venerdì 10 luglio 2026
Un articolo di Infobae offre lo spunto per comprendere la natura della trasformazione avviata dal presidente argentino: meno privilegi politici, più libertà economica e mercato
“Per diventare un Paese normale è impossibile che nulla cambi”. Già nel titolo di un recente articolo pubblicato da Infobae è racchiusa una delle chiavi più importanti per comprendere ciò che sta accadendo in Argentina. È un concetto semplice, e tuttavia spesso ignorato. Per molti anni la politica argentina ha reagito a ogni problema nello stesso modo: sussidi alle imprese in difficoltà, protezioni per i settori meno competitivi, controlli sui prezzi, nuovo debito e nuova moneta stampata per coprire una spesa pubblica fuori controllo. Il risultato è stato devastante: inflazione cronica, investimenti in fuga, perdita di competitività e un progressivo impoverimento della popolazione.
Javier Milei ha scelto una strada opposta. Il suo obiettivo non è semplicemente risanare i conti pubblici o ridurre l’inflazione, per quanto questi risultati siano fondamentali. L’obiettivo è molto più ambizioso: riportare l’Argentina a funzionare come un’economia normale, nella quale siano le decisioni di milioni di persone, e non quelle dei governi, a determinare dove si investe, cosa si produce e quali imprese crescono.
È proprio questo il significato più profondo dell’articolo del giornale argentino. La vera trasformazione non consiste nei numeri della finanza pubblica, quanto nella riallocazione delle risorse.
Può sembrare un’espressione tecnica, ma il concetto è molto semplice.
Immaginiamo un Paese nel quale lo Stato protegga continuamente alcune attività economiche con sussidi, agevolazioni, divieti alle importazioni e norme favorevoli. Quelle imprese possono continuare a esistere anche se producono male, innovano poco o vendono beni che i consumatori non sceglierebbero liberamente. In pratica sopravvivono non grazie al mercato, ma grazie alla politica.
Quando queste protezioni vengono eliminate, il capitale, il lavoro e gli investimenti iniziano naturalmente a spostarsi verso le attività che producono maggiore ricchezza e soddisfano meglio i bisogni delle persone.
È esattamente ciò che sembra cominciare ad accadere in Argentina.
I dati mostrano che la crescita non riguarda indistintamente tutti i settori. Agricoltura, energia e miniere stanno attirando investimenti sempre più consistenti e aumentano il loro peso nell’economia. Altri comparti, invece, attraversano una fase più difficile, anche perché non possono più contare sulle protezioni che per anni ne avevano mascherato le inefficienze.
Molti leggono questo fenomeno come una conseguenza negativa delle riforme. In realtà è il contrario. È il segnale che l’economia sta tornando a premiare chi crea valore invece di chi ottiene privilegi.
Naturalmente il cambiamento non è indolore. Alcune imprese dovranno innovare, altre riconvertirsi e qualcuna chiudere. È una prospettiva che può preoccupare, ma bisogna chiedersi quale sia l’alternativa. Continuare a sostenere artificialmente attività improduttive significa sottrarre risorse a quelle che potrebbero creare occupazione, investimenti e crescita.
Per decenni il Paese sudamericano ha cercato di conservare un equilibrio che, in realtà, produceva soltanto nuovo declino. Il risultato è stato un sistema sempre più chiuso, nel quale l’intervento pubblico si accumulava su sé stesso, le regole moltiplicavano le rendite e la politica finiva per decidere chi poteva restare sul mercato.
Il risultato è stato uno Stato sempre più grande e un’economia sempre più fragile.
Il mercato segue invece una logica diversa. Ogni giorno milioni di consumatori decidono cosa acquistare. Gli imprenditori investono dove vedono opportunità. I lavoratori cercano i settori che offrono prospettive migliori. Nessuna autorità centrale possiede tutte le informazioni necessarie per coordinare queste scelte meglio delle persone direttamente coinvolte.
È proprio questa libertà di scelta che Milei sta cercando di restituire agli argentini.
Per dette ragioni, la riduzione dell’inflazione, il pareggio di bilancio e il recupero della credibilità internazionale rappresentano soltanto il primo passo. La vera sfida è costruire un’economia nella quale il successo dipenda dalla capacità di servire i consumatori e non dalla vicinanza al potere politico.
L’articolo di Infobae coglie quindi perfettamente questo punto. Uno Stato non torna normale perché migliora qualche indicatore economico. Torna normale quando smette di chiedere al potere politico di decidere chi deve essere protetto e chi no. Quando accetta che il cambiamento non sia un problema da evitare, ma la condizione necessaria per crescere.
È una lezione che riguarda l’Argentina, ma che dovrebbe far riflettere anche molti Paesi europei, Italia compresa. Ogni volta che la politica pretende di sostituirsi al mercato per scegliere i vincitori e i vinti, finisce per rallentare l’innovazione, scoraggiare gli investimenti e distribuire privilegi anziché opportunità.
La normalità, in fondo, è molto meno complicata di quanto sembri. Significa lasciare che siano la libertà, la concorrenza e la responsabilità individuale, e non il potere politico, a guidare lo sviluppo economico.
Henry Hazlitt lo ha spiegato con parole ancora attualissime: “L’arte dell’economia consiste nel guardare non soltanto agli effetti immediati, ma agli effetti più lontani di ogni atto o politica; non soltanto alle conseguenze per un gruppo, ma per tutti i gruppi”. È esattamente ciò che la politica argentina, per troppo tempo, non ha fatto. Ed è ciò che il leader libertario oggi sta provando a restituire alla società argentina: la capacità di uscire dalla logica dell’emergenza, dei privilegi e delle rendite, per tornare finalmente a produrre ricchezza.
di Sandro Scoppa