lunedì 20 luglio 2026
Il divieto minerario non ha protetto la natura, ha lasciato una ricchezza senza custode, consegnandola al saccheggio e all’inquinamento
Crucitas si trova nel distretto di Cutris, nel nord del Costa Rica, vicino al confine con il Nicaragua. Nel sottosuolo custodisce un vasto giacimento d’oro. Una concessione attribuita anni fa a una società canadese è stata annullata dai giudici e il governo ha confermato il divieto dell’estrazione metallifera a cielo aperto. La natura, però, non si è accorta della proibizione: l’oro è rimasto dov’era, il suo valore è aumentato mentre gruppi clandestini hanno cominciato a impadronirsene.
Il risultato è l’opposto di quello promesso. Come ha riferito Esteban Arrieta sul quotidiano costaricano La República, l’estrazione illegale continua ad allargarsi mentre lo Stato ammette di non poter presidiare il territorio. Sono comparsi tunnel, vasche per il trattamento del materiale e lavorazioni con cianuro e mercurio. Il bosco viene distrutto, il terreno contaminato e l’oro trasferito oltre frontiera.
A fronte di ciò, alcuni partiti di opposizione hanno proposto di bonificare la zona, trasformarla in riserva ambientale e “tokenizzare” l’oro. Dinanzi a tale iniziativa, il presidente Laura Fernández ha risposto con un eloquente: “Su che pianeta vivono?”. La bonifica costerebbe, secondo l’esecutivo, circa 200 milioni di dollari, ma nessuna classificazione amministrativa impedirebbe ai minatori di tornare. Un parco privo di custodia non è un parco: è una miniera clandestina con un cartello verde all’ingresso.
In buona sostanza, la vicenda mostra il fallimento della finzione secondo cui una risorsa sarebbe protetta solo perché proclamata pubblica o indisponibile. Quando un bene è formalmente di tutti, ma nessuno possiede il diritto e l’interesse concreto a difenderlo, esso diventa di chi riesce a impadronirsene per primo. I profitti vanno ai predatori; i costi agli abitanti, ai contribuenti e all’ambiente. È la tragedia dei beni collettivizzati: eliminando il proprietario non scompare la contesa, viene in realtà meno chi avrebbe interesse a custodire la risorsa e conservarne il valore futuro.
A Crucitas lo Stato rivendica la proprietà del sottosuolo, e, nonostante ciò, non riesce a esercitare la facoltà essenziale di ogni proprietario: escludere gli intrusi. Non custodisce l’oro, né impedisce l’inquinamento e neppure dispone di un soggetto solvibile cui imporre il risarcimento. La proprietà pubblica esiste nei registri; sul terreno regna l’accesso dei criminali. Non è stato il mercato a devastare il sito della Repubblica centroamericana, lo è in pratica l’assenza di diritti esclusivi e responsabilità effettive. Il giacimento è di tutti nel linguaggio del potere pubblico ma di nessuno nella realtà.
Il progetto di legge n. 24.717, sostenuto dall’esecutivo di San José, vuole autorizzare l’estrazione nel distretto di Cutris e assegnare le concessioni mediante una gara al rialzo, partendo da una royalty minima del 5 per cento delle vendite lorde. La proposta non deve trasformarsi in un privilegio politico. Muove, tuttavia, da una verità che l’opposizione rifiuta: l’oro verrà estratto comunque. La scelta reale non è tra attività mineraria e natura incontaminata, quanto tra estrazione clandestina e predatoria ed estrazione legale esercitata da soggetti identificabili e responsabili.
Un autentico assetto proprietario deve legare il beneficio al rischio. Chi sfrutta il giacimento deve rispondere integralmente dei danni, prestare garanzie, finanziare il ripristino e perdere il titolo in caso di violazione. Nessuna immunità, licenza di inquinare o salvataggio pubblico. Se cianuro o mercurio raggiungono terreni, acque o abitazioni altrui, non siamo dinanzi a una vaga “esternalità”, bensì in presenza di un’aggressione contro proprietà e persone determinate. L’inquinamento deve tornare a essere considerato per ciò che è: un’invasione della sfera altrui. Come nella tradizione delle immissioni, il danneggiato deve poter ottenere la cessazione dell’attività e il pieno risarcimento, senza che uno standard trasformi il danno in un comportamento autorizzato.
Qui emerge la superiorità della proprietà rispetto alla regolazione burocratica. Il proprietario ha interesse a preservare il valore futuro della risorsa perché sopporta le conseguenze delle proprie decisioni; il funzionario amministra un bene non suo e raramente paga per i propri errori. Il minatore clandestino estrae oggi e scompare domani. La conservazione nasce dall’incontro tra titolarità certa e responsabilità effettiva.
In tale contesto, anche la proposta di “tokenizzare” l’oro confonde lo strumento con il diritto. Un titolo digitale può rappresentare un bene soltanto se appartiene a qualcuno, se il titolare può escludere i terzi e se l’ordinamento protegge il suo diritto. Tokenizzare un giacimento abbandonato significa vendere quote virtuali di un oro che i criminali portano via realmente.
L’amministrazione pubblica deve evitare due errori: mantenere la regione interessata nella condizione attuale oppure sostituire l’illegalità con una concessione esclusiva. La soluzione coerente è liberalizzare l’attività estrattiva, abolendo il divieto generale e consentendo di operare a chiunque rispetti condizioni oggettive e uguali per tutti. Lo Stato non deve scegliere il minatore: deve tutelare i diritti, impedire invasioni e frodi, pretendere garanzie patrimoniali e assicurare il risarcimento dei danni. La concorrenza non può esaurirsi nella gara con cui il potere assegna un privilegio, ma deve estendersi all’accesso, allo scambio e alla circolazione dei diritti sul giacimento.
La liberalizzazione, tuttavia, resterebbe incompleta se lo Stato continuasse a conservare la disponibilità esclusiva e astratta dell’oro. Occorre quindi riconoscere veri diritti di proprietà sulle risorse del sottosuolo, trasferibili, negoziabili e difendibili. Chi acquisisce il diritto di estrarle deve sopportare integralmente costi, rischi e conseguenze: prestare cauzioni, finanziare il ripristino, rispondere civilmente dei danni e cessare l’attività quando invade o compromette le proprietà altrui. La forza pubblica deve proteggere persone, contratti e diritti, non amministrare miniere. Soltanto titoli certi e liberamente scambiabili possono far emergere prezzi capaci di segnalare la scarsità e rendere conveniente una gestione lungimirante della risorsa.
Crucitas dimostra che l’ambiente non è difeso escludendo la proprietà privata, bensì attribuendo ogni risorsa a un titolare responsabile. L’oro formalmente di tutti diventa il bottino di chi usa la forza; la terra senza custode viene saccheggiata; i costi dell’inquinamento ricadono sulla collettività. La vera alternativa all’illegalità è la libertà di iniziativa entro un ordine proprietario: libero accesso, diritti certi, nessuna licenza di inquinare e piena responsabilità per i danni.
In definitiva, la proprietà non è il nemico della natura: è il confine giuridico che impedisce a ciascuno di appropriarsi dei benefici delle proprie azioni scaricandone i costi sugli altri.
di Sandro Scoppa