Venezia a 50 euro: la città trasformata in un casello

lunedì 22 giugno 2026


Il nuovo sindaco vuole alzare il contributo d’accesso per scoraggiare i visitatori giornalieri: una misura che seleziona in base al reddito e trasforma l’ingresso in città in gettito comunale.

Venezia rischia di diventare la prima città italiana nella quale il diritto di entrare dipende dalla disponibilità a pagare un pedaggio da autostrada. Il nuovo sindaco Simone Venturini ha infatti annunciato l’intenzione di portare il contributo d’accesso, oggi fissato in 5 euro per chi prenota in anticipo e in 10 per chi lo fa negli ultimi quattro giorni, fino a 30 o 50 euro nelle giornate considerate più affollate. La proposta, riferita dal The Guardian e da altri giornali, tra cui Corriere del Veneto, Ansa e The Times, dovrà essere sottoposta al Governo, poiché l’amministrazione comunale non dispone attualmente del potere necessario per applicare un simile aumento.

Il salto di scala è impressionante. Quello che era stato presentato come un contributo simbolico e sperimentale, utile anche a raccogliere dati sui flussi, assume ormai la forma di una barriera economica costruita per scoraggiare una parte dei visitatori. Chi può permetterselo entra; chi dispone di meno denaro rinuncia oppure sceglie un’altra destinazione. La città aperta, cresciuta nei secoli grazie agli scambi, agli arrivi e alla mobilità, viene così trasformata in un luogo accessibile soltanto a chi supera una soglia di spesa stabilita dal potere politico.

Una trasformazione tanto radicale appare ancora meno giustificabile alla luce dei risultati ottenuti finora. Introdotto nel 2024 a 5 euro per 29 giornate, il ticket è stato esteso a 54 giorni nel 2025 e a 60 nel 2026. Lo stesso quotidiano inglese riconosce che il suo effetto sul numero dei visitatori è stato limitato, mentre nel primo anno ha prodotto 2,4 milioni di euro per le casse comunali. L’esperimento, dunque, non ha dimostrato una particolare capacità di governare gli afflussi; ha invece rivelato una notevole efficacia nel generare entrate. È questa la vera metamorfosi dello strumento: concepito ufficialmente per contenere le presenze, si è progressivamente convertito in una fonte di gettito. E quando una misura manca l’obiettivo dichiarato ma riempie le casse pubbliche, l’amministrazione raramente la abbandona: preferisce aumentarne il prezzo.

Né l’operazione diventa più ragionevole per il fatto di essere chiamata “tariffa di congestione”. Una tariffa dovrebbe corrispondere a un servizio utilizzato o al costo specifico provocato da chi paga. Qui, invece, si colpisce l’ingresso nella città antica, con un sistema di esenzioni che distingue residenti, pernottanti, minori, lavoratori e altre categorie. Il visitatore giornaliero diventa così il contribuente più facile: non vota a Venezia, non partecipa alla scelta degli amministratori e può essere gravato senza rilevanti conseguenze elettorali.

La storia italiana conosce bene la tentazione di trasformare l’ingresso nelle città in un’occasione fiscale. Fino al Novecento le cinte daziarie delimitavano i centri nei quali le merci venivano fermate e tassate alle porte. Erano barriere interne costose da amministrare, ostacolavano gli scambi e moltiplicavano controlli e adempimenti. Furono abolite nel 1930, dopo decenni di discussioni parlamentari, proprio perché incompatibili con una circolazione più libera e con un mercato nazionale integrato. Il contributo veneziano non tassa le merci, ma le persone; il principio, tuttavia, è inquietantemente simile: chi varca il confine urbano deve pagare al Comune il prezzo del passaggio. La mentalità fiscale tassatoria è rimasta la stessa nonostante oggi la tecnologia abbia sostituito la guardia daziaria con il codice QR.

Il precedente è pericoloso. Se ogni centro storico potesse imporre un pedaggio variabile in base alle presenze, l’Italia diventerebbe un mosaico di frontiere municipali, prenotazioni, codici, controlli e balzelli. Firenze, Roma, Napoli o qualsiasi località turistica potrebbero rivendicare lo stesso potere. La circolazione interna verrebbe subordinata alla capacità fiscale dei Comuni e alla loro inclinazione a trasformare i visitatori in materia imponibile.

Venezia ha problemi reali: pressione sui trasporti, manutenzione costosa, concentrazione degli arrivi in poche ore e in pochi luoghi. Proprio per questo servono soluzioni mirate. Si possono migliorare i collegamenti, differenziare i prezzi dei servizi effettivamente utilizzati, favorire prenotazioni per musei e siti fragili, distribuire gli eventi durante l’anno, ampliare gli orari, rendere più semplice l’apertura di attività e valorizzare itinerari alternativi. Occorre inoltre ridurre sprechi e inefficienze prima di presentare un nuovo conto a chi arriva.

Il turista non è un invasore da scoraggiare. Porta domanda a negozi, ristoranti, trasporti, guide, artigiani e proprietari; alimenta una rete di scambi volontari dalla quale dipendono migliaia di persone. Naturalmente ogni attività genera costi, ma il compito dell’amministrazione è organizzare meglio i servizi, non stabilire chi sia abbastanza ricco da attraversare una soglia urbana.

La contraddizione è ancora più evidente in una città la cui grandezza è nata dai traffici e dall’apertura delle rotte. La Serenissima era prosperata collegando popoli e mercati, non selezionando gli arrivi in base al reddito. Oggi rischia di affidare a un tornello fiscale il compito di definire chi sia degno di attraversarla.

La proposta dei 50 euro rivela in definitiva una concezione proprietaria del potere pubblico: il Comune si comporta come se il capoluogo veneto appartenesse all’apparato municipale e l’accesso potesse essere venduto al prezzo ritenuto più conveniente. Ma la città non è un parco tematico, né un club esclusivo amministrato per conto dei residenti. È parte del patrimonio civile del Paese, uno spazio nel quale la libertà di movimento dovrebbe restare la regola.

Se il ticket non ha ridotto sensibilmente gli ingressi a 5 o 10 euro, elevarlo a 50 non lo renderà più intelligente. Lo renderà soltanto più discriminatorio e più redditizio. Venezia merita manutenzione, ordine e servizi efficienti; non merita di essere cinta da un casello fiscale.


di Sandro Scoppa