Lo Stato calmiera gli affitti per studenti e li rende più cari

venerdì 26 giugno 2026


Secondo l’inchiesta di Will e Chora, gli studentati sostenuti dal Pnrr costano più del mercato in 17 regioni su 19. In Calabria, altri 15 milioni servono a trattenere gli studenti negli atenei regionali.

Il Pnrr doveva ampliare l’offerta di alloggi universitari e ridurre il peso economico gravante sugli studenti fuori sede. L’inchiesta Il lusso in una stanza, pubblicata alcuni giorni fa da Will Media e Chora Media, solleva però una domanda scomoda: perché i posti letto ammessi al contributo pubblico presentano, in gran parte d’Italia, tariffe medie superiori a quelle delle camere offerte dai privati?

Gli autori hanno confrontato i prezzi medi delle camere singole in circa trentamila posti letto interessati dalla misura con i valori regionali elaborati da Immobiliare.it Insights. Secondo i risultati pubblicati, gli studentati risultano più costosi in 17 regioni su 19. In Basilicata, per esempio, la media indicata è di 575 euro mensili contro 228 nel mercato privato; in Sicilia, 588 contro 290; in Calabria, 466 contro 247. I divari sono, rispettivamente, di circa il 152, il 103 e l’89 per cento. Anche Molise e Marche presentano differenze comprese tra il 71 e l’80 per cento. Soltanto Lazio e Lombardia mostrano, nella media regionale, valori inferiori.

Questi numeri, tuttavia, vanno usati con precisione. Non costituiscono una statistica ufficiale del Ministero né dimostrano un confronto perfettamente omogeneo. Il Mur ha replicato che le tariffe delle residenze comprendono spesso luce, gas, riscaldamento, oneri condominiali e, in alcuni casi, la mensa, mentre i prezzi pubblicizzati sul mercato privato normalmente non includono tutte queste voci. Gli stessi autori, del resto, riconoscono che il raffronto non è perfetto.

L’avvertenza è doverosa, ma il nodo politico resta. Quando la distanza raggiunge l’80, il 100 o il 150 per cento, la presenza delle utenze non basta a chiudere la discussione. Occorrerebbe dimostrare, struttura per struttura, quali servizi siano compresi, quale valore abbiano e perché uno studente debba acquistarli insieme alla camera. Un’offerta definita “calmierata” non diventa conveniente per decreto. Lo è soltanto quando chi paga la preferisce alle alternative disponibili.

Nel febbraio 2024 il Ministero dell’Università ha destinato quasi 1,2 miliardi di euro all’obiettivo di rendere disponibili sessantamila nuovi posti letto per gli studenti. Il programma riconosce ai gestori un contributo di 19.966,66 euro per ogni posto aggiuntivo, destinato a compensare una parte dei ricavi da locazione nei primi tre anni. Secondo quanto precisato dallo stesso Ministero, queste risorse non finanziano direttamente la costruzione o la ristrutturazione degli immobili, ma sostengono la gestione delle residenze universitarie.

Il problema non riguarda la natura pubblica o privata dei gestori. Nasce dal rapporto che si crea tra incentivo, tariffa amministrata e domanda reale. Chi opera senza protezioni deve conquistare lo studente offrendo la combinazione migliore tra prezzo, posizione e servizi. Chi entra invece in un programma sovvenzionato deve anzitutto rispettare i parametri del bando. Si favoriscono così prodotti standardizzati e costosi, mentre molti universitari potrebbero preferire soluzioni essenziali e meno onerose.

Il prezzo raccoglie informazioni disperse sulle preferenze degli studenti, sulla scarsità degli immobili e sulla disponibilità a pagare. Quando il potere politico decide quale offerta incentivare e quale tariffa considerare conveniente, sostituisce queste valutazioni individuali con formule amministrative. Se il risultato appare insoddisfacente, la risposta più frequente consiste nell’aggiungere altro denaro pubblico, anziché interrogarsi sugli effetti dell’intervento iniziale.

La stessa fiducia nella capacità della spesa pubblica di orientare le scelte delle persone riemerge, su un terreno diverso, in Calabria. Qui l’attuale Giunta regionale ha introdotto il cosiddetto “Reddito di merito”, che non è formalmente collegato agli studentati Pnrr e non serve a pagarne le camere. Per l’anno accademico 2026-2027, tuttavia, la Regione ha stanziato 15 milioni di euro per premiare gli studenti residenti che decidono di frequentare gli atenei calabresi. Il beneficio non dipende dalle condizioni economiche della famiglia, ma dai risultati scolastici e universitari: varia da 500 a 1.000 euro al mese e può raggiungere 12.000 euro nel primo anno.

I due interventi sono distinti, ma condividono la medesima impostazione. Il programma nazionale incentiva una certa offerta abitativa; la misura regionale premia economicamente una determinata destinazione universitaria.

Nel primo caso si cerca di modellare il mercato degli alloggi, nel secondo di influenzare la scelta del luogo in cui studiare. In entrambi, il denaro dei contribuenti viene utilizzato per modificare decisioni che studenti e famiglie assumerebbero valutando liberamente costi, qualità e opportunità.

In ogni caso, premiare l’impegno è certamente preferibile alla distribuzione di denaro priva di qualsiasi criterio. Questo, tuttavia, non rende giustificabile un assegno fino a mille euro al mese finanziato dai contribuenti e destinato a indirizzare la scelta dell’ateneo. Il merito accademico viene così trasformato in uno strumento di politica territoriale: chi sceglie fuori dalla Calabria l’università ritenuta più adatta alle proprie aspirazioni perde il beneficio; chi rimane riceve una dote pagata anche da contribuenti che non hanno alcun rapporto con quella decisione.

I giovani non si trattengono comprandone temporaneamente la permanenza. Restano dove trovano corsi competitivi, lavoro qualificato, imprese disposte ad assumerli, collegamenti efficienti e libertà di costruire il proprio futuro. Una regione diventa realmente attrattiva quando studenti provenienti da altri territori desiderano raggiungerla senza dover essere pagati. Il sussidio può modificare per qualche tempo il numero delle iscrizioni, ma non sostituisce la qualità e non crea opportunità produttive.

Per rendere più accessibili gli alloggi servono maggiore offerta e autentica concorrenza: contratti flessibili, certezza nella restituzione dell’immobile, tassazione meno gravosa, procedure rapide per recuperare edifici inutilizzati e libertà di adattare i servizi alle esigenze degli studenti. I sussidi, anche quando vengono versati direttamente agli universitari, non creano nuove case e non eliminano la scarsità: sostengono artificialmente la domanda, alimentano i prezzi e trasferiscono il costo sui contribuenti. La soluzione consiste nel rimuovere gli ostacoli che scoraggiano proprietari e investitori, lasciando alla concorrenza e alla libertà di scelta il compito di aumentare le stanze disponibili e migliorarne le condizioni.

La celebre parafrasi delle parole pronunciate da Margaret Thatcher nel 1976 ricorda che “il problema del socialismo è che, prima o poi, finiscono i soldi degli altri”. L’inchiesta sugli studentati mostra il passaggio precedente: prima che finiscano, quei soldi vengono spesso impiegati per rendere più costoso ciò che il mercato offriva a meno. Quando accade, il fallimento non appartiene alla libertà di scelta, ma alla presunzione di poterla sostituire con bandi, tariffe amministrate e nuovi sussidi.


di Sandro Scoppa