Il grande ritorno dello Stato padrone

venerdì 19 giugno 2026


Andy Burnham vuole riportare acqua ed energia sotto controllo pubblico. La crisi di Thames Water diventa il pretesto per trasferire debiti e inefficienze sui contribuenti.

La nazionalizzazione delle aziende britanniche dell’acqua e dell’energia non è più una suggestione della sinistra nostalgica. Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e possibile futuro candidato alla guida del Labour, intende farne uno dei punti centrali del proprio programma. Secondo il Guardian, i suoi collaboratori stanno elaborando un progetto decennale per riportare sotto controllo pubblico ampie porzioni delle utility britanniche, cominciando dalla dissestata Thames Water.

L’operazione viene presentata con la consueta formula rassicurante: gli “elementi essenziali della vita” dovrebbero essere amministrati nell’interesse pubblico anziché in quello privato. È una frase politicamente efficace, ma economicamente vuota. Ogni impresa deve pagare lavoratori, reti, impianti, manutenzione e investimenti. La proprietà statale non cancella questi costi: cambia soltanto chi è costretto a sopportarli quando i conti non tornano.

Thames Water è un caso emblematico. La maggiore società idrica inglese è schiacciata da quasi 20 miliardi di sterline di debiti. Il Financial Times ha riferito alcuni giorni fa che il piano di acquisizione da parte dei creditori comporterebbe 749 milioni di sterline tra commissioni, consulenze, interessi e altri oneri. Burnham ne ricava che debba intervenire lo Stato. La conclusione più ragionevole sarebbe invece quella di lasciare che azionisti e creditori paghino le conseguenze delle proprie scelte, senza salvataggi o garanzie politiche.

La procedura concorsuale serve infatti a liquidare responsabilità, svalutare crediti, sostituire proprietari e amministratori, riorganizzare l’impresa. La nazionalizzazione compie piuttosto il percorso opposto: sottrae il dissesto alla disciplina economica e lo consegna alla politica. I debiti non scompaiono, gli acquedotti non si riparano da soli e le perdite non evaporano. Tutto confluisce nel bilancio pubblico, dove il fallimento può essere occultato attraverso imposte, debito o tariffe amministrate.

Il medesimo Burnham promette proprietà pubblica, bollette più basse, rispetto delle regole sull’indebitamento e nessun aumento delle principali imposte. È la contabilità fantastica del potere: più spesa senza tasse, più investimenti senza capitale, più servizi senza prezzi adeguati. Quando le promesse si scontreranno con la realtà, arriveranno nuovi prelievi o maggiore debito. Il conto sarà distribuito tra milioni di contribuenti estranei alla crisi.

Il dissesto delle aziende idriche inglesi non dimostra neppure il fallimento del mercato. L’acqua britannica opera attraverso monopoli territoriali rigidamente regolati, con tariffe amministrate e controlli pubblici. Non esiste una normale concorrenza tra fornitori, mentre la politica decide condizioni e rendimenti. È singolare che il regolatore, dopo avere fallito nel prevenire debiti e sotto-investimenti, pretenda ora di diventare anche proprietario.

Qui emerge il vizio più profondo dello statalismo: quando la regolazione produce cattivi risultati, la politica non ammette il proprio fallimento, ma reclama altro potere. Prima stabilisce le regole, poi limita la concorrenza, infine usa le inefficienze generate da quel sistema per giustificare l’acquisizione pubblica. Il controllore diventa proprietario dell’impresa che non ha saputo controllare. La responsabilità, in luogo di essere accertata, viene dissolta dentro un apparato ancora più vasto.

Per l’Italia il monito è evidente. Il nostro Paese conserva migliaia di società partecipate, spesso trasformate in prolungamenti degli enti pubblici, serbatoi di nomine e strumenti di spesa. Ogni crisi diventa occasione per reclamare ricapitalizzazioni, affidamenti diretti e protezioni dalla concorrenza. Importare il modello Burnham significherebbe rafforzare un sistema nel quale Comuni proprietari, regolatori e clienti delle stesse aziende scaricano sui cittadini inefficienze che questi ultimi non possono sanzionare.

Nel nostro Paese la formula “dell’interesse pubblico” ha troppo spesso coperto gestioni opache, assunzioni clientelari, compensi sottratti alla disciplina dei risultati e perdite ripianate con denaro fiscale. Le partecipate non falliscono quasi mai davvero: vengono fuse, ricapitalizzate, ridenominate o affidate a nuovi amministratori scelti dalla politica. Il cittadino paga due volte, come utente di un servizio spesso mediocre e come contribuente chiamato a colmare i disavanzi.

La direzione opposta arriva – more solito – dall’Argentina. Javier Milei sta procedendo alla privatizzazione di imprese statali, compresa AySA, la società dell’acqua dell’area di Buenos Aires. Il principio è chiaro: lo Stato deve stabilire regole generali e farle rispettare, non diventare imprenditore, gestore e giudice di sé stesso. Londra guarda indietro verso la proprietà politica; Buenos Aires tenta di liberarsi da decenni di aziende pubbliche, deficit e interferenze.

Il confronto è rivelatore. Mentre Burnham considera l’impresa pubblica una scorciatoia verso l’efficienza, Milei la identifica come una delle cause strutturali della spesa incontrollata e della subordinazione dell’economia alla politica. Privatizzare non significa promettere miracoli, vuol dire piuttosto ristabilire un principio elementare: chi gestisce male deve perdere capitale e controllo, senza trasferire automaticamente le conseguenze delle proprie decisioni sull’intera collettività.

La proprietà pubblica aggiunge al monopolio economico quello politico. Un’impresa privata inefficiente può perdere capitale, essere venduta o fallire. Un’azienda statale può continuare indefinitamente a consumare risorse, protetta dal potere di tassare e indebitarsi. I cittadini vengono chiamati proprietari soltanto nella propaganda: non possono vendere la propria quota, scegliere gli amministratori o sottrarsi alle perdite.

Thames Water deve essere risanata applicando responsabilità, concorrenza e disciplina fallimentare. La politica vuole invece trasformare un fallimento aziendale in un apparato permanente. Dopo avere promesso di salvare l’acqua dal profitto, finirà per salvare debitori, regolatori e amministratori dalle conseguenze dei loro errori. E presenterà ai contribuenti la fattura, chiamandola interesse pubblico.


di Sandro Scoppa