Affitti, il fallimento francese del prezzo di Stato

venerdì 12 giugno 2026


A Parigi il controllo degli affitti divide governo e sinistra municipale. Ma il problema resta l’offerta: fissare i prezzi non crea case, spesso le fa sparire dal mercato.

In Francia si discute del futuro dell’encadrement des loyers, il sistema che consente di fissare limiti amministrativi agli affitti in città considerate ad alta tensione abitativa, a partire da Parigi. L’esperimento, previsto dalla legge Elan, dovrebbe concludersi nel novembre 2026, salvo proroga. Da qui lo scontro: da un lato Emmanuel Grégoire, esponente socialista e già primo vicesindaco di Parigi, che in una recente intervista a Libération avverte che, se il meccanismo non sarà prolungato, i canoni “ripartiranno fortemente al rialzo”; dall’altro il governo, che secondo Le Parisien non sarebbe favorevole a una generalizzazione del dispositivo “nella forma attuale”. In mezzo c’è il solito equivoco: credere che il prezzo della casa sia un nemico da contenere per decreto, anziché un segnale da ascoltare.

Il controllo degli affitti nasce sempre con una promessa seducente: proteggere gli inquilini, impedire aumenti eccessivi, rendere abitabile la città. Ma ogni volta trascura una verità elementare: il prezzo non è un capriccio del proprietario, è il risultato di scarsità, domanda, costi, fiscalità, vincoli urbanistici, rischi contrattuali, tempi della giustizia, rendimento atteso e alternative possibili. Se si comprime artificialmente il canone, non si cancella la scarsità, la si nasconde. E quando questa viene celata, il mercato non diventa più giusto: diventa più opaco, più rigido, più selettivo.

La stessa valutazione francese non offre un quadro trionfale. Il rapporto affidato agli economisti Gabrielle Fack e Guillaume Chapelle, richiamato da Le Monde, parla di effetti “ambivalenti”. Significa che una moderazione dei canoni può esserci, soprattutto per chi è già dentro il mercato regolato; ma vi sono anche limiti, costi e possibili conseguenze sull’accesso all’alloggio. La moderazione dei canoni può offrire un vantaggio immediato a una parte degli inquilini già presenti nel mercato regolato, ma il prezzo di quel vantaggio rischia di essere pagato da chi una casa deve ancora trovarla. Ogni limite imposto al rendimento dell’immobile riduce l’interesse ad affittare, seleziona di più gli aspiranti conduttori e rende il mercato meno aperto proprio per i soggetti più deboli. Il beneficio si vede subito, perché il canone resta fermo; il costo emerge più lentamente, sotto forma di minore offerta, minore mobilità e maggiore difficoltà di accesso alla locazione.

I sostenitori del sistema citano i dati dell’Apur, l’Atelier parisien d’urbanisme, secondo cui a Parigi l’effetto di moderazione sarebbe intorno al 5 per cento rispetto alla crescita che si sarebbe verificata senza il dispositivo. Ma il dato va letto con attenzione. Se per ottenere una riduzione limitata occorre rendere permanente un apparato di plafonds, controlli, contestazioni, sanzioni, deroghe e incertezza per chi mette un immobile sul mercato, la domanda corretta non è: “Quanto abbiamo frenato i canoni?”. La vera domanda è piuttosto un’altra: quanta offerta scompare?

Un proprietario può rinviare lavori, cambiare destinazione all’immobile, scegliere solo inquilini molto garantiti o uscire dalla locazione. Un investitore può portare altrove il capitale. Il costo del controllo non si vede nel canone bloccato, ma nelle case che non arrivano più sul mercato. La politica preferisce la risposta amministrativa perché è immediata e facile da vendere. Un tetto al canone si annuncia in conferenza stampa; una riforma dell’offerta richiede invece scelte più difficili: semplificare costruzioni e recuperi, ridurre il peso fiscale, garantire tempi certi quando il contratto non viene rispettato, dare regole stabili e sicurezza al proprietario. Solo così l’affitto torna a essere una scelta conveniente, non un rischio da evitare. Dove mancano case, non serve ordinare ai prezzi di tacere. Bisogna permettere alle case di arrivare sul mercato.

Il caso francese parla direttamente all’Italia. Anche da noi, davanti al caro-affitti, la tentazione è sempre la stessa: registri, vincoli, tetti, autorizzazioni, limiti agli affitti brevi, sospetto verso i proprietari, moralismo contro chi investe nel mattone. Si parte dall’emergenza abitativa e si arriva alla diffidenza verso la proprietà privata. Eppure, il mercato italiano soffre soprattutto per ciò che resta fuori dalla locazione: immobili vuoti, proprietari scoraggiati dalla morosità, tempi incerti per recuperare la casa, tasse pesanti, regole instabili e burocrazia che rende complicato anche ciò che dovrebbe essere semplice.

Il risultato è una contraddizione permanente. Si lamenta la scarsità di case in affitto, ma si rende sempre meno conveniente metterle sul mercato. Molti immobili restano vuoti perché il proprietario teme morosità, contenziosi, tasse, vincoli e tempi incerti. Così la politica dichiara di voler aiutare chi cerca casa, ma finisce per allontanare proprio chi potrebbe offrirla. Un sistema abitativo non può reggersi sulla diffidenza verso la proprietà.

L’affitto è un contratto e vive di fiducia, certezza e reciproca convenienza. Quando il potere pubblico pretende di stabilire dall’alto il prezzo della locazione, non corregge soltanto un numero: cambia la natura del rapporto. Il proprietario diventa un soggetto sospetto, l’inquilino viene trasformato in destinatario di protezione politica e la casa finisce dentro una griglia amministrativa. Il risultato è un mercato più litigioso, meno aperto e meno attrattivo per chi potrebbe mettere immobili a disposizione.

La Francia discute se prolungare il controllo degli affitti. Il nostro Paese dovrebbe osservare quel dibattito con prudenza, non con spirito di imitazione. Dove le case mancano, comprimere i canoni può dare l’illusione di una risposta, ma non crea un solo alloggio in più. La strada è un’altra: rendere conveniente affittare, ridurre l’incertezza, proteggere il contratto e restituire al proprietario la sicurezza necessaria per mettere immobili sul mercato.

Il prezzo imposto dà alla politica un risultato da esibire subito, ma scarica i suoi effetti nel tempo. Il proprietario diventa più prudente, l’investitore guarda altrove, l’immobile resta fuori dal mercato o vi entra solo a condizioni più selettive. Così la casa che si voleva rendere accessibile finisce per diventare più difficile da trovare. Un mercato dell’affitto funziona quando molti immobili vengono offerti, molti contratti possono nascere e le regole non cambiano a ogni emergenza. Senza questa libertà, l’abitazione smette di essere una scelta possibile e diventa un bene sempre più raro, conteso e dipendente dal favore della politica.


di Sandro Scoppa