martedì 21 luglio 2026
Da oltre settant’anni, le economie avanzate inviano aiuti ai Paesi in via di sviluppo, eppure gran parte del continente africano continua a vivere in condizioni di povertà. Il modello della cooperazione internazionale allo sviluppo, così come è stata concepita nel dopoguerra, non ha prodotto i risultati che prometteva. Gli aiuti allo sviluppo hanno spesso rafforzato governi inefficienti e corrotti, scoraggiato gli investimenti privati e alimentato una dipendenza strutturale. Non sono riusciti a creare le condizioni − come diritto di proprietà e mercati aperti − affinché le persone potessero generare ricchezza da sole. Per capire perché questo modello ha fallito, occorre partire da un elemento spesso trascurato nel dibattito sullo sviluppo: il diritto di proprietà.
LA PROPRIETÀ COME FONDAMENTO DELLA CRESCITA
Il diritto di proprietà è il fondamento di un’economia dinamica e della crescita autonoma. Non significa soltanto poter possedere un bene, ma avere un titolo giuridico certo e tutelato che consenta di trasformare quel bene in capitale produttivo. Quando una proprietà è riconosciuta dalla legge, può essere venduta, data in garanzia per ottenere credito, attrarre investimenti e diventare la base per creare nuove imprese.
L’economista peruviano Hernando de Soto ha descritto ampiamente nei suoi scritti come, in molti Paesi in via di sviluppo, esista un enorme patrimonio di “capitale morto”: beni che le persone possiedono di fatto, ma non possono utilizzare economicamente perché privi di riconoscimento legale. L’imprenditore ugandese Mugabi John Socrates, fondatore di Action for Liberty and Economic Development, descrive efficacemente questa realtà: molte famiglie vivono e lavorano su terreni che non possono dimostrare di possedere legalmente. Di conseguenza non possono venderli liberamente, conservarne il valore, né usarli come garanzia per ottenere finanziamenti e investire nelle proprie attività.
Come sottolinea anche l’economista britannico Eamonn Butler, la prosperità nasce quando le istituzioni garantiscono regole certe, diritti di proprietà e libertà di iniziativa. Senza queste condizioni, gli incentivi a investire, innovare e assumersi rischi si indeboliscono. È anche il messaggio dell’economista zambiana Dambisa Moyo: lo sviluppo duraturo non nasce dalla dipendenza dagli aiuti internazionali, ma dalla capacità delle persone di creare ricchezza attraverso mercati aperti, investimenti e istituzioni affidabili. Per questo chi promuove la tutela della proprietà privata, lo Stato di diritto e l’apertura dei mercati non è un nemico dell’Africa; al contrario, contribuisce a creare le condizioni affinché gli africani possano costruire la propria prosperità.
L’ideologia corrente sostiene che la proprietà collettiva della terra sia un valore da preservare. In realtà, la mancanza di una proprietà privata chiaramente definita fa sì che nessuno abbia un reale interesse a investire in migliorie fondiarie: perché spendere tempo e denaro su un terreno che non è davvero tuo? Inoltre, senza un titolo di proprietà non si può offrire la terra come garanzia per ottenere credito dalle banche o da altri finanziatori. Così, invece di proteggere le persone, si impedisce loro di investire, creare ricchezza e migliorare la propria condizione economica.
PERCHÉ IL COMMERCIO, E NON I SOLI AIUTI UMANITARI, È LA VERA LEVA DELLA CRESCITA AFRICANA
Nel 2002 l’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade disse: “Non ho mai visto Paesi svilupparsi grazie agli aiuti [...] I Paesi che si sono sviluppati come gli Stati europei, l’America, il Giappone hanno tutti creduto nel libero mercato. Non c’è alcun mistero. L’Africa ha preso una strada sbagliata dopo l’indipendenza.” L’economista inglese Peter Bauer è stato tra i primi a criticare gli aiuti internazionali, e i suoi scritti hanno influenzato molti economisti africani. Già negli anni Settanta, Bauer sosteneva che l’aiuto è il processo attraverso cui il povero nei Paesi ricchi finisce per sovvenzionare il ricco nei Paesi poveri.
