martedì 28 luglio 2026
Sguardi liberi e riflessioni su idee, potere, società
a cura di Sandro Scoppa
1/2026 – Quando presumiamo di sapere. Perché la società non è un laboratorio
Quando presumiamo di sapere, iniziamo a sbagliare. È da questa convinzione che nasce l’idea di poter trattare la società come un laboratorio.
Viviamo in un’epoca convinta di sapere. Si crede che i problemi abbiano sempre una soluzione tecnica, che tutto sia spiegabile e che, nelle crisi, qualcuno sappia indicare la strada. È una sicurezza che apparentemente rassicura, ma in realtà inganna.
La conoscenza umana, però, non è compatta né ordinata. Neppure si trova tutta in un unico luogo, né appartiene a una sola persona e non è mai completa. È sparsa, divisa tra molte persone, a volte incoerente. E soprattutto ha dei limiti.
Nonostante questo, gran parte del dibattito pubblico parte dall’idea opposta. Si dà per scontato che qualcuno ˗ un’autorità, un esperto, un organismo tecnico ˗ possa raccogliere tutte le informazioni utili e usarle per guidare la società dall’alto. Come se il mondo fosse un laboratorio e la vita sociale un esperimento che si può ripetere e controllare.
Ma la società non funziona così.
I fenomeni sociali sono complessi perché nascono dall’interazione di persone con obiettivi e informazioni differenti, in contesti che cambiano di continuo. Ognuno sa qualcosa che altri non sanno, e ogni scelta si fonda su elementi difficili da raccogliere o trasmettere.
Pensare di spiegare tutto con modelli semplici e perfettamente prevedibili significa non capire come funziona davvero la realtà sociale.
Nelle scienze naturali spesso si possono isolare pochi fattori e tenerli sotto controllo. Nella vita sociale questo accade di rado. Le stesse azioni producono effetti diversi a seconda del contesto e delle aspettative delle persone coinvolte. Molto spesso le conseguenze non sono quelle volute.
Il problema nasce quando si pensa che la società possa essere trattata come un fenomeno fisico. In questo modo la spiegazione diventa un ordine e il metodo si trasforma in potere. Da qui nasce l’illusione dell’onniscienza: l’idea che l’ordine sociale possa essere progettato mettendo insieme dati, competenze e autorità.
Friedrich A. von Hayek ha spiegato che non si tratta di avere poche informazioni, ma di una presunzione di sapere: la convinzione che tutta la conoscenza possa essere concentrata e usata come se fosse nelle mani di una sola mente. Ma questa non è scienza.
È presunzione. La vera conoscenza comincia dal riconoscere i propri limiti. Dal capire che nessuno possiede tutte le informazioni utili e che molte buone decisioni nascono solo dall’esperienza, dal confronto e anche dall’errore.
Accettare di non sapere tutto non significa rinunciare alla razionalità.
Significa usarla meglio. Vuol dire capire che l’ordine non nasce sempre da un progetto, emerge spesso dall’interazione libera tra persone che agiscono sulla base di conoscenze parziali, ma reali.
Quando dimentichiamo tutto questo, la scienza diventa ideologia. E il sapere, invece di liberare, finisce per giustificare il controllo.
(*) Foto generata con AI
di Redazione