che spero termini subito e dia origine a forme di misurabile collaborazione.
(*) Tratto da Stanze di Ercole
di Ercole Incalza (*)