lunedì 13 luglio 2026
Gli edifici popolari costruiti come simbolo del chavismo erano stati denunciati per anni. Il terremoto non ha creato il fallimento: lo ha solo reso visibile tra le macerie.
Non esiste tragedia più crudele di quella che colpisce chi era stato convinto di essere stato salvato. In Venezuela, gli edifici popolari costruiti sotto Hugo Chávez come monumento politico alla promessa socialista della casa per tutti sono finiti al centro di una devastazione che non può essere liquidata come semplice fatalità naturale.
Secondo il New York Times, per oltre un decennio residenti, sismologi e organismi di controllo avevano denunciato problemi strutturali, crepe, materiali scadenti, opacità nei progetti, rischi legati al terreno e vulnerabilità sismica di grandi complessi della cosiddetta Misión Vivienda, il programma abitativo presentato dal chavismo come una delle sue maggiori conquiste sociali. Poi sono arrivati due terremoti, il 24 giugno 2026, e ciò che era stato segnalato per anni si è mostrato nella forma più terribile: palazzi crollati, interi nuclei familiari sepolti, quartieri trasformati in polvere. Il sisma non ha inventato il problema. Lo ha soltanto portato alla luce.
Il punto non è negare che anche edifici privati siano caduti. Sarebbe una lettura comoda e sbagliata. In una zona fragile, esposta al rischio sismico, costruire richiede competenza, controlli seri, responsabilità chiare, studi geologici accurati, materiali adeguati, fondazioni adatte e trasparenza. Se tutto questo manca, possono crollare case pubbliche e private. Ma nel caso degli alloggi della già citata Misión Vivienda il nodo è politico: quegli edifici erano il simbolo materiale di un potere che aveva trasformato la casa in propaganda.
Il governo prometteva abitazioni non come risultato di una società capace di produrre ricchezza, investire, costruire, competere e rispettare contratti, bensì come dono del potere. La casa non era più un bene da rendere accessibile liberando offerta, proprietà, credito, impresa e costruzione. Diventava una concessione dall’alto, uno strumento di fedeltà, un certificato di appartenenza alla rivoluzione.
Quando questo accade, la qualità arretra davanti all’urgenza del risultato politico. Non contano più soltanto la solidità degli edifici, la sicurezza degli impianti, la trasparenza dei progetti e la responsabilità di chi costruisce. Contano soprattutto i numeri da annunciare, le chiavi da consegnare, le immagini da mostrare, le inaugurazioni da celebrare. La tecnica non viene apertamente negata, ma finisce subordinata alla necessità di alimentare il mito dell’efficienza pubblica e della protezione garantita dal potere.
Il medesimo giornale americano ricorda che, già nel 2017, l’allora presidente dell’Ordine degli Ingegneri del Venezuela, Enzo Betancourt, definì l’integrità strutturale degli edifici costruiti dal governo “un segreto di Stato”. È una frase tremenda. In edilizia, il segreto è il contrario della sicurezza. Un edificio non deve essere oggetto di fede politica, ma di verifiche, calcoli, controlli, responsabilità professionali e documenti accessibili. Dove la tecnica viene assorbita dalla propaganda, i cittadini non abitano case: abitano promesse.
Il piano di edilizia popolare del regime era nato con l’ambizione dichiarata di “rompere la logica capitalista” della casa. Ma un edificio non diventa sicuro solo perché viene sottratto al mercato e consegnato alla propaganda dello Stato. Resta esposto alle leggi della fisica, alla qualità dei materiali, alla stabilità del terreno, alla competenza dei progettisti, alla serietà dei controlli. Quando tutto questo viene sacrificato alla fretta politica, il linguaggio del popolo non basta a tenere in piedi i muri.
La tragedia della regione costiera a nord di Caracas mostra il limite più profondo del socialismo abitativo: promette emancipazione, ma costruisce dipendenza. L’alloggio ricevuto dal potere non coincide con una proprietà piena, libera e sicura; resta spesso dentro un rapporto verticale, nel quale chi abita non è davvero proprietario, ma beneficiario di una concessione. La casa, anziché diventare spazio di autonomia, finisce così per restare legata alla gratitudine politica, alla fedeltà richiesta, alla protezione amministrata da chi governa.
Il risultato è ancora più ingiusto perché colpisce i poveri due volte. Prima li rende dipendenti dal potere per avere un tetto. Poi li espone alle conseguenze di decisioni prese senza adeguata trasparenza. Infine, quando il disastro arriva, li lascia spesso soli tra macerie, soccorsi insufficienti e risposte tardive. La grande agenzia internazionale di stampa Reuters ha riferito che i terremoti del 24 giugno hanno provocato oltre 3.500 morti e più di 16.700 feriti, con la porta marittima della capitale venezuelana tra le aree più colpite e quasi 18.000 persone rimaste senza casa.
Il dramma non sta soltanto nel crollo degli edifici, ma nella lunga catena di irresponsabilità che lo ha preceduto: avvertimenti ignorati, crepe sottovalutate, tecnici lasciati ai margini, residenti non ascoltati, contratti poco chiari, informazioni su progetti e terreni sottratte al controllo pubblico. Prima ancora che nelle macerie, il fallimento era già scritto in un modo di costruire nel quale l’edilizia non serviva più soltanto ad abitare, ma a celebrare il potere.
A sua volta, Associated Press, l’altra autorevole agenzia di stampa statunitense, ha raccontato che molti abitanti degli alloggi pubblici costruiti nell’ambito della “Gran Misión Vivienda” non avevano neppure ricevuto pieni titoli legali sulle abitazioni assegnate, aggravando l’incertezza dopo il disastro. È un dettaglio rivelatore. La casa promessa dal potere non sempre diventa proprietà. Resta spesso una dipendenza amministrata. Non emancipa davvero: lega.
La lezione più dura è questa: una casa non diventa dignitosa perché la inaugura un governo. Lo è quando resta in piedi, quando è costruita con serietà, quando chi la abita ne ha un titolo certo, quando progetti, materiali e controlli possono essere verificati, quando chi sbaglia risponde. Altrimenti la politica può anche esibire milioni di alloggi, ma dietro le cifre restano edifici fragili, cittadini dipendenti e quartieri consegnati al rischio.
La vicenda venezuelana non è un argomento contro ogni regola edilizia. È un argomento contro le regole apparenti, contro la burocrazia che moltiplica il potere politico senza rendere nessuno davvero responsabile. La sicurezza degli edifici richiede altro: competenza tecnica, controlli indipendenti, trasparenza dei progetti, responsabilità patrimoniale di chi costruisce e rispetto effettivo della proprietà.
Sotto le macerie di La Guaira non c’è soltanto il fallimento di alcuni edifici. C’è tracollo di un’idea: quella secondo cui lo Stato possa sostituirsi alla società, al mercato, alla proprietà e alla responsabilità, distribuendo case come strumenti di consenso. Il terremoto ha colpito il Venezuela. Ma ciò che è crollato era stato costruito molto prima: era l’illusione che la casa, trasformata in propaganda, potesse restare davvero una casa.
di Sandro Scoppa