Sindacati Ue: meglio investire che deregolare

mercoledì 1 luglio 2026


Se la diagnosi è sbagliata la cura che ne consegue non funziona. E infatti, sostiene una ricerca commissionata dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) all’economista Mariana Mazzuccato, l’attuale processo di deregolamentazione dell’Ue non è altro che il risultato di un problema di competitività “diagnosticato erroneamente”, che attribuisce la colpa ingiustamente al costo del lavoro, ignorando invece come le maggiori aziende europee impiegano i loro profitti. Il rapporto Labour Squeezed, Investment Stalled (“Lavoro sotto pressione, investimenti bloccati”), scritto con tre ricercatori dell’Ucl Institute for Innovation and Public Purpose descrive l’emergere di un “capitalismo della rendita” in Europa, dove il reddito viene sempre più acquisito non producendo nulla, ma possedendo beni, posizioni finanziarie e potere di mercato. L’analisi dei dati relativi alle 300 maggiori società non finanziarie, quotate in borsa in Europa, che rappresentano circa il 40 per cento del Pil dell’Ue, mostra che il problema è dovuto al calo degli investimenti e della produttività, causato dall’accumulo di profitti e da compensi più elevati per azionisti e amministratori delegati, anziché dal reinvestimento in produzione, innovazione e posti di lavoro di qualità.

Allo specifico, i principali risultati del rapporto mostrano che, tra il 2000 e il 2024: gli investimenti netti sono diminuiti dal 18,9 al 7,4 per cento dell’utile lordo; in percentuale sull’utile netto, i dividendi e i riacquisti di azioni proprie sono più che raddoppiati, passando dal 27 al 68 per cento; l’utile lordo delle grandi società non finanziarie è cresciuto del 151 per cento, quasi il doppio rispetto alla crescita dei salari, pari all’87 per cento; nel 69 per cento dei casi, le aziende che hanno avviato una ristrutturazione hanno distribuito un dividendo nello stesso anno; l’Europa, infine, ha elargito 3.500 miliardi di euro in aiuti pubblici alle sue imprese, quasi senza vincoli sulla destinazione di tali fondi. È la “dimostrazione inequivocabile”, commenta la segretaria generale della Ces, Esther Lynch, “che i lavoratori sono stati ingiustamente incolpati per le cattive decisioni prese nei consigli di amministrazione europei per decenni”. Gli amministratori delegati delle maggiori aziende europee, afferma, “hanno di fatto depredato la nostra economia, per poi pretendere tagli ai salari reali e peggiorare le condizioni di lavoro per compensare i danni. Ciò ha creato una situazione perdente per tutti, con maggiore disuguaglianza e minore produttività”. Per la Ces è chiaro, quindi, che un’ulteriore deregolamentazione e gli attacchi ai lavoratori non faranno altro che peggiorare le cose. L’Europa, dice Lynch, “non può vincere una corsa al ribasso”, poiché “la strada per il successo dell’Europa passa attraverso posti di lavoro di alta qualità, elevati investimenti e alta produttività”. Il segretario confederale dei sindacati europei, Ludovic Voet, ritiene uno “scandalo assoluto” che “a lamentarsi più forte della competitività europea siano proprio le aziende che l’hanno creata: 25 anni fa, le aziende restituivano il 27 per cento dei loro profitti agli azionisti, oggi, ne restituiscono il 68, più di due terzi di ogni euro di profitto”.

Nel frattempo, prosegue, “gli investimenti netti produttivi sono crollati da 18,9 a soli 7,4 euro per ogni 100 euro di utile lordo. E, così facendo, hanno avviato 2.454 operazioni di ristrutturazione, con quasi 7 aziende su 10 che continuavano a distribuire dividendi nello stesso anno”. Il costo sociale di queste operazioni, spiega la Ces è tutto lì: quando i profitti vengono estratti anziché investiti, i lavoratori perdono il lavoro, i salari ristagnano, la produttività ne risente e il futuro dell’Europa è messo a rischio. È l’aumento degli investimenti, non la deregolamentazione e la contrazione salariale, la vera strada per un’economia europea di maggior successo, conclude il rapporto. L’Europa, dunque, rilevano gli autori, deve passare da un’economia basata sull’estrazione di valore a un’economia basata sulla creazione di valore. Nel 2014, Mariana Mazzuccato, con il suo saggio Lo Stato innovatore. Sfatare il mito del pubblico contro il privato (Laterza) ha sfidato i dogmi dell’economia tradizionale e del discorso pubblico, secondo cui “la salvezza è negli imprenditori privati”. È lo Stato rileva, l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico, che finanzia la ricerca che produce le tecnologie più rivoluzionarie, il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica; che si fa carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie, che finanzia lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione con fondi decentralizzati; che crea tecnologie rivoluzionarie o gioca il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative. Ma se questo è vero, se davvero lo Stato è il maggior innovatore, perché allora – si chiede l’economista – tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati?


di Pierpaolo Arzilla