Dambisa Moyo, nel suo libro Dead Aid, ha offerto una definizione degli aiuti internazionali che ha suscitato forti critiche da parte delle organizzazioni non governative attive nei Paesi africani. Moyo distingue tra prestiti a tasso agevolato e denaro dato a fondo perduto, ma nota che, poiché i debiti vengono spesso cancellati, la differenza tra le due forme si annulla di fatto. L’aiuto, sostiene Moyo, genera pigrizia da parte dei responsabili politici africani e innesca un circolo vizioso: sostiene i governi corrotti fornendo loro denaro liberamente utilizzabile, indebolendo lo Stato di diritto e le istituzioni civili, scoraggiando gli investimenti esteri e interni. La mancanza di investimenti riduce la crescita, alimenta la povertà, e in risposta i Paesi donatori inviano ancora più aiuti − perpetuando il ciclo.
Think tank come Liberty Sparks, attivo in Tanzania, sostengono che la liberalizzazione del commercio, e non gli aiuti, rappresenti lo strumento più efficace e duraturo per ridurre la povertà. Secondo le stime della Banca Mondiale, se accompagnata da profonde riforme in materia di investimenti e concorrenza, l’Area Continentale Africana di Libero Scambio (AfCFTA − diventata nel 2026 uno strumento pienamente operativo per le imprese anche in ambito doganale) potrebbe consentire a circa 50 milioni di persone di uscire dalla povertà estrema entro il 2035. Un risultato strutturale che oltre settant’anni di aiuti tradizionali non sono riusciti a ottenere.
Il foreign aid può avere senso di fronte a emergenze − catastrofi naturali o carestie − ma non riesce a favorire uno sviluppo economico sostenibile. I benefici dei progetti di aiuto tendono a esaurirsi con la fine del progetto stesso. E poiché gli aiuti internazionali non arrivano direttamente alla popolazione ma ai governi, la conseguenza diretta è la crescita del ruolo dello Stato nell’economia del Paese ricevente, a scapito del settore privato.
LA PROVA SUL CAMPO: COSA SUCCEDE QUANDO GLI AIUTI DIMINUISCONO DAVVERO
Questa non è più solo una tesi teorica: negli ultimi mesi è diventata un caso di studio concreto. Dopo il taglio dell’83 per cento dei fondi Usaid nel 2025, molti osservatori avevano previsto il collasso delle economie africane più dipendenti dagli aiuti − dall’Etiopia al Sud Sudan, al Malawi. È accaduto l’esatto contrario. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Africa subsahariana è attesa crescere tra il 4,3 per cento e il 4,6 per cento nel 2026, superando la crescita dell’intera Asia, stimata intorno al 4,1 per cento, trainata da investimenti idroelettrici, edilizia, estrazione mineraria ed export di caffè. Nove delle venti economie a crescita più rapida al mondo si trovano oggi in Africa, secondo il Dipartimento di Stato americano.
Il cambio di approccio è esplicito: l’amministrazione Trump ha sostituito parte dei finanziamenti Usaid con una strategia di diplomazia commerciale, puntando su investimenti privati e partenariati invece che su trasferimenti a fondo perduto. Nel 2025, le esportazioni statunitensi verso l’Africa subsahariana sono cresciute del 23 per cento, raggiungendo 22,6 miliardi di dollari, mentre 37 transazioni commerciali concluse dall’inizio dell’amministrazione hanno generato oltre 25,6 miliardi di dollari di valore, distribuiti tra energia, tecnologie dell’informazione, minerali critici, aerospazio, agricoltura e infrastrutture.
Il punto centrale, quando gli aiuti vengono erogati direttamente ai governi anziché ai mercati, è che finanziano spesso progetti pensati a Bruxelles, Roma o Washington, scollegati dai reali bisogni delle economie locali. La povertà non si supera trattando le persone come destinatarie permanenti di beneficenza, ma riconoscendole come imprenditori, lavoratori e partner economici capaci di costruire la propria prosperità.
L’assenza di condizionalità nell’erogazione degli aiuti resta inoltre il difetto strutturale più profondo: senza vincoli, i governi beneficiari non hanno alcun incentivo a intraprendere riforme.
