mercoledì 26 agosto 2026
Washington impone tariffe del 50 per cento, Ottawa risponde “dollaro per dollaro”. Quando lo Stato pretende di proteggere l’economia, a pagare sono imprese e consumatori.
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada ha compiuto il salto che per settimane si era cercato di evitare. Fallito all’ultimo momento il negoziato, Washington ha fatto scattare dazi del 50 per cento su circa 20 miliardi di dollari di merci canadesi. Ottawa ha annunciato la risposta: dall’8 settembre tariffe equivalenti su una serie di prodotti americani. Mark Carney l’ha sintetizzata con una formula efficace quanto inquietante: ritorsione “dollaro per dollaro”. Reuters e Financial Times hanno ricostruito la rottura, maturata dopo una brevissima tregua e nuove condizioni poste al tavolo negoziale, la cui responsabilità è contestata dalle due parti.
È il ritorno di una delle illusioni più persistenti della storia economica: credere che rendere artificialmente più costosi i beni stranieri renda automaticamente più ricca la nazione. Il dazio viene presentato come una tassa sul concorrente estero. In realtà, alla frontiera paga l’importatore e, lungo la catena economica, il costo tende a trasferirsi sulle imprese che utilizzano quei beni, sui distributori e infine sui consumatori.
La storia offre precedenti istruttivi. Nell’Ottocento britannico, la battaglia contro le Corn laws ha mostrato con straordinaria chiarezza il conflitto tra privilegio protetto e libertà degli scambi. Quelle leggi mantenevano elevato il prezzo dei cereali importati per favorire i proprietari agricoli, facendo però pagare il conto a milioni di consumatori. Richard Cobden e John Bright compresero che il libero commercio era qualcosa di più di una politica economica: significava sottrarre gli individui al potere delle corporazioni protette e permettere loro di acquistare dove ritenevano più conveniente.
Un secolo dopo è arrivata una lezione ancora più severa. Con lo Smoot-Hawley Tariff act del 1930 erano state innalzate fortemente le barriere americane. Altri Paesi risposero con misure analoghe e il commercio internazionale precipitò negli anni della Grande depressione. Sarebbe semplicistico attribuire ai dazi la crisi del 1929, che era già esplosa, ma è difficile considerarli una cura: contribuirono invece ad aggravare la contrazione degli scambi e alimentare la spirale delle ritorsioni. È precisamente il rischio che riappare oggi. Gli Stati Uniti tassano le merci canadesi; il Canada tassa quelle americane. Washington potrà rispondere ancora e Ottawa potrà replicare. Ogni governo dichiarerà di difendere i propri lavoratori, mentre restringerà progressivamente la libertà economica dei propri cittadini.
Il paradosso protezionista nasce proprio qui. Non esistono soltanto produttori americani e produttori canadesi contrapposti come due eserciti. Esistono milioni di imprese che comprano componenti, materie prime, macchinari e servizi dall’altra parte della frontiera. L’impresa che viene protetta dalla concorrenza su un prodotto può essere contemporaneamente danneggiata dall’aumento del prezzo di dieci fattori produttivi che importa. Nel caso nordamericano il problema è ancora più evidente. I due Paesi hanno costruito in decenni di integrazione economica catene produttive nelle quali il confine politico conta assai meno del processo industriale. Componenti automobilistici, metalli, materiali e semilavorati possono attraversare più volte la frontiera prima di arrivare al consumatore. Applicare dazi lungo questo percorso significa tassare non soltanto una merce, ma la divisione internazionale del lavoro.
È la grande intuizione che da Adam Smith a David Ricardo, fino a Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, attraversa la tradizione liberale e la teoria economica: lo scambio volontario non è una concessione del potere politico. È una forma elementare di cooperazione sociale. Due individui commerciano perché entrambi ritengono di ricavarne un vantaggio; altrimenti lo scambio semplicemente non avverrebbe. Il confine trasforma artificialmente quell’atto pacifico in una questione politica.
La vicenda è tanto più significativa perché investe l’Usmca, l’accordo che regola il gigantesco mercato nordamericano. Le nuove tariffe americane derivano dall’utilizzo della section 338 del Tariff act del 1930, norma quasi dimenticata che consente dazi punitivi fino al 50 per cento contro Paesi accusati di discriminare i prodotti statunitensi. La Reuters ha rilevato che si tratta del primo impiego conosciuto della disposizione in quasi un secolo.
Anche il Canada, naturalmente, sbaglia quando risponde al protezionismo con altro protezionismo. La ritorsione può avere una logica negoziale e politica, ma economicamente conserva la medesima natura: per punire gli States, il vicino canadese rende più costosi determinati beni ai propri cittadini e alle proprie imprese. Il protezionismo dell’avversario diventa così la giustificazione per limitare ulteriormente la libertà in casa propria.
Frédéric Bastiat aveva colto magistralmente l’assurdità di questa logica: giudicare una politica economica significa guardare non soltanto a ciò che si vede, ma anche a ciò che non si vede. Si vede l’industria protetta dal dazio; assai meno visibili sono il consumatore che paga di più, l’impresa che sopporta maggiori costi, l’investimento rinviato e gli scambi che non avverranno.
La prosperità nordamericana è cresciuta proprio perché milioni di persone hanno potuto cooperare oltre le frontiere. Trasformare quella frontiera in un casello fiscale non renderà americani e canadesi più indipendenti. Li renderà semplicemente meno liberi di scegliere con chi commerciare. E quando diminuisce la libertà di scegliere, raramente aumenta la ricchezza.
di Sandro Scoppa