QUANDO L’AIUTO DISTRUGGE CIÒ CHE DOVREBBE PROTEGGERE
Il documentario Poverty, Inc., prodotto dall’Acton Institute e diretto da Michael Matheson Miller, documenta diversi casi in cui gli aiuti internazionali hanno prodotto effetti deleteri. Negli anni Ottanta, Washington spinse Haiti ad abbassare al 3 per cento i dazi sulle importazioni di riso, aprendo il mercato al riso statunitense, fortemente sovvenzionato. Gli agricoltori haitiani, che fino ad allora avevano garantito al Paese una sostanziale autosufficienza alimentare, non riuscirono a competere. La produzione nazionale crollò e centinaia di migliaia di contadini emigrarono verso Port-au-Prince, andando a ingrossare le bidonville che il terremoto del 2010 avrebbe poi devastato. Anni dopo, l’ex presidente americano Bill Clinton riconobbe davanti al Senato degli Stati Uniti che quella politica aveva distrutto la capacità degli agricoltori haitiani di nutrire il proprio Paese, definendola un grave errore.
Lo stesso meccanismo si ripete in Africa. Poverty, Inc. offre l’esempio di un allevatore ruandese che stava avviando la propria attività di produzione di uova quando un programma di aiuti decise di donare uova alla comunità locale. L’afflusso di uova gratuite saturò il mercato e costrinse l’allevatore a chiudere l’attività.
UN PREGIUDIZIO CONTRO IL CAPITALISMO?
Nella maggior parte dei casi, la visione internazionale dominante ha finito per mantenere i Paesi in via di sviluppo nella povertà. Poverty, Inc. documenta come un sistema di aiuti tenda a generare una rete di interessi che ha tutto da guadagnare dalla propria sopravvivenza: consulenti, funzionari e personale delle ong con sede a Washington, Londra o Parigi continuano a essere finanziati indipendentemente dal fatto che la povertà diminuisca davvero.
I governi africani beneficiari degli aiuti hanno inoltre finito per erodere quello che l’economista ghanese George Ayittey definiva il “capitalismo contadino”. In Africa, sebbene l’unità organizzativa fosse il clan e non il singolo individuo, ogni clan era libero di dedicarsi all’attività economica che preferiva − dal commercio alla pesca, fino alla tessitura − senza dover chiedere il permesso al capo tribale. Come spiegava Ayittey: “Se un’attività o un commercio non erano redditizi, gli africani passavano semplicemente ad attività più remunerative e godevano sempre della libertà economica di farlo”.
Il giornalista ugandese Andrew Mwenda va oltre, definendo gli aiuti antitetici alla crescita perché creano gli incentivi sbagliati: “Il buon governo non è frutto di altruismo, ma di interesse privato”, scrive Mwenda.
INVESTIRE, NON ASSISTERE
I Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di investimenti diretti, capaci di stimolare la nascita di una classe imprenditoriale locale. Per rilanciare l’Africa, l’economista nigeriano Tony O. Elumelu ha coniato nel 2010 il termine “Afro-Capitalismo”: il settore privato africano ha il potere di trasformare il continente attraverso investimenti a lungo termine, generando insieme prosperità economica e ricchezza sociale. “Afrocapitalismo significa che non dobbiamo lasciare il compito dello sviluppo ai nostri governi, ai Paesi donatori e alle organizzazioni filantropiche. Il settore privato deve essere coinvolto,” spiega Elumelu, secondo cui bisogna imparare a “dare” nella prospettiva di potenziare il destinatario, non di renderlo dipendente: quando si investe in posti di lavoro e opportunità economiche, sono i beneficiari stessi a uscire dalla povertà, preservando dignità e autosufficienza.
L’errore più grande resta guardare le persone nei Paesi in via di sviluppo come vittime passive in attesa di essere salvate. A impedirne il progresso non è la mancanza di capacità, ma l’esclusione da quei mercati e da quelle istituzioni − la tutela della proprietà, l’accesso al credito, lo Stato di diritto − che rendono possibile creare ricchezza. I dati più recenti dal continente africano confermano questa lettura sul campo: quando gli aiuti diminuiscono e il commercio prende il loro posto, la crescita non si ferma − accelera. Lo sviluppo, quindi, non dovrebbe consistere nel distribuire elemosina, ma nel rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di diventare protagoniste del proprio futuro e della propria prosperità.
(*) Ricercatrice presso il Middle East Media Research Institute
di Anna Mahjar-Barducci (